Omizzolo / Singh | Il mio nome è Balbir | E-Book | www2.sack.de
E-Book

E-Book, Italienisch, 144 Seiten

Reihe: Storie

Omizzolo / Singh Il mio nome è Balbir


1. Auflage 2025
ISBN: 979-12-5979-352-2
Verlag: People
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark

E-Book, Italienisch, 144 Seiten

Reihe: Storie

ISBN: 979-12-5979-352-2
Verlag: People
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark



Almeno sedici ore al giorno, sette giorni alla settimana, 365 giorni all'anno, il tutto moltiplicato per sei anni. A soli ottanta chilometri da Roma, nell'Agro Pontino, Balbir ha lavorato in condizioni di schiavitù per una retribuzione che variava tra i 50 e 150 euro al mese. Per mangiare, rubava il cibo che il padrone italiano gettava alle galline e ai maiali. Un inferno vissuto in un Paese democratico che afferma di essere fondato sul lavoro. Balbir ha però deciso di non rassegnarsi e di ribellarsi, di combattere per la sua e la nostra libertà e dignità, rischiando la vita più volte. Un uomo in rivolta, come direbbe Camus, la cui lotta ed esempio sono il più grande antidoto contro ogni forma di razzismo, fascismo, violenza, sfruttamento e schiavismo. Lui è Balbir Singh, un bracciante indiano, e questa è la sua storia.

Marco Omizzolo - Sociologo Eurispes, presidente di Tempi Moderni, docente a contratto di Sociopolitologia delle migrazioni alla Sapienza, dipartimento di Scienze Politiche, lavora su mafie, sfruttamento, tratta internazionale, caporalato e schiavitù contemporanee. Nel 2019 è stato nominato, dal Presidente Mattarella, cavaliere della Repubblica per meriti di ricerca e impegno contro lo sfruttamento lavorativo. Ha pubblicato Sotto padrone (Fondazione Feltrinelli 2019), La quinta mafia (RadiciFuture 2021), Per motivi di giustizia (People 2022), Laboratorio criminale (People 2023) e numerosi altri libri. Da anni vive sotto tutela delle forze dell'ordine per le numerose minacce di morte subite.
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Introduzione

Alcune volte torno col pensiero a quando ero uno schiavo. Uno schiavo vero. Una di quelle persone che vivono solo per lavorare, che non conoscono giustizia, libertà, democrazia. Io sono stato schiavizzato, ridotto alla fame, picchiato e umiliato. Non in India, da dove provengo. In Italia. Esattamente a Latina, a meno di cento chilometri da Roma e dal Vaticano.

Questi ricordi riemergono improvvisamente. Come un fulmine a ciel sereno. Può accadere d’estate, dopo aver terminato di lavorare nelle campagne della provincia di Latina. Oppure d’inverno, quando piove e incontro per strada, il mattino presto o la sera tardi, qualche bracciante come me pedalare dopo dodici, quattordici o anche sedici ore passate sotto qualche serra a raccogliere gli ortaggi che gli italiani comprano ogni giorno. Quando ho la schiena piegata nei campi dell’Agro Pontino non ho il tempo per riflettere, ragionare, razionalizzare quanto ho vissuto. La fatica di un bracciante è tanta, i ritmi serrati, e intorno a me ci sono troppi compagni di lavoro. Ancora oggi faccio il bracciante, ma con un regolare contratto e insieme a persone di diverse nazionalità tra le quali c’è grande rispetto.

Quando finisco, mi fermo un po’ di tempo nella piazza centrale di Pontinia. Ci arrivo in bicicletta. Mi prendo qualche ora per stare con me stesso, ma nel contempo mi trovo al centro del paese, dove tutti mi possono vedere e io mi sento parte di una comunità.

Mi hanno detto che questa città è stata fondata durante una dittatura chiamata fascismo. Non conosco la storia italiana. So che non amo le dittature, questo è certo. Sotto una dittatura le persone stanno male, manca la libertà e i padroni comandano. Ora, però, questa città è bella. Molto bella. Intorno a me vedo bambini giocare, adulti passeggiare, bar pieni di gente, il teatro Fellini e tanti giovani che camminano tenendosi per mano e a volte si baciano, in piedi, a pochi passi da me. Eppure, a me pare che amandosi non ci siano per nessuno. Sono italiani, indiani, bangladesi, pakistani, africani. Sono donne e uomini, persone libere.

La libertà è il bene più prezioso. Lo dico con cognizione di causa, credimi. Io so cosa si prova quando intorno, sopra e dentro te, tutto diventa nero. Quando ti tolgono la libertà e la tua vita diventa proprietà di qualcuno, cadi nel buio. Vivi nel buio. A volte diventi quel buio. A quel punto, può sembrare di avere solo due strade davanti: continuare a vivere senza luce oppure morire.

