Platonov / Verc / Ver? | Platonov | E-Book | www2.sack.de
E-Book

E-Book, Italienisch, 271 Seiten

Reihe: Introvabili

Platonov / Verc / Ver? Platonov


1. Auflage 2022
ISBN: 978-88-3389-440-9
Verlag: minimum fax
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark

E-Book, Italienisch, 271 Seiten

Reihe: Introvabili

ISBN: 978-88-3389-440-9
Verlag: minimum fax
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark



L'anno è il 1929, in un luogo imprecisato della Russia meridionale. Un gruppo di manovali è impegnato a scavare le fondamenta per la costruzione della futura «casa proletaria comune»: un'impresa che ha il sapore del riscatto dall'indigenza e della speranza in un cambiamento, ma che dovrà fare i conti con l'ottusità della burocrazia di partito e del sindacato. Scritto nel periodo del massimo sforzo staliniano per industrializzare il paese, alfabetizzare le masse ed eliminare i «nemici del popolo», Lo sterro, colpito dalla censura staliniana e mai pubblicato nel suo paese fino al 1987, racconta con lucidità e spietata ironia un mondo segnato dall'illusorio concetto dell'ineluttabilità della Storia, e rappresenta uno dei punti più alti della letteratura russa del Novecento, tanto che Iosif Brodskij non ha esitato a paragonare Platonov ai grandi padri del secolo come Kafka, Joyce, Proust e Musil. «A leggere Platonov si ha il senso della spietata, implacabile assurdità insita nel linguaggio... Vi trovate in gabbia, sperduti, abbagliati». Iosif Brodskij

1899-1951 è considerato uno dei maggiori esponenti della letteratura russa del Novecento, autore di racconti e romanzi fortemente legati al cambiamento epocale del suo paese.
Platonov / Verc / Ver? Platonov jetzt bestellen!

Weitere Infos & Material


IL giorno in cui compiva trent’anni di vita personale Vošcev fu licenziato dalla piccola officina meccanica, dove si procurava i mezzi che gli assicuravano l’esistenza. Nella lettera di licenziamento avevano scritto: riscontrata crescita di debolezza e meditazione nel pieno dei ritmi generali di lavoro e di conseguenza tolto dalla produzione.1

A casa Vošcev raccolse la roba in un sacco e uscì: all’aria aperta sperava di capire meglio il proprio futuro. L’aria però era vuota, gli alberi immobili trattenevano premurosi il caldo tra le foghe e la polvere copriva tediosa la strada deserta: era questo lo stato della natura. Vošcev non aveva una meta precisa e ai margini della città si appoggiò sul basso steccato d’una casa contadina, dove ai bambini senza famiglia s’insegnava l’abitudine al lavoro e a rendersi utili. Più avanti la città finiva, c’era solo una rivendita di birra per i lavoratori stagionali e per le categorie peggio retribuite; come ogni istituzione la birreria non aveva cortile, dietro s’alzava una piccola collina argillosa con un vecchio albero che cresceva solitario nella radiosa giornata. Vošcev si trascinò fino alla birreria ed entrò, attratto da uno schietto brusio di voci. Era gente poco disponibile, intenta a dimenticare la propria sventura:2 in mezzo a loro Vošcev si sentì più riparato e più sollevato. Rimase nella birreria fino a sera, finché il mutare del tempo non s’annunciò con un fruscio di vento; allora Vošcev si avvicinò alla finestra aperta per poter cogliere il calare della notte e vide l’albero sulla collina argillosa: dondolava nel maltempo e le foglie si accartocciavano con misterioso pudore. Da qualche parte, probabilmente nel giardino degli impiegati del commercio sovietico, un’orchestra di fiati stava languendo; il vento, passando per il terreno incolto lungo il dirupo, portava tra la natura quella musica monotona e inconcludente, per poi trascorrere il tempo della sera completamente immobile, perché incapace, pur restio alla gioia, di creare qualcosa che potesse competere con la musica. Dopo il vento arrivò nuovamente la quiete, coperta da un’oscurità ancor più quieta. Vošcev si sedette alla finestra per osservare il tenero buio della notte, per ascoltarne i suoni, tristi ognuno a suo modo, e per sentire il tormento del cuore attorniato da rigide ossa di pietra.

