E-Book, Italienisch, 326 Seiten
Paretsky I re della truffa
1. Auflage 2020
ISBN: 978-88-3389-228-3
Verlag: minimum fax
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark
E-Book, Italienisch, 326 Seiten
ISBN: 978-88-3389-228-3
Verlag: minimum fax
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark
Figlia di un poliziotto polacco e di una donna italiana, V.I. Warshawski ha una piccola agenzia di investigazioni nel cuore di Chicago. Quando un certo John Thayer la contatta per ritrovare la fidanzata del figlio Peter, Warshawski crede di trovarsi davanti a un caso facile, da sbrigare in un paio di giorni. Ma le bastano poche ore di lavoro per trovare Peter assassinato, scoprire che l'uomo che l'ha ingaggiata non si chiama John Thayer e che dietro l'omicidio c'è un sindacalista poco pulito, una compagnia di assicurazioni compiacente e un gangster che non esita a farla aggredire e pestare, pur di non farle ficcare il naso dove non dovrebbe. In questo romanzo del 1982, che ha inaugurato una delle serie poliziesche più popolari e amate in tutto il mondo, Sara Paretsky inventa un personaggio irresistibile, erede al femminile dei grandi detective hard-boiled Sam Spade e Philip Marlowe. Dura e ostinata, sarcastica e pronta a tutto pur di arrivare alla verità, circondata da uomini che, decisi a proteggerla, spesso finiscono per metterla in guai ancora peggiori, Warshawski percorre senza sosta le strade di una città spietata e crudele, amandola e odiandola ogni giorno di più.
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1 Estate
L’aria notturna era umida e pesante. Mentre procedevo verso sud costeggiando il lago Michigan, sentivo un vago odore di aringhe marce che profumava l’atmosfera e vedevo brillare qua e là i piccoli fuochi dei barbecue nel parco. Sull’acqua un susseguirsi di lucine verdi e rosse in movimento segnalava la presenza di gente in cerca di ristoro dal caldo insopportabile. A riva il traffico era intenso: la città si muoveva senza requie, nel tentativo di respirare. Era luglio, a Chicago.
Uscii dalla Lake Shore Drive all’altezza di Randolph Street e svoltai sulla Wabash, passando sotto gli archi di ferro della sopraelevata. A Monroe fermai l’auto e scesi.
A una certa distanza dal lago, la città era più tranquilla. Il South Loop, privo di attrattive a eccezione di pochi peep show e del centro di detenzione cittadino, era deserto: un ubriaco che si trascinava barcollante lungo la strada rappresentava la mia unica compagnia. Attraversai la Wabash ed entrai nel Pulteney Building, accanto alla tabaccheria di Monroe Street. Di notte sembrava un posto orrendo dove avere il proprio ufficio. Le pareti maiolicate dell’atrio erano sporche e scheggiate. Mi chiesi se qualcuno lavasse mai il pavimento di linoleum pieno di graffi. In fondo, l’ingresso di un palazzo dovrebbe dare una sensazione rassicurante ai potenziali clienti.
Premetti il pulsante di chiamata dell’ascensore. Nessuna reazione. Riprovai, con lo stesso risultato. Aprii la pesante porta che affacciava sulle scale e salii lentamente fino al quarto piano. Faceva fresco, sulle scale, e sostai per qualche minuto prima di imboccare il corridoio male illuminato che portava sul lato est del palazzo, dove gli affitti sono più economici perché tutte le finestre danno sui binari della sopraelevata di Wabash. Nella penombra riuscii a leggere l’iscrizione sulla porta:
Avevo chiamato la mia segreteria da una stazione di servizio del North Side, per un semplice controllo di routine prima di tornare a casa, farmi una doccia e cenare con l’aria condizionata. Ed ero rimasta sorpresa quando mi avevano detto che c’era stata una chiamata per me, poi infastidita quando avevano aggiunto che il soggetto si era rifiutato di lasciare il proprio nome. Le chiamate anonime sono quasi sempre una seccatura. Di solito chi le fa ha qualcosa da nascondere, spesso un crimine, e non lascia il nome per impedirti di scoprire in anticipo che cosa voglia esattamente.
Il tizio aveva annunciato che si sarebbe presentato alle nove e un quarto, perciò non avevo avuto neppure il tempo di mangiare qualcosa. Avevo trascorso un pomeriggio frustrante, nella calura satura di ozono, cercando di rintracciare un tipografo che mi doveva millecinquecento dollari. Avevo salvato lui e la sua ditta da una grossa società che cercava di sbatterlo fuori dal mercato con la forza, e ora mi dispiaceva averlo fatto. Se il mio conto in banca non fosse stato così dannatamente anemico, avrei ignorato quella telefonata anonima. Ma vista la situazione, mi feci forza e aprii la porta.
Con le luci accese l’ufficio sembrava spartano ma non sgradevole, e il mio umore si risollevò appena. A differenza del mio appartamento, che è sempre allegramente in disordine, di solito l’ufficio è ben tenuto. Avevo comprato la grande scrivania di legno a un’asta della polizia. La piccola Olivetti portatile era appartenuta a mia madre, come anche una riproduzione degli Uffizi appesa sopra il mio schedario verde, con lo scopo teorico di far capire ai visitatori che la mia era un’attività di gran classe. Due sedie per i visitatori, con lo schienale rigido, completavano l’arredamento. Non trascorrevo molto tempo in ufficio, e non mi servivano altre amenità.
Erano parecchi giorni che non ci andavo, e avevo una pila di bollette e di avvisi da controllare. Una ditta di informatica voleva organizzare una dimostrazione di ciò che i computer potevano fare per un lavoro come il mio. Mi domandai se un piccolo IBM potesse selezionare tra i potenziali clienti solo quelli che pagassero.
L’aria nella stanza era soffocante. Diedi una scorsa alle bollette per vedere quali fossero urgenti. L’assicurazione dell’auto: meglio pagarla. Le altre le gettai via: erano quasi tutte primi avvisi, al massimo solleciti. Di solito pago le bollette solo al terzo sollecito. Se li vogliono sul serio, i tuoi soldi, non si scordano certo di te. Ficcai il bollettino dell’assicurazione nella borsa a tracolla, poi mi voltai verso la finestra e misi il condizionatore al massimo. La stanza precipitò nel buio. Dovevo aver fatto saltare un fusibile dell’improbabile impianto elettrico del Pulteney. Stupida. Non puoi accendere l’aria condizionata e metterla subito al massimo, in un edificio come questo. Imprecai contro me stessa e al tempo stesso contro l’amministratore del palazzo, e mi chiesi se lo stanzino con le scatole dei fusibili fosse aperto anche la sera. Durante gli anni che avevo trascorso in quell’edificio avevo imparato a riparare quasi ogni possibile guasto, inclusi quelli nel bagno al settimo piano, che si intasava più o meno una volta al mese.
Tornai indietro lungo il corridoio e scesi le scale fino al piano interrato, che era illuminato da una sola lampadina nuda. Vidi un lucchetto sulla porta dello stanzino. Tom Czarnik, lo scontroso custode del palazzo, non si fidava di nessuno. Sono in grado di aprire diversi lucchetti, ma non avevo tempo per affrontare un American Padlock. Era una di quelle giornate in cui tutto va storto. Contai fino a dieci in italiano e risalii le scale, con ancor meno entusiasmo rispetto a poco prima.
Sentii dei passi pesanti davanti a me e intuii che doveva trattarsi del mio visitatore anonimo. Quando arrivai al piano, aprii lentamente la porta delle scale e lo guardai nella penombra. Stava bussando alla porta del mio ufficio. Non potevo vederlo bene, ma ebbi l’impressione che fosse basso e tarchiato. Aveva un fare aggressivo, e quando non ebbe risposta aprì la porta senza la minima esitazione ed entrò. A quel punto venni avanti lungo il corridoio e lo seguii nell’ufficio.