Ho scoperto, però, che quando cammini sull’orlo di un precipizio non devi guardare né indietro né in basso. Devi guardare te stesso. Per questa ragione devi fermarti, respirare lentamente, parlare, se puoi, con un amico o coi tuoi figli, guardare il cielo e magari piangere. Ho imparato che piangere fa bene. Piangono le persone coraggiose. I pavidi e i padroni, invece, non piangono mai. I primi scappano, i secondi urlano e picchiano.

Solo quando i battiti del tuo cuore rallentano, intravedi una terza via: resistere. Anzi, meglio: resistere e lottare. Anche se devi lottare contro tutti e forse anche contro te stesso, tu lotta. Se è per la tua libertà, tu lotta. Se è per il tuo diritto a esistere, tu resisti e lotta. Non pensare di essere morto. Io ho capito che un uomo, quando ha una ragione per lottare, ha una ragione per vivere. Se lotti davvero, non muori mai. Resistere è, secondo me, la risposta giusta, e la rivolta è la strada da percorrere insieme.

Anche se, in realtà, c’è pure una quarta opzione. Puoi infatti decidere di diventare come il tuo padrone. Puoi iniziare a pensare come vuole lui, fare quello che ti ordina senza fiatare, ammirarlo, vederlo non più come uno che ti priva del tuo diritto alla vita, ma come uno che ti sta insegnando a vivere. In fondo, “padre” e “padrone” hanno la stessa radice etimologica. Alcuni miei connazionali hanno fatto così. Si sono arresi. È una strategia difensiva, oppure di sopravvivenza. Hanno vissuto per anni sotto padroni per diventare alla fine come loro, al punto da sfruttare dei connazionali fino alla morte. Lo trovo inaccettabile.

Io vorrei che nessun uomo, donna o bambino vivesse quello che ho vissuto io. Tutto qui. Invece nel mondo ci sono i ricchissimi e gli schiavi. In Italia come in India, intendiamoci. Per questa ragione, ho scelto un’altra strada. Ho voluto resistere e lottare. Resistendo, sono rimasto me stesso. Mi sono voluto bene. Ho puntato tutto su di me. E ora posso dire che ho fatto la scelta giusta. Ho vinto io. Questo è motivo di grande orgoglio per me.

Secondo i miei familiari, che risiedono ancora nel Punjab, penso troppo agli anni in cui sono stato uno schiavo. Forse hanno ragione. Non posso farci nulla, però. Devo pensare a quanto ho vissuto per dare un senso alla mia vita attuale, dirmi che sono stato bravo perché sono tornato libero e perché sono riuscito a dare all’Italia qualcosa in più delle mie sole braccia. Ho lottato per la mia libertà. Sono convinto che quando un uomo combatte per la propria libertà, combatte per la libertà di tutti, nessuno escluso. Per la libertà di tutti gli uomini e le donne del mondo. Se posso essere un esempio per qualcuno che vive ancora in schiavitù, vuol dire che non ho sofferto invano, non sono nato invano. Per questa ragione, voglio ricordare e raccontare. Ricordare significa rivivere ma anche non dimenticare, e raccontarti la nostra storia forse può aiutare a smuovere le coscienze delle brave persone per lottare insieme e ribellarci, proprio come abbiamo fatto noi due.

Ogni volta che parlo della mia vita con te, caro Marco, piango e sorrido. Piango dentro, è chiaro. Come dite in Italia? Mi commuovo. Un velo di tristezza avvolge il mio cuore, misto però a un orgoglio profondo per ciò che abbiamo fatto insieme. E anche se parlarne diventa faticoso, è importante farlo. Dobbiamo far capire a quante più persone possibili che ancora oggi, a un metro dalle loro case, ce ne sono altre che non sono libere, che lavorano sotto padrone, sfruttate, dopate, schiavizzate, che rischiano il suicidio, di perdere un braccio o di essere stuprate. Schiavi. Non temo di usare questa parola: schiavi. Io ero uno di loro. Io ero uno schiavo. Ma non tanto per dire. Non sto esagerando. Se mi domandi se oggi in Italia esistono gli schiavi, la mia risposta è chiara: io lo sono stato. Uno schiavo vero. Mi mancava solo la catena attaccata al piede. Sei anni schiavo. Una vita, se ci pensi. è come se avessi vissuto sei anni nella pancia di un coccodrillo. Un’esperienza durissima, che a volte mi ha fatto sentire un oggetto e non un uomo. Però anche noi schiavi abbiamo un Dio, un padre, una madre, e a volte una moglie e dei figli. Siamo persone povere, emarginate, affamate. Ma non siamo pecore, sassi o scarpe rotte. Meritiamo rispetto. Gli schiavi sono resi tali dai padroni, ma nascono liberi e come tali restano, nonostante le catene e le vostre ipocrisie.

Parlare con te significa aprire il mio cuore come non farei con nessuno. Neanche con mia moglie. A te affido la mia storia, le mie sofferenze, confidenze e i miei desideri. Per questo, tu che come me hai sperimentato la povertà e lo sfruttamento, che hai scelto di essere al mio fianco e accanto ad altre decine di persone schiavizzate di varie nazionalità, hai