«Ehi, alimentarista!»,3 si sentì una voce nel locale ormai silenzioso. «Dacci due boccali di birra, per riempire la pancia vuota!»

Già da tempo Vošcev aveva notato che gli uomini arrivavano alle rivendite di birra come fossero sposi, a coppie che a volte si trasformavano in veri e propri cortei nuziali.

Questa volta l’alimentarista non portò la birra e i due nuovi arrivati, carpentieri specializzati nella copertura dei tetti, si pulirono la bocca assetata con i grembiuli.

«Senti, burocrate, un lavoratore dovrebbe comandarti con un dito solo e tu invece t’inalberi!»

L’alimentarista però non permetteva che il servizio gli logorasse le forze, le risparmiava per la vita personale e non si prestava a discussioni.

«Cittadini, il locale è chiuso. Se avete qualcosa da fare, andate a farlo a casa vostra».

Ognuno dei carpentieri si portò alla bocca da un piattino una piccola ciambella salata e uscì. Vošcev rimase solo nella rivendita di birra.

«Cittadino! Lei in tutto ha ordinato un boccale e sta qui seduto senza una scadenza fissa! Ha pagato per la bevanda, non per il locale!»

Vošcev raccolse il sacco e s’incamminò nella notte. Sopra, con la forza sofferente delle stelle, splendeva un cielo colmo d’interrogativi, in città avevano invece già spento le luci: chi ne aveva la possibilità dormiva dopo essersi saziato con la cena. Costeggiando il terreno friabile, Vošcev scese nel dirupo e si sdraiò pancia a terra per addormentarsi e separarsi da se stesso. Il sonno ha però bisogno d’una mente tranquilla, fiduciosa nella vita e disposta al perdono per le sofferenze passate, Vošcev giaceva invece nell’arida tensione della coscienza e non sapeva: era utile al mondo, oppure tutto sarebbe andato a buon fine anche senza di lui? Da un luogo sconosciuto il vento soffiò leggermente per impedire agli uomini di soffocare e un cane di periferia segnalò con flebile voce dubbiosa la propria presa di servizio.

«Il cane s’annoia, vive solo perché è nato, come me».

Per la stanchezza il corpo di Vošcev aveva un aspetto cereo; avvertì il freddo delle palpebre e con esse coprì gli occhi caldi.

Il rivenditore di birra stava già arieggiando il locale e tutt’attorno il sole faceva fluttuare vento ed erba, quando con rincrescimento Vošcev aprì gli occhi inondati di umore vitale. Gli toccava nuovamente vivere e nutrirsi; andò perciò al Comitato di fabbrica a difendere la sua inutile fatica.

«L’amministrazione dice che te ne stavi a pensare durante la produzione», dissero al Comitato. «A che pensavi, compagno Vošcev?»

«Al piano della vita».

«La fabbrica lavora sul piano stabilito dalle imprese consociate. Il piano della vita personale va studiato al circolo oppure all’angolo rosso».4

«Pensavo al piano generale della vita. La mia vita non mi preoccupa, non è mica un mistero per me».

«E cosa pensavi di poter fare?»

«Pensavo di inventare qualcosa che assomigliasse alla felicità; dare un senso all’anima potrebbe migliorare la produttività».

«La felicità deriva dal materialismo, compagno Vošcev, non dal senso. Non possiamo far valere i tuoi diritti, è la coscienza che ti manca e non vogliamo ritrovarci in coda alle masse, noi».

Vošcev voleva chiedere un lavoro qualunque, anche il più insignificante, purché fosse sufficiente a nutrirlo: per pensare avrebbe utilizzato il tempo fuori orario; alla base di ogni richiesta c’è però il rispetto degli uomini e Vošcev non notava in loro alcun sentimento nei suoi confronti.

«È che temete di ritrovarvi in coda! Quella sta in fondo, voi invece vi ci siete seduti in testa».

«Lo stato t’ha concesso un’ora in più per le tue meditazioni; lavoravi otto ore, adesso sette,5 perché non vivi e stai zitto! Se ci mettiamo a meditare tutti quanti, chi si darà da fare?»

