E-Book, Italienisch, 272 Seiten
Pandazopoulos Chiedetegli la luna
1. Auflage 2025
ISBN: 978-88-8373-502-8
Verlag: La Nuova Frontiera
Format: EPUB
Kopierschutz: 0 - No protection
E-Book, Italienisch, 272 Seiten
ISBN: 978-88-8373-502-8
Verlag: La Nuova Frontiera
Format: EPUB
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Isabelle Pandazopoulos è nata nel 1968 nella periferia parigina. Fin dall'infanzia ha nutrito un inesauribile amore per la lettura ed è diventata insegnante di letteratura per il piacere di condividere questa sua passione. Per molto tempo ha lavorato in contesti difficili, prima di specializzarsi nell'insegnamento agli adolescenti che avevano abbandonato la scuola e poi agli alunni con disabilità. Da qualche anno si dedica completamente alla scrittura.
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3
Èarrivato il suo turno di andare alla cattedra. Gli altri se ne stanno lì davanti, in attesa. Bastien non è ancora arrivato. Dieci minuti abbondanti di ritardo. La prof ha traccheggiato un po’ a inizio lezione. Sembrava contrariata. Ma non può mai esserlo quanto Lilou. Ha passato gli ultimi due giorni a pensare a lui. A fantasticare su tutto ciò che potrebbero vivere insieme. Non riusciva a smettere, era così bello da immaginare. Ha vissuto sensazioni incredibili, quelle che non si dicono ad alta voce, romantiche, passionali, inconfessabili. Così forti che ha finito per crederle vere.
Tornava in continuazione a quello sguardo sorridente e tenero che lui le aveva rivolto sul marciapiede, a quei silenzi che parlavano… Se lo è rivisto nella sua mente così tante volte che le è sembrato la prova del loro amore nascente.
Povera scema che non sono altro!, pensa ora fissando la sedia vuota. Gli hai fatto pena e basta. Anzi, magari è proprio per non vederti che non è venuto oggi!
Se ne sta lì in piedi da diversi minuti, che ormai vanno dilatandosi, prigioniera del suo stesso silenzio.
«Non so che dire» abbozza infine con difficoltà davanti a Farouk e Samantha.
Poi ripete quello che ha già detto, per guadagnare slancio:
«Mi chiamo Lilou, ho quindici anni. Non sono stata ammessa al triennio.»
Vorrebbe che la prof si stizzisse, o che mettesse fine a quel supplizio, o persino che le dicesse di andare a seguire il corso di Rattenmüller. Ma Agathe Fortin se ne sta con la testa china sul quaderno e scarabocchia meccanicamente dei fiorellini. Come se Lilou, lì di fianco, non esistesse.
Il vuoto, blocco totale.
Le è già successo tante volte, in classe, di cadere in quello stato di panico che le impedisce di pensare. Sa che quando succede le viene una faccia da scema. E sa anche che non può farci niente.
«Andiamo prof, non si fa così!» esclama d’un tratto Samantha.
«Che cosa non si fa, signorina?» ribatte Agathe Fortin col solito tono distaccato e calmo che riporta ordine nel mondo.
«La aiuti, no? Non si fa così dai… non la vede?»
«Se intendi dire che è un momento difficile, sono d’accordo con te: è effettivamente un momento difficile. Ma sta a Lilou decidere se riprendere la parola o rinunciare. E finché resta qui alla cattedra, ha tutto il tempo di scegliere.»
Lilou si sente come se la colpissero al petto, come se l’aria e le parole uscissero dall’aula senza che lei possa trattenerle.
«A dire il vero non so che ci faccio qui. Ma non solo qui… è così un po’ dappertutto… Non mi sento mai al posto giusto. Non so, mi sento traballante, come un tavolo…»
Mima col corpo un tavolo zoppo.
«… quando arrivo in un posto, la prima cosa che faccio è cercare l’angolo in cui ficcarmi per farmi vedere il meno possibile. E non mi sento mai a mio agio nel parlare, nel dire quello che penso… Credo che preferisco siano gli altri a decidere per me.»
Mentre pronuncia quest’ultima frase si sente salire la nausea. Quelle parole, a riascoltarle, non sono le sue, ma quelle dei genitori. Vengono da loro, e lei le ripete mec-
canicamente.
Ed ecco che ora quelle frasi preconfezionate pesano come macigni. Come per scampare alla loro morsa, pensa immediatamente: è a questo che Kylian ha cercato di sfuggire.
Potrebbe mettersi a urlare, invece dice a bassa voce:
«Non è vero…».
«Che cosa non è vero?» le chiede Agathe Fortin.
«Io non VOGLIO che gli altri decidano per me…»
Ognuna di quelle sillabe è un colpo di forbici sui legacci che le tappano la bocca da quando è nata.
Si allontana dalla cattedra e torna al suo posto.
Non sa se gli altri hanno colto l’importanza di quello che le è successo. Visto da fuori, pensa, non dev’essere stato chissà che.
Bastien arriva in quel preciso istante. Spalanca la porta così forte da sbatterla contro il muro, con un sorriso da malandrino. Va a sedersi in fondo all’aula senza levarsi il cappello e senza guardare nessuno.
Lilou non lo ha mai visto con quell’aria cupa e quel broncio rabbioso. Cerca rogne. E puzza tantissimo di alcol.
