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E-Book

E-Book, Italienisch, 208 Seiten

Reihe: Saggi

Pregliasco Benedetti sondaggi

Leggere i dati, capire il presente
1. Auflage 2022
ISBN: 978-88-6783-369-6
Verlag: ADD Editore
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark

Leggere i dati, capire il presente

E-Book, Italienisch, 208 Seiten

Reihe: Saggi

ISBN: 978-88-6783-369-6
Verlag: ADD Editore
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark



Benedetti sondaggi parla di dati, di come orientano la nostra percezione, di come ci aiutano a capire il presente e di come vengono raccontati e interpretati. Ai dati ricorriamo ogni volta che dobbiamo formulare un giudizio o risolvere un problema: e che si tratti di politica o di sport, di economia o del festival di Sanremo tendiamo a organizzarli in modelli che ci aiutino a prevedere gli eventi. Quando al rigore dei numeri si aggiunge l'impatto di un oggetto visibile il nostro punto di vista viene influenzato: grafici, mappe, linee, barre e torte esercitano un potere enorme sull'idea che ci facciamo di un fenomeno. A seconda di come vengono presentati, i dati possono rassicurarci o allarmarci, rafforzarci nelle nostre convinzioni o minare le nostre certezze. Insidie e rischi che si possono superare facendosi le domande giuste su quello che stiamo vedendo, dotandosi di una 'cassetta degli attrezzi' fatta di attenzione, capacità critica e consapevolezza. Lorenzo Pregliasco ci aiuta a mettere insieme queste competenze, guidandoci nei meandri dei numeri e dei dati da cui siamo ogni giorno sempre più circondati.

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QUESTI BENEDETTI SONDAGGI


Il nume che ha l’oracolo in Delfi
non dice e non nasconde, ma fa segno.

Eraclito,

Troppo spesso leggiamo i sondaggi alla ricerca di risposte che non possono darci. Una misurazione perfetta, al decimale, del gradimento di un leader politico, della percentuale di un partito o del numero di clienti di un prodotto. La “certezza” che qualcosa si verifichi o non si verifichi.

Eppure fare un sondaggio non vuol dire prevedere il futuro. Gli esperti che per lavoro leggono e analizzano l’opinione pubblica lo ripetono spesso, anche se è una ripetizione vana. È un problema di aspettative.

Sgombriamo allora subito il campo e proviamo a capire perché da un sondaggio non dobbiamo aspettarci più di quello che può darci. Non possiamo illuderci che ci fornisca una previsione su un evento futuro: il suo scopo è quello di estrapolare da un piccolo gruppo di persone (il campione) l’opinione, o il comportamento dichiarato, di un grande gruppo di persone (la popolazione).

I sondaggi sono, per loro stessa natura, strumenti imperfetti, limitati.

Perché il tema, qui, non è statistico, ma umano: chiunque risponda a un questionario lo fa dichiarando qualcosa che è figlio del momento in cui si svolge la rilevazione. Che sia un’intenzione – “se si votasse oggi voterei per Hillary Clinton” –, un’opinione – “sono favorevole allo ” –, una dichiarazione di comportamento – “non mi sono vaccinato contro il COVID-19” –, vale per il momento in cui raccogliamo la risposta. Nella gran parte dei casi varrà anche una settimana o un mese dopo, ma non ne abbiamo la certezza, come vediamo anche in altri strumenti imperfetti ai quali deleghiamo enormi responsabilità: che siano previsioni macro-economiche e finanziarie o esperimenti scientifici finalizzati a commercializzare un farmaco.

La fluidità che connota il nostro tempo in ogni ambito, dai canali di informazione ai cicli di leadership politica alla vita lavorativa, esaspera la nostra volatilità, la tendenza a cambiare opinione e comportamento, ad aggiustare il tiro, per adattarci a un mondo che muta velocemente.

Pensiamo a quanti tra noi hanno cambiato, o almeno rimodulato, idea sull’emergenza COVID-19 a mano a mano che si evolvevano le informazioni di cui disponevamo. È forse un esempio estremo, ma utile a capire la volubilità delle nostre opinioni. A fine febbraio 2020, pochi giorni prima che gli ospedali si riempissero di malati, social, giornali e talk show erano zeppi di minimizzazioni e il sindaco di Milano postava su Instagram una maglietta con il motto «Milano non si ferma»; in quelle stesse settimane il presidente del Veneto prima diceva di non voler chiudere le scuole e poco dopo invocava la chiusura totale. Ciascuno di noi ricorda virologi, epidemiologi, politici che dicevano in sostanza tutto e il contrario di tutto. In alcuni casi in malafede, ma più spesso forse per puro spaesamento, di fronte a un contesto che cambiava così in fretta da cogliere sempre di sorpresa.

Il punto è questo: non guardiamo alle esitazioni e alle giravolte di istituzioni e scienziati, ma facciamo noi stessi uno sforzo di memoria e proviamo a ricordare che opinione avevamo del COVID-19 a metà febbraio, poi a fine febbraio – dopo il primo caso di Codogno –, a marzo e a luglio del 2020. È molto probabile che, se ricostruiamo quei mesi con onestà, ci accorgeremmo di aver cambiato idea più volte, magari ricadendo ciclicamente negli stessi errori di sottovalutazione.

E se anche quello della pandemia è un caso eccezionale perché siamo stati messi di fronte a una condizione ignota che in pochi mesi ha stravolto il nostro modo di vivere, non è detto che i meccanismi dell’opinione siano poi così diversi in altri campi.

La politica, per esempio, è un contesto per sua natura estremamente dinamico. Dico “per sua natura” perché, se partiamo dall’assunto che la politica regola il vivere insieme, allora è naturale che cambi insieme e a causa di spinte sociali, mutazioni demografiche, battaglie culturali, tendenze economiche. Da un certo punto di vista, se non cambiasse, dovremmo preoccuparci. In Italia, come sappiamo, il ritmo delle trasformazioni politiche è esasperato. La caduta del Muro di Berlino sommata di lì a poco a un fenomeno nazionale come è stato Tangentopoli hanno polverizzato il sistema politico italiano, e le forme della partecipazione politica non sono più state le stesse. Sono crollati tutti i partiti insieme al loro radicamento diffuso nel Paese, si sono sfarinati i “corpi intermedi” (come sindacati o associazioni di categoria). Da un mondo in cui si votava per appartenenza siamo passati a un mondo in cui spesso si vota per esclusione. Nel nostro Paese, forse più che in ogni altra democrazia del mondo, è probabile che da un anno all’altro cambi almeno qualcosa: governo, maggioranza parlamentare, nomi e leader dei partiti, alleanze, legge elettorale.

Dal 2016 al 2021 sono cambiati quattro presidenti del Consiglio, cinque governi (tra cui due di segno opposto guidati dallo stesso premier), quattro maggioranze di governo, chissà quante alleanze locali, tre segretari del Partito democratico, il sistema elettorale delle elezioni politiche, addirittura il numero dei componenti di Camera e Senato.

Il mio collega e socio Giovanni Diamanti ricorda spesso che negli ultimi anni il comportamento di voto è cambiato più che nei sessant’anni compresi tra il 1948 e il 2008: un “terremoto elettorale” dietro l’altro. Davvero può stupirci lo stravolgimento continuo dei rapporti di forza tra i partiti registrato nei sondaggi e nelle consultazioni elettorali degli ultimi cinque anni? E forse, dopo tutto, dovrebbe sorprenderci l’opposto, se questa volatilità non ci fosse stata, se al trasformarsi continuo e frenetico del campo di gioco non fosse corrisposta un’evoluzione delle opinioni, degli orientamenti, delle scelte di voto.

Più nello specifico, se guardiamo al momento in cui i sondaggi entrano nel raggio d’osservazione di tutti, e cioè le campagne elettorali, è utile fare un ragionamento in più. Le campagne elettorali non sono un momento come un altro, anche se ormai si parla di “campagne elettorali permanenti” perché i cicli politici sono rapidissimi e perché subito dopo un’elezione sembra cominciare la campagna per l’elezione successiva.

Le campagne elettorali propriamente dette, i trenta giorni che precedono il voto, sembrano un momento congegnato apposta per far cambiare idea agli elettori. Per portare alla conoscenza dell’opinione pubblica programmi, proposte e valori, per far conoscere i candidati. Se la politica è quindi un contesto estremamente dinamico, le campagne elettorali si mostrano spesso come il picco dell’andamento: sviluppi improvvisi, polemiche, scandali. I partiti e i candidati dati in svantaggio all’inizio faranno di tutto per farsi conoscere, per comunicare proposte forti e popolari, per convincere nuovi elettori, per dissuadere gli elettori degli avversari dall’andare a votare. In altre parole, le campagne elettorali sono fatte per smentire i sondaggi, per alterare gli equilibri misurati dai sondaggi.

Ecco perché un sondaggio a due mesi dal voto non può far altro che raccogliere le opinioni degli elettori in quel momento, prima che candidati e partiti giochino le loro carte. Le percentuali che leggiamo – i Laburisti al 34%, i Conservatori al 39%, i Liberaldemocratici all’11% – rappresentano semplicemente l’intenzione di voto dichiarata da un campione di elettori in un dato momento. Alcuni tra quelli che hanno detto di essere propensi a votare un certo partito cambieranno idea. Altri hanno dichiarato di essere sicuri di andare a votare, ma poi non andranno. Altri ancora, che nel sondaggio si sono dichiarati astensionisti, si convinceranno ed esprimeranno un voto che il sondaggio non ha potuto misurare. Molti altri – gli “indecisi” –, che al momento della rilevazione non si sono ancora fatti un’idea e non sanno chi scegliere, entro il momento del voto prenderanno una decisione: chi voterà per i Laburisti, chi per i Conservatori, chi per un altro partito, chi alla fine valuterà che è meglio rimanere a casa.

Tutte queste fonti di incertezza non derivano da errori dei sondaggi, che pure ci sono e sono importanti, come vedremo. Se anche un sondaggio fosse perfetto e misurasse con precisione formidabile l’intenzione di voto quarantott’ore prima delle elezioni, dovrebbe fare i conti con chi due giorni prima di votare è indeciso, o chi decide il giorno stesso, magari andando a votare o addirittura all’ingresso del seggio elettorale.

È vero che, così a ridosso delle elezioni, gli elettori indecisi sono una minoranza, ma anche una minoranza può pesare. Quando si svolge un sondaggio nei giorni del voto – un instant poll (a volte chiamato anche intention poll), o un exit poll se effettuato all’uscita dai seggi – c’è in genere una quota tra il 7 e il 10% che risponde di aver deciso come votare il giorno stesso della consultazione. Se quel 10% alla fine sceglie in gran maggioranza un candidato a discapito di un altro, può essere decisivo. Un 60% a 40% tra questi si trasforma in un 2%...



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