Ovejero | La seduzione | E-Book | www2.sack.de
E-Book

E-Book, Italienisch, 225 Seiten

Reihe: Intrecci

Ovejero La seduzione


1. Auflage 2019
ISBN: 978-88-6243-458-4
Verlag: Voland
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark

E-Book, Italienisch, 225 Seiten

Reihe: Intrecci

ISBN: 978-88-6243-458-4
Verlag: Voland
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark



Ariel Hernández è uno scrittore cinquantacinquenne di una certa fama ma in piena crisi creativa. Disincantato e cinico, è alle prese con una causa di divorzio, non fa vita sociale e ha ormai abbandonato le amicizie di un tempo. Tra le poche persone che ancora lo sopportano c'è il giovane David, aspirante scrittore introverso e irrequieto, che sembra riconoscere in lui un mentore, una guida, e sfida il suo cinismo. Un giorno David è assalito e brutalmente picchiato da alcuni sconosciuti che lo lasciano quasi in fin di vita, e il ragazzo che si risveglia dal coma si rivela un estraneo ossessionato da un unico pensiero: trovare i suoi aggressori per vendicarsi. Ariel viene coinvolto in questo inquietante progetto e trascinato in una spirale di violenza all'apparenza inarrestabile. Non tutto però è come dovrebbe essere: tra un presente indefinito e un passato da risolvere realtà e finzione si intrecciano, si rincorrono e troppo spesso si scambiano di posto.

Nato a Madrid nel 1958, è vissuto in Germania e poi a Bruxelles, dove risiede attualmente, conciliando per lungo tempo il lavoro di interprete con quello di scrittore. La sua produzione letteraria comprende vari generi: sia racconti, Cuentos para salvarnos todos (1996) e Come sono strani gli uomini (Voland 2003), che romanzi, fra cui Nostalgia dell'eroe (Voland 2005) e Huir de Palermo (1999). Vanno menzionati anche i libri di viaggio, Bruselas (1996) e Cina per ipocondriaci, quest'ultimo insignito del premio Grandes Viajeros nel 1998 (uscito in italiano per Feltrinelli). Con la raccolta di poesie Biografía del explorador ha vinto il premio Ciudad de Irún nel 1993. È stato anche insignito del prestigioso premio Primavera per il romanzo La vita degli altri (Voland 2008). I suoi libri sono tradotti in francese, tedesco, portoghese e olandese. http://www.ovejero.info/
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IO


Ho le mani grandi e i piedi piccoli. Ho sempre odiato i miei piedi; io avrei bisogno di piedi da statua di marmo; anche se spesso gli scultori si dimenticano dei piedi. Guardate le mani del David di Michelangelo, guardate quelle di Mosè, così sono le mie mani, fatte per cingere, con tendini forti, vene marcate come radici che si allungano sopra la terra. Vedi queste mani e sai che appartengono a qualcuno che può modellare la sua vita come argilla. Sono mani da contadino, da guerriero acheo, da metalmeccanico. Ho dovuto farmi fare una tastiera su misura per il computer, stanco che le mie dita premessero due tasti alla volta, stanco di correggere errori, mentre io non voglio scrivere come un giardiniere dilettante che se ne va in giro con le sue forbicine a tagliare un’infiorescenza secca, ad ammazzare con i suoi ditini gli afidi, a correggere con un sostegno il ramo del roseto che cresce nella direzione sbagliata. I miei romanzi non sono serre per vecchi, ho sempre voluto scrivere come chi debba arare un campo immenso, avanzare contro gli ostacoli, smuovere la terra con accanimento, avere davanti a me un’estensione informe e senza significato a cui darò vita. Mi piace sudare, che mi facciano male i muscoli – non le articolazioni, i muscoli! – stendermi esausto a letto senza essermi fatto la doccia né messo il deodorante. I miei romanzi non sono... ah, sì, lasciatemi usare la parola, e poi pensate di me quello che vi pare, i miei romanzi non sono frociaggini raffinate, io non canto la brezza o il crepuscolo, ma la tempesta e un sole che fa venire le vesciche, le mie storie d’amore sono esercizi di lotta libera, corpo a corpo che, se finiscono a letto, è più per la stanchezza che per il desiderio o la tenerezza. Sì, sì, sì, anch’io ho scritto poesie, ma lasciatemi sintetizzare quell’attività con l’antico proverbio: la carne è debole. Uno come me, non so se ve ne state facendo un’idea, avrebbe bisogno degli stivali delle sette leghe, o almeno delle scarpe di don Cabra.