L’insegna dell’Arnie’s Steak Joint, alta un metro e mezzo, illuminava a tratti di giallo e di rosso l’interno della stanza. Vidi il mio visitatore ruotare su se stesso mentre aprivo la porta. «Cerco V.I. Warshawski», disse, con voce bassa ma sicura di sé: la voce di un uomo che è abituato a imporsi.
«Sì», risposi, passandogli accanto per sedermi alla scrivania.
«Sì che cosa?», chiese.
«Sì, sono V.I. Warshawski. Ha chiamato il mio servizio di segreteria per chiedere un appuntamento?»
«Già. Ma non sapevo di dover salire quattro piani di scale a piedi per ritrovarmi in un ufficio al buio. Perché diavolo non funziona, l’ascensore?»
«Gli inquilini di questo palazzo sono dei patiti dell’esercizio fisico. Ci siamo accordati per sbarazzarci dell’ascensore, anche perché fare le scale a piedi è un’ottima forma di prevenzione contro l’infarto».
Nel fascio di luce gettato dall’insegna lo vidi reagire con un gesto rabbioso. «Non sono venuto fin qui per ascoltare una commediante», disse, con una punta di tensione nella voce bassa. «Quando faccio una domanda, mi aspetto che mi si risponda».
«In tal caso dovrebbe fare solo domande ragionevoli. Ora, vuol dirmi perché le serve un investigatore privato?»
«Non lo so. Sicuramente mi serve aiuto, ma questo posto... Cristo, perché è così buio, qua dentro?»
«È andata via la corrente», risposi, per poi cedere al mio caratteraccio. «Se non le piace il mio aspetto, se ne può anche andare. Neanche a me piace la gente che telefona senza lasciare il nome.»
«Va bene, va bene», disse lui, in tono conciliante. «Si calmi. Ma dobbiamo stare qui seduti al buio?»
Scoppiai a ridere. «È saltato un fusibile pochi minuti prima che lei arrivasse. Possiamo andare da Arnie’s, se vuole un po’ di luce». Non sarebbe dispiaciuto neanche a me, potergli dare un’occhiata più approfondita.
Scosse il capo. «No, possiamo rimanere qui». Esitò per qualche istante, poi si accomodò su una delle due sedie riservate ai clienti.
«Allora... ha un nome, lei?», chiesi, per colmare il silenzio mentre lui raccoglieva le idee.
«Oh, già, chiedo scusa», rispose, frugando nel portafogli. Tirò fuori un biglietto da visita e lo posò sulla scrivania, spingendolo verso di me. Lo sollevai, per leggerlo alla luce intermittente dell’insegna. . Arricciai le labbra. Non andavo molto spesso a LaSalle Street, ma John Thayer era un nome importante nella banca più grande di Chicago. Bell’acchiappo, pensai. Giocatela bene, Vic, intimai a me stessa. È arrivato l’affitto!
Infilai il biglietto da visita in una tasca dei jeans. «Bene, signor Thayer. In cosa consisterebbe, il problema?»
«Beh, si tratta di mio figlio. O meglio, della sua ragazza. O almeno, è lei che...» Si interruppe. Molte persone, soprattutto uomini, non sono abituate a mettere in piazza i loro problemi, e gli ci vuole un po’ per prendere il ritmo. «Senta, non voglio offenderla, ma in fondo non sono poi così sicuro che dovrei parlarne con lei. A meno che non abbia un socio, o qualcosa del genere».
Non dissi niente.
«Allora, ce l’ha un socio?», insisté.
«No, signor Thayer», dissi, senza scompormi. «Non ce l’ho, un socio».
«Beh, questo non è certo un lavoro che una ragazza...




