E-Book, Italienisch, Band 265, 285 Seiten
Reihe: Sotterranei
Pezzolatto / Pizzolatto Galveston
1. Auflage 2025
ISBN: 978-88-3389-648-9
Verlag: minimum fax
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark
E-Book, Italienisch, Band 265, 285 Seiten
Reihe: Sotterranei
ISBN: 978-88-3389-648-9
Verlag: minimum fax
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark
originario di New Orleans, è romanziere, sceneggiatore e produttore. Ha insegnato fiction e letteratura presso l'Università del North Carolina, l'Università di Chicago, e la DePauw University. Nel 2012 ha creato la serie di culto True Detective, che ha ridefinito gli standard del poliziesco televisivo ed è stata la più seguita della storia della tv via cavo HBO al suo primo anno di messa in onda. Oltre al romanzo di esordio Galveston (2010), vincitore di numerosi premi letterari, è autore della raccolta di racconti Between Here and the Yellow Sea.
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Un medico mi fece delle foto ai polmoni. Erano pieni di raffiche di neve.
Quando uscii dallo studio tutta la gente seduta nella sala d'attesa sembrava grata di non essere al mio posto. Certe cose gliele leggi in faccia, a una persona.
Avevo già la sensazione che qualcosa non andasse, perché qualche giorno prima avevo inseguito un tizio su per due rampe di scale e mi era mancato il respiro, come se avessi un bilanciere appoggiato sul petto. Erano un paio di settimane che bevevo parecchio forte, ma sapevo che c'era qualcos'altro. Mi ero arrabbiato a tal punto, per quel dolore improvviso, che gli avevo rotto la mano, a quel tizio. Aveva finito per sputare i denti e si era lamentato con Stan, dicendo che secondo lui avevo esagerato.
Ma è per quello che mi hanno sempre dato lavoro. Perché sono esagerato.
Dissi a Stan dei dolori al petto e lui mi mandò da un medico che gli doveva quaranta testoni.
Appena fuori dallo studio del medico presi le sigarette dal giubbotto e feci per accartocciare il pacchetto tra le mani, poi però decisi che non era il momento di smettere. Ne accesi una lì sul marciapiede, ma non aveva un buon sapore e il fumo mi fece pensare a tante fibre di cotone che mi si intrecciavano nel petto. I bus e le macchine passavano lenti, la luce del giorno balenava sui vetri e sulle cromature. Da dietro i miei occhiali da sole era un po' come se stessi in fondo al mare e i veicoli fossero pesci. Immaginai un posto molto più scuro, più freddo, e i pesci divennero ombre.
Un clacson mi svegliò da quella fantasticheria. Avevo già un piede sulla strada. Chiamai un taxi con un cenno della mano.
Stavo pensando a Loraine, una ragazza con cui ero stato, e a come una notte eravamo rimasti a parlare fino all'alba su una spiaggia di Galveston, in un punto da cui riuscivamo a vedere i paffuti pennacchi di fumo bianco delle raffinerie srotolarsi in lontananza come una strada verso il sole. Sarà stato dieci, undici anni prima. Era ancora troppo giovane per me, immagino.
Persino prima di fare i raggi ero già di pessimo umore, furioso, perché la donna che consideravo la mia ragazza, Carmen, si era messa ad andare a letto col mio boss, Stan Ptitko. Avevo un appuntamento con lui al suo bar. Non che quel giorno avesse molto senso. Ma non è che smetti di essere chi sei solo perché hai una tormenta di scaglie di sapone nel petto.
Non c'è modo di uscirne vivi, ma speri almeno di evitare una scadenza precisa. Non avevo intenzione di dire a Stan o ad Angelo o a Lou dei miei polmoni. Non volevo che se ne stessero lì al bar a oziare e a parlare di me quando non c'ero. Ridendosela.
Il finestrino del taxi era imbrattato di ditate, e oltre quello si avvicinavano i quartieri alti. Alcuni luoghi ti si spalancano davanti, ma non c'era niente che somigliasse a un accesso, a New Orleans. La città era un'incudine sommersa che sosteneva la sua stessa atmosfera. Il sole sfolgorava tra gli edifici e le querce e sentivo la luce sul mio volto e poi l'ombra, come una strobo. Pensavo al culo di Carmen, al modo in cui mi sorrideva guardandosi indietro con la coda dell'occhio. Pensavo ancora a Carmen e non aveva senso perché sapevo che era una troia, e che era completamente senza cuore. Stava con Angelo Medeiras quando era cominciata fra noi. Immagino di avergliela più o meno rubata. Ora stava con Stan. Anche Angelo lavorava per lui. Il mio orgoglio ferito si calmò un po', immaginando che Carmen si facesse fottere da chissà chi altro, all'insaputa di Stan.
Stavo cercando di pensare a chi potessi dire dei miei polmoni, perché volevo dirlo a qualcuno. Bisogna ammettere che è una notizia del cazzo da ricevere quando hai del lavoro di cui occuparti.
Il bar di Stan portava il suo nome, era un edificio di mattoni con il tetto in lamiera, le finestre con le sbarre e una porta di metallo ammaccata.
Seduti dentro c'erano Lou Theriot, Jay Meires e un paio di tizi che non conoscevo, due vecchi. Il barista si chiamava George. Aveva l'orecchio sinistro imbottito di garza bianca. Gli chiesi dove fosse Stan e lui mi indicò con un cenno del capo una rampa di scale che saliva lungo il muro fino all'ufficio. La porta era chiusa, così mi sedetti su uno sgabello e ordinai una birra. Poi mi ricordai che stavo morendo e cambiai idea, optando per un Johnnie Walker Blue. Lou e Jay stavano parlando di un problema con uno dei concessionari che gestivano le scommesse. Lo capii perché mi ero occupato di scommesse per qualche anno, poco più che ventenne, e conoscevo il gergo. Loro smisero di parlare e mi guardarono, infastiditi che stessi origliando. Io non sorrisi, né niente, e quelli si rimisero a parlare, ma a voce molto più bassa di prima, con le teste chine in modo che non potessi sentire. Non gli ero mai piaciuto granché. Conoscevano Carmen perché era una delle cameriere del bar, prima che si mettesse con Stan, e penso che ce l'avessero con me anche da parte sua.
E poi non gli piacevo perché non mi ero mai veramente inserito in quella banda. Stan mi aveva ereditato dal suo vecchio boss, Sam Gino, che mi aveva ereditato da Harper Robicheaux, ed era fondamentalmente colpa mia se non ero mai stato del tutto accettato da questi tizi. Avevano gusti tamarri in fatto di moda: tute sportive o camicie con polsini alla francese, capelli leccati all'indietro; io invece portavo jeans e magliette nere, un giubbotto e stivali da cowboy, come avevo sempre fatto, tenevo i capelli lunghi dietro e non mi facevo la barba. Il mio nome è Roy Cady, ma Gino aveva cominciato a chiamarmi Big Country, e anni dopo mi chiamavano ancora tutti così, pur senza particolare affetto. Vengo dal Texas orientale, dal cosiddetto Triangolo d'Oro, e quei ragazzi mi avevano sempre considerato un bifolco, il che andava benissimo visto che avevano anche paura di me.
Non è che avessi chissà quale intenzione di farmi strada fino ai vertici dell'organizzazione.
Con Angelo però ci eravamo sempre trovati bene. Prima della storia di Carmen.
La porta dell'ufficio si aprì e Carmen uscì lisciandosi la gonna e giocherellando con i capelli. Mi vide subito e si bloccò un istante. Solo che Stan uscì subito dopo e lei scese le scale con lui al seguito, la mano dietro la schiena a infilarsi la camicia nei pantaloni. I loro passi fecero cigolare le scale e Carmen si accese una sigaretta prima ancora di arrivare in fondo. Se la portò all'altro capo del bar e ordinò una vodka con succo di pompelmo.
Mi venne in mente una bella frecciatina sarcastica da tirarle, ma mi toccò tenerla per me.
La cosa che più di tutte mi mandava in bestia era che aveva rovinato la mia solitudine. Ero stato da solo per molto tempo.
Voglio dire, scopavo quando ne avevo bisogno, ma stavo da solo.
Adesso era come se stare da solo non mi bastasse più.
Stan salutò Lou e Jay con un cenno del capo, venne da me e mi disse che io e Angelo avevamo un lavoro da fare quella sera. Mi ci volle un certo sforzo per dar l'impressione di non aver nulla da ridire su quell'accoppiata. Stan aveva una fronte scimmiesca da polacco, inclinata come una rupe, che proiettava ombre sui suoi occhietti minuscoli.
Mi diede un foglio di carta e disse: «Jefferson Heights. Dovete far visita a Frank Sienkiewicz».
Mi ricordavo di quel nome, un presidente, o ex presidente o amministratore delegato del sindacato dei portuali locali.
Sembrava che i federali stessero tenendo d'occhio gli scaricatori, credo, si diceva che li stessero usando per arrivare più in alto. I portuali maneggiavano parecchia roba per i soci di Stan, e le mazzette tenevano in piedi il loro sindacato, ma non sapevo nient'altro di quella storia.
Stan disse: «Nessuno deve farsi troppo male. Non voglio, non adesso». Era in piedi dietro il mio sgabello, mi poggiò una mano sulla spalla. Non riuscivo mai a leggere in quei suoi occhietti schiacciati sotto l'affioramento roccioso delle sopracciglia, ma uno dei segreti del suo successo doveva essere la totale mancanza di pietà sul suo volto: gli zigomi slavi, prominenti, sulla bocca stretta e senza labbra di un predone cosacco. Se i sovietici avevano veramente gente capace di infilarti del fil di ferro incandescente su per il cazzo, era gente come Stanislaw Ptitko. Disse: «Ho bisogno che il tizio capisca qual è la cosa giusta da fare. Deve giocare per la squadra. Tutto lì».
«E mi serve Angelo, per questo?»
«Portatelo comunque. Voglio stare tranquillo». Mi disse anche che sarei dovuto passare a fare un recupero crediti a Gretna prima di vedermi con Angelo. «Quindi cerca di non arrivare in ritardo», aggiunse, con un cenno del capo verso il Johnnie Walker che avevo in mano.
Stan mandò giù un bicchierino di Stolichnaya, poi restituì il bicchiere al barista facendolo scivolare sul bancone. La garza intorno all'orecchio di George aveva una macchia gialla al centro. Stan non mi stava davvero guardando quando aggiustandosi la cravatta mi disse: «Niente ferri».
«Cosa?»
«Ti ricordi quel camionista l'anno scorso? Non voglio che qualcuno si becchi una pallottola perché un coglione ha i nervi a pezzi. Quindi lo dico a te e lo dico ad Angelo: lasciate a casa le pistole. Che non venga a sapere che vi siete presentati armati».
«Il tizio lo troviamo a casa?»
«Sì. Gli mando un paio di aiuti umanitari».
Se ne andò e si fermò accanto a Carmen, la baciò profondamente e le massaggiò una tetta, e un istinto barbaro si fece largo nella mia mente. Poi Stan uscì dalla porta sul...