Qualsiasi prof lo sbatterebbe fuori. O quantomeno gli farebbe una ramanzina per il ritardo. E lui non aspetta altro per scattare…
Quel giorno si sta impegnando anima e corpo per farsi cacciare. Se ci ripensa, a Lilou vengono ancora i brividi. Perché se non avessero incontrato Fortin, chissà che cosa ne sarebbe stato di loro.
«Bene, ora che finalmente siamo al completo…»
Agathe Fortin si alza in piedi. Ha un’espressione seria.
«Per caso qualcuno di voi ha avuto la curiosità di cercare cos’è l’eloquenza?»
La guardano sbigottiti. Cos’è tutto a un tratto quel modo di parlare marcando le consonanti con le labbra strette? È come se fosse andata fuori di testa.
Si scambiano sguardi di disapprovazione. Ridacchiano.
«No…» sospira Samantha, che ha sostituito le sneakers rosa fluo con un paio di scarpe blu elettrico sui cui tacchi ha disegnato dei serpenti che si avvolgono a spirale.
Allora, è tutto qui?, si chiede Lilou. Alla fine Agathe Fortin farà semplicemente lezione come tutti gli altri prof? Quindi era un bluff? Una trappola? Guarda gli altri, sembrano sconvolti quanto lei. Tutti tranne Farouk, che una risposta ce l’ha. Legge la definizione che ha copiato dal vocabolario.
«L’eloquenza, arte di saper parlare.»
Incespica sulle parole.
«E arte è… esempio… pittore o musicista.»
Recita dal dizionario. D’altronde sta sempre col naso ficcato lì dentro. Gli altri lo guardano storto.
«Un’arte come quella di un pittore o di un musicista…» ripete sognante la signora Fortin. «Non è sbagliato, Farouk. Perché questo ci dice che c’è anche una tecnica da acquisire, tanto lavoro da fare e una profonda consapevolezza dell’obiettivo che si vuole raggiungere. Vi insegnerò a padroneggiare l’arte della retorica, a utilizzare le sue figure, oltre alle tecniche per prendere la parola… Dovete cominciare a considerare le parole come i vostri strumenti, capite dove voglio arrivare?»
No, in realtà non capiscono proprio per niente. Gli sembra semplicemente che se ne stia lì a pavoneggiarsi alla cattedra, farneticando che farà di loro delle persone diverse. E soprattutto migliori di quelle che sono ora. Come se si trovasse di fronte a un consesso di studenti appena usciti da Scienze politiche.
«Stavo dicendo: le parole saranno i vostri strumenti, ma si riveleranno strumenti inutili se non avrete nulla da dire! La cosa più importante è avere delle idee! Dei desideri! Delle convinzioni! Ed è QUESTO ciò che cercheremo insieme. La VOSTRA unicità, la VOSTRA sensibilità, la VOSTRA maniera di concepire il mondo.»
Ma ci crede davvero?, si domanda Lilou.
Si rende conto di dove si trova?
In un angolo di deserto in cui nessuno vuole più abitare, lontano da tutto, dalle strade e via dicendo… praticamente niente medici, negozi, scuole, bambini, se ne è accorta o no? Ci sono soltanto vecchi, qualche olandese e qualche parigino che si vuole godere la campagna part-time. Una delle aree bianche più estese di tutta la Francia, dove la copertura di rete a tratti è completamente assente. E dove non c’è nessun futuro.
Lilou sa che cosa avrebbe voluto risponderle…
In questi paesini che lei attraversa la mattina, cara signora, la disoccupazione passa di padre in figlio, perché di lavoro non ce n’è più. Da nessuna parte, per nessuno. Né per i giovani né per i vecchi, figuriamoci…
Così d’un tratto vorrebbe che se ne andasse, che scomparisse insieme alle sue belle idee che sembrano solo una fregatura. Ma mentre Lilou rimugina, Fortin prosegue nella presentazione:
«L’impegno, il vostro impegno, deve cominciare dal corpo. Faremo degli esercizi simili a quelli che fanno gli attori di teatro. Lavoreremo sullo sguardo, sulla fiducia nel compagno, sul volume della voce. Il vostro corpo è il vostro strumento di lavoro. È lui che trasmetterà le vostre emozioni e che le susciterà nelle persone che vi ascoltano. Ok?»
«Ok!»
Lilou non risponde. Le manca il fiato. È stupita di essere lì e ascoltare quelle parole.
Per tutte queste prime lezioni ha la sensazione che Agathe Fortin parli a delle persone immaginarie, e non a loro. Solo Farouk sembra essere a proprio agio. Molto più degli altri tre messi assieme, comunque. Viene da molto lontano, dall’altra parte dell’Europa, ma a Istanbul andava a teatro, mentre loro non ne hanno mai visto uno. Il teatro più vicino è a oltre sessanta chilometri da lì…
Hanno spinto banchi e sedie contro le pareti. Con un gessetto la prof ha tracciato un rettangolo di scena sul pavimento, e i ragazzi vi si sono sistemati.
Iniziano a prendere possesso dell’aula, camminando in tutte le direzioni. Poi corrono, saltellano, si rannicchiano imitando le anatre, camminano lateralmente, strusciano i piedi per terra, infine marciano a grandi falcate. Sembrano dei veri idioti. Lilou non ci può credere.
Si dividono in coppie. Uno ha gli occhi bendati, l’altro ha il compito di guidarlo indirizzandolo soltanto con la pressione della mano. Poi devono lasciarsi cadere a peso morto come una barca in balia delle onde sballottata da un braccio...