«Chi non pensa agisce senza senso!», sentenziò Vošcev assorto.

Uscì dal Comitato di fabbrica senza aver ricevuto aiuto. La strada sotto i suoi piedi s’allungava in mezzo all’estate, mentre ai lati si costruivano case e servizi tecnici di pubblica utilità, dove le masse fino ad allora prive di asilo avrebbero trovato silenziosa esistenza. Il corpo di Vošcev era indifferente alle comodità e poteva vivere all’addiaccio senza fiaccarsi: delle disgrazie si lagnava solo nei periodi di abbondanza, quando se ne stava tranquillo nell’ultima abitazione che occupava. Ancora una volta gli capitò di passare accanto alla rivendita di birra in periferia, ancora una volta guardò il luogo dell’ultimo bivacco notturno, dov’era rimasto qualcosa della sua vita e si ritrovò in un’ampia distesa, con davanti solo l’orizzonte e la sensazione del vento sul viso chino.

A una versta6 di distanza stava la casa cantoniera. Abituato allo spazio vuoto, il cantoniere litigava a voce alta con la moglie; la donna stava seduta sulla finestra aperta con un bambino sulle ginocchia e rispondeva al marito con esclamazioni volgari;7 il bambino, in silenzio, pizzicava l’orlo della camicia: capiva tutto, ma non diceva niente.

La pazienza del bambino rincuorò Vošcev; si rese conto che la madre e il padre non erano coscienti del senso della vita ed erano alterati, mentre il bambino viveva senza recriminazioni, educando se stesso alla sofferenza. Vošcev decise allora di impegnare il proprio animo e non risparmiare il corpo con il lavoro della mente: doveva tornare al più presto alla casa del cantoniere e raccontare a quel bambino di buon senso il mistero della vita che i genitori continuamente dimenticavano. «Adesso il loro corpo vaga come un automa», pensò Vošcev, osservando i genitori, «non riescono a cogliere l’essenza delle cose».

«Come mai non riuscite a cogliere l’essenza delle cose», chiese, girandosi verso la finestra. «Avete un bambino che vive, mentre voi litigate; eppure è nato per finire di fare il mondo».

Spaventati dalla coscienza che si celava dietro la cattiveria dei volti, la moglie e il marito guardavano il testimone.

«Se non siete capaci di vivere in pace, rispettate almeno il bambino; vi sentirete meglio».

«Ma tu che vuoi?», chiese con voce malignamente fine il cantoniere. «Te ne stavi andando, vattene allora, è per gente come te che hanno lastricato la strada...»

Vošcev stava ritto in mezzo alla strada e non si decideva. La famiglia era in attesa che se ne andasse e teneva per riserva la cattiveria.

«Io me ne andrei, ma non so dove. È lontana da qui qualche altra città?»

«Vicino», rispose il cantoniere, «se ti muovi, sarà la strada a portarti».

«Voi però abbiate rispetto per il bambino», disse Vošcev, «sarà lui a esistere quando voi morirete».

Dette queste parole, Vošcev s’allontanò dalla casa del cantoniere per circa una versta e si sedette sull’orlo d’un fossato; ben presto però sentì il dubbio insinuarsi nella sua vita e avvertì la debolezza d’un corpo senza verità; non era più in grado di continuare a lavorare e di camminare lungo la strada senza conoscere l’esatto assetto di tutto il mondo e senza sapere dove fosse propriamente necessario andare. Affaticato dalla riflessione, si...



Ihre Fragen, Wünsche oder Anmerkungen
Vorname*
Nachname*
Ihre E-Mail-Adresse*
Kundennr.
Ihre Nachricht*
Lediglich mit * gekennzeichnete Felder sind Pflichtfelder.
Wenn Sie die im Kontaktformular eingegebenen Daten durch Klick auf den nachfolgenden Button übersenden, erklären Sie sich damit einverstanden, dass wir Ihr Angaben für die Beantwortung Ihrer Anfrage verwenden. Selbstverständlich werden Ihre Daten vertraulich behandelt und nicht an Dritte weitergegeben. Sie können der Verwendung Ihrer Daten jederzeit widersprechen. Das Datenhandling bei Sack Fachmedien erklären wir Ihnen in unserer Datenschutzerklärung.