Però ai miei genitori è successo come a tanti scultori, non hanno dato importanza ai miei piedi. Si sono presi la briga di produrmi, ma hanno dimenticato la parte inferiore. Un ridicolo numero quaranta. Prima che vi affrettiate a trarre conclusioni: gli studi più recenti non dimostrano una chiara correlazione fra la grandezza del piede e quella di altre parti del corpo maschile. Ma è sempre umiliante avere piedi così piccoli, così sproporzionati rispetto ai polpacci e alle cosce, con un torace che accoglie polmoni in grado di inalare tremila centimetri cubi d’aria in una volta sola. Avrei potuto abbattere con un soffio l’ultima casa dei tre porcellini. Il lupo non sarebbe morto bollito se mi avesse chiamato in suo aiuto.

Però i miei piedi. Li guardo dal mio metro e ottantanove, e mi meraviglia che uno come me possa camminare su quei due moncherini: sono piedi da donna. Da bambino avrei voluto essere Godzilla, sperimentare il piacere di schiacciare persone, auto, autobus, palazzi, sotto le piante dei piedi. Già adolescente, compravo scarpe numero quarantadue, perché volevo credere che i miei piedi fossero cresciuti più lentamente del resto del corpo e che se li avessi fatti stare comodi avrebbero finito per raggiungere la loro grandezza naturale. Non mi piacevano le lezioni di nuoto perché pensavo che tutte le medaglie che vincevo non potevano distogliere gli sguardi della gente da quei piedi che tentavo di nascondere sfregandoli alternativamente sul dorso di una gamba. Soltanto quando cominciai a praticare – prima della lesione all’orecchio – la pesca subacquea, mi sentii a mio agio con i miei piedi: la grandezza delle pinne mi sembrava rispondere molto meglio alle necessità del mio corpo.

Nient’altro, per il resto, da rimproverare a questo guscio mortale. Non obbedisco a nessun canone di bellezza, ma nessuno mi definirebbe brutto e, soprattutto, nessuno si dimenticherebbe di me dopo avermi visto. Sì, il mio naso è troppo prominente, le mie labbra troppo carnose, le orecchie così vicine al cranio che si potrebbe pensare che l’anfibio da cui provengo non abbia finito di evolversi in homo sapiens, e la mia fronte sembra essere continuamente corrucciata per due rughe da leone che non potrei spianare neanche con un litro di botox. Il mio fascino non risiede nell’armonia, ma nella forza. E, a parte le avarie provocate in quella forza dalla mia temerarietà o dalla mia imprudenza, la macchina risponde con un’affidabilità da blindato tedesco. Non ricordo l’ultima volta che sono stato malato. Non vado mai dal medico per un controllo (anche se vi confesserò una debolezza: svengo per le analisi del sangue. Perciò non me le faccio).

Capisco che David si sentisse attratto da me; lui veniva da una casa in cui alzare la voce provocava immediatamente una smorfia di fastidio, in cui nessuno sbatteva nei mobili e, quando versavano il vino, Eduardo, e anche Rosa, una delle poche cose che non mi piacevano di lei, giravano leggermente il polso per evitare che una goccia potesse cadere sulla tovaglia. Per riassumere la differenza: a casa mia non ci sono tovaglie. È chiaro che capivo che David desiderasse fuggire da quell’ambiente ovattato e affabile come un ospedale geriatrico: era nell’età in cui ci si sente compressi, non solo nella società e nella famiglia che ci sono toccate in disgrazia, ma perfino nel proprio corpo, e si ha bisogno di uno spazio in cui espandersi e provare a essere sé stessi, vale a dire un altro, chi non si è e, con un po’ di fortuna, chi si potrebbe ancora essere. Il fatto di lasciarsi cadere sulla poltrona lo sentiva sicuramente già come un atto di ribellione, un modo di sfuggire alle norme non scritte della sua famiglia.

Per molto tempo sono stato orgoglioso per aver dissuaso David dal diventare scrittore. Stavamo bevendo una birra in un caffè-libreria a La Latina che si può raggiungere a piedi in pochi minuti da casa mia. Mentre aspettavamo che arrivasse la cameriera, David osservava i libri che ci circondavano su alcuni scaffali. Ormai i caffè non sono caffè, e le librerie non sono più librerie, gli dissi, anche se subito dopo mi sentii a disagio per aver detto una di quelle frasi che denotano invecchiamento: l’avverbio “ormai” mi tradiva. Parlare di “prima” come se fosse superiore a “adesso” è un sintomo inequivocabile che sei diventato un vecchio ridicolo.

La cameriera era una ragazza minuta che spuntava a stento dal bancone. Credo che fosse la proprietaria, e aveva la svogliatezza dei giovani che aprono un’attività ma in fondo, passata l’eccitazione di essere diventati imprenditori, avrebbero preferito continuare con l’università o rimanere disoccupati. Quando finalmente ci portò il caffè, David ci mise un paio di cucchiaini di zucchero, lo girò con impazienza, bevve quella cosa dolciastra in due sorsi, come se dovesse andare a un appuntamento a cui rischiava di arrivare in ritardo. Sembrava trattenere il respiro.

Sto pensando di diventare scrittore.

Non si diventa scrittore, e tanto meno si pensa di diventare scrittore; o si è scrittore o non lo si è.

Dico sul serio.

Anch’io.

Già scrivo.

Prima notizia.

Racconti, poesie, cose così.

Allora scrivi, se non puoi farne a meno. Ma non diventare scrittore. Perché cazzo vuoi fare lo scrittore? Oggi nessuno sano di mente vorrebbe fare questo mestiere. Fa’ il dj, crea arte digitale, o almeno scrivi sceneggiature cinematografiche.

I suoi occhi persero l’inquietudine che avevano mostrato fino a quel momento, e sembrò che soltanto allora cominciasse a respirare. David aveva la risposta già pronta, non la improvvisò in quel momento, sebbene fingesse di pensare mentre portava a spasso lo sguardo per le costole dei libri che ci circondavano.

Perché la finzione è l’unica cosa che può trasformare la realtà. Cioè: la finzione ha più sostanza della realtà. Il mondo che si crea con l’arte è più duraturo di quello materiale.

Adesso te ne uscirai con la storia che la realtà non esiste.

Perché è così.

La postmodernità è una maledetta piaga.

La finzione crea la realtà.

Ah, sì? Se immagino di uccidere Hitler, rendo impossibile l’olocausto?

L’olocausto è esistito soltanto perché l’antisemitismo si reggeva su una potente finzione, disse, soddisfatto perché la sua risposta mi aveva lasciato per qualche secondo senza sapere cosa dire.

Siamo troppo comprensivi con chi ha vent’anni perché ci ispira tenerezza quell’innocenza che noi adulti perdiamo lungo la strada. Però la frase idiota sulla realtà che non esiste l’ho sentita anche da scrittori adulti, da intellettuali che non si affacciano su nessuna realtà che non sia la debole trama dei loro romanzi e la vacua rappresentazione di congressi e festival, mocciosi viziati che credono che il computer sia il mondo.

Vuoi il mio consiglio?

Certo.

Diventa banchiere.

Banchiere.

Sì, banchiere.

David rise con quel suo modo di ridere che consisteva nel sorridere ed espellere contemporaneamente aria dal naso in brevi raffiche quasi silenziose.

Io, banchiere.

Non è la finzione che crea la realtà; è la realtà che, cambiando, crea la finzione. E i banchieri hanno trasformato il mondo più degli scrittori.

In peggio.

Non lascerei il mondo nemmeno nelle mani degli scrittori. Sul serio: perché vuoi fare lo scrittore? Guarda me, meglio, guarda tuo padre. Vorresti assomigliare a tuo padre? E nemmeno a me.

Touché.

David si adagiò sulla sedia. Non mi parlò mai più delle sue ambizioni letterarie. Vale a dire, me le nascose. Perché...



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