E-Book, Italienisch, 462 Seiten
Reihe: Sotterranei
Otto Camere oscure
1. Auflage 2024
ISBN: 978-88-3389-595-6
Verlag: minimum fax
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark
E-Book, Italienisch, 462 Seiten
Reihe: Sotterranei
ISBN: 978-88-3389-595-6
Verlag: minimum fax
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark
Cymbeline Kelley vaga per il suo studio, distrutto da un incendio provocato dalla donna che avrebbe dovuto occuparsi della casa per consentirle di portare avanti la sua carriera di fotografa. Amadora Allesbury crea un mondo carico di colori e di leggerezza, nel tentativo disperato di far rivivere la gioia collettiva che la prima guerra mondiale ha spazzato via. Clara Argento trova la propria voce lavorando a fianco dei rivoluzionari socialisti in Messico. Lenny van Pelt è una bellissima modella che si trova molto più a suo agio fotografando le cittadine deserte della campagna francese che sfilando in passerella. Miri Marx ha girato il mondo scattando foto ma adora la sua vita tranquilla di moglie e madre, in un appartamento di New York. Le loro storie, ispirate alla vita di alcune tra le più grandi fotografe del Novecento, da Imogen Cunningham a Tina Modotti, compongono un affresco affascinante dei conflitti che le donne sono costrette a fronteggiare e delle scelte che compiono. Con lo stesso sguardo equanime che aveva sancito il successo internazionale del suo primo romanzo, Una trama di fili colorati, Whitney Otto costruisce un ritratto collettivo, documentato e partecipe: una galleria di donne straordinarie sospese tra la vita pubblica e quella privata, tra ciò che è visibile all'occhio e ciò che rimane nascosto alla vista, tra il richiamo della maternità e della vita familiare e l'esigenza di inseguire e realizzare il proprio sogno artistico.
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Parte 1: America
Il terzo incendio appiccato da Mary Doyle, 1917
La cucina odorava di legna bruciata e acqua. Cymbeline chiuse gli occhi e si immaginò con Leroy mentre smontavano l’accampamento in una fresca mattinata nelle Olympics, mentre l’acqua del fiume inondava i resti del fuoco della colazione, prima di partire per una giornata di fotografia e pittura, e a volte per stare semplicemente sdraiati nell’erba dolce, senza fare nulla. Il loro primo anno di matrimonio era stato costellato di questi piccoli viaggi nella bellezza solitaria che circondava la Seattle di inizio Novecento: Cymbeline e Leroy – un marito nudo che faceva da modello nel bel mezzo della natura per la moglie incinta – mantenevano la promessa reciproca di non essere come tutti gli altri. In effetti, era proprio questo l’argomento che lui aveva usato per convincerla a sposarlo, quando le aveva scritto per la prima volta quattro anni prima, nel 1913, mentre si trovava ancora a Parigi.
Il 1913 era l’anno in cui Leroy aveva cominciato a viaggiare e a dipingere, innamorandosi a tal punto della sua nuova vita in Europa che, quando un amico comune lo aveva messo in contatto con Cymbeline – una fotografa di Seattle con uno studio piuttosto apprezzato che le avrebbe consentito di mantenersi se avesse rinunciato a ogni lusso – si innamorò anche di lei.
Lo scopo originario della corrispondenza tra Leroy e Cymbeline era l’organizzazione di una piccola mostra americana dei suoi lavori, finché a un certo punto il contenuto delle loro lettere era passato con naturalezza dalla logistica della mostra a qualcosa di più personale. Era inevitabile che il pittore e la fotografa che considerava la fotografia una forma d’arte trovassero rapidamente un terreno comune, ciascuno eccitato da una continua conversazione su carta che sembrava così confortevole e naturale. Tutti quei mesi di idee ed entusiasmi condivisi erano inebrianti; era lusinghiero sentirsi dire che lei lo capiva così bene. Sei un’artista, le aveva detto. Le aveva detto: sei proprio il mio tipo.
Lei amava i suoi quadri. Lui amava le sue fotografie. Eppure, rimase sconcertata quando le scrisse:
Cymbeline ricordava il calore dello studio mentre leggeva quelle parole, la lettera di Leroy in una mano e nell’altra un bicchiere di tè freddo che si premeva sulla fronte. Era come se la confessione del vuoto e del desiderio che Leroy provava avesse amplificato il caldo nella stanza perché arrivava a incidere sulla sua stessa brama. Non era rassicurante provare tanto desiderio, e lei lo sapeva bene.
Doveva raggiungerlo, le scrisse, avrebbero vissuto in Italia e, aggiunse,
Le passarono per la mente un milione di immagini dell’Italia: rovine e chiese, ulivi, fontane, dolci colline e il mare. Loro due immersi nei fiori selvatici fino alla vita. Un paese dalle sfumature bianco ostrica, grigio fumo, verde polveroso, oro brillante del Nuovo Mondo, rosso sangue e quel mare blu, blu, che oziava sotto il cielo azzurro. Il capriccio dei palazzi veneziani e gli schiavi di Michelangelo che spingevano la pietra, le macchine da sogno mai realizzate da Leonardo. Leroy le aveva scritto:
Soppesò quella proposta in relazione al proprio studio. La soppesò pensando al suo piccolo punto d’ingresso nell’arte americana, effetto della sua prima mostra, anche se il tono paternalistico dei critici maschi nel dire che le sue opere erano «piacevoli» l’aveva un po’ ferita. Mise sul piatto della bilancia il suo presente e il suo futuro; pensò al matrimonio (cosa cui pensava raramente) e ai figli (cosa cui pensava spesso). Soppesò la sua istruzione (era la prima della famiglia a essersi laureata in chimica e in tedesco), il suo aspetto fisico (era minuta, con i capelli ricci rossi e indisciplinati, occhiali con la montatura di metallo e un bel corpo, anche se leggermente a pera), il suo aspetto valorizzato dall’intelligenza, dalla curiosità e dalla disponibilità ad accettare la complessità insita nella maggior parte delle cose. Ma quanto alla bellezza, il massimo che poteva vantare era un aspetto particolare, in cui qualcuno forse sarebbe stato felice di imbattersi. Soppesò le sue possibilità professionali e la consapevolezza che l’America non era ancora al passo con le ambizioni delle donne. Soppesò il fatto che lei e Leroy non si erano ancora mai incontrati, faccia a faccia.
Aveva ventinove anni.
Oltre all’odore di falò spento, in cucina si avvertiva l’aroma di cotone e vernice bruciati, un sentore sfrontato e tossico. I vetri delle finestre apparivano leggermente alterati, come se fossero stati ammorbiditi dalle alte temperature.
I danni subiti dalla cucina non erano nulla in confronto a quelli della stanza con la quale condivideva una parete: la camera oscura, lo studio di Cymbeline. Il pavimento di legno e i detriti scricchiolavano sotto i suoi stivali, anche se la distruzione non era completa; il danno era notevole ma selettivo. Nel complesso, il contenuto della stanza pareva irrecuperabile, finché i suoi occhi non si abituarono a quello spettacolo scioccante. Dovette resistere all’impulso di scivolare a terra in mezzo ai resti e di abbandonarsi alle lacrime, perché sapeva che avrebbe avuto grosse difficoltà a rialzarsi, sia in senso figurato che letterale: era all’ottavo mese di quella che era stata, e continuava a essere, una gravidanza difficile.
Tutto questo mentre Leroy era nello Yosemite a dipingere, e Cymbeline non era più in grado di accompagnarlo come aveva fatto durante il primo anno di matrimonio. Perfino quando era incinta di Bosco, il loro primogenito, che ora aveva due anni, era riuscita a stargli al passo, a fotografarlo nudo mentre posava nella foresta o accanto a un lago (si diceva che avesse «inventato il nudo maschile» in riferimento a quelle fotografie della luna di miele). Una delle più riuscite era quella in cui lui posava come Narciso, sedotto dal suo bellissimo riflesso. Tutto ciò era avvenuto durante la sua fase pittorica, quando credeva che le fotografie potessero imitare i dipinti.
Il suo approccio alla fotografia alla fine era cambiato, ma Leroy era rimasto lo stesso. Il suo modo di essere sempre concentrato su di sé, che si era mascherato da fascino al tempo in cui avevano cominciato a frequentarsi, ormai era un dato di fatto accettato del loro matrimonio.
In primavera, quando Bosco era ancora molto piccolo (era rimasta incinta così in fretta!), Leroy partì per un viaggio di un mese, seguito da un viaggio di due mesi in estate, «l’unico periodo utile per lavorare nelle San Juan», insisteva a dire. Lei comprese e si adeguò, rimanendo da sola a gestire Bosco, la casa, la fotografia e a scrivergli lettere d’amore.
E così la vita andò avanti, con Leroy che aveva bisogno di «andarsene» per la sua arte (parlava già di trascorrere dieci settimane a dipingere paesaggi marini lungo la costa della California settentrionale, alla fine di agosto) mentre lei restava a casa con Bosco, la gravidanza difficile, l’ancor più difficile Mary Doyle e la casa, ormai parzialmente bruciata.
Nei giorni migliori, Cymbeline fotografava Bosco mentre esplorava i fiori del giardino poco curato (lei non aveva tempo di occuparsene). Il bambino rovesciava l’acqua addosso al gatto. Pizzicava un insetto tra le dita piccole e forti, vicino a una vecchia scarpa abbandonata. Mangiava un panino che aveva fatto cadere in terra. A volte dormiva nudo al sole, e lei lo fotografava anche in quei momenti. Bosco la teneva stretta a sé con il suo amore e le sue esigenze pratiche: le fotografie che gli scattava non erano tanto l’espressione del desiderio materno di registrare la vita di suo figlio, quanto la conseguenza di quella incessante vicinanza.
Qualcuno le mandò una rivista con delle fotografie di Elliot e Andrs, fotografie di uomini che conosceva, con cui aveva lavorato, uomini che avevano amanti, muse, assistenti e mogli – un’infinità di donne a cui delegare qualsiasi cosa, fotografie che non aveva tempo di studiare perché Bosco piangeva. Perché Bosco doveva mangiare. Perché Bosco non aveva fatto il riposino, forse a causa di un raffreddore in arrivo che l’avrebbe tenuto sveglio per tutta la notte.
Poi c’erano i pochi clienti che vedeva ancora, e che andavano a sommarsi alle richieste dalle quali era travolta: poteva organizzare una seduta? Poteva ritoccare il negativo per, insomma, sistemare un po’ la foto? Quando avrebbe consegnato le stampe o quando avrebbero potuto ritirarle? Eppure, nonostante tutto questo, amava ancora così tanto il suo lavoro che quell’amore quasi la uccideva. Le macchie chimiche sulle dita avevano per lei più valore dei diamanti.
Scriveva a Leroy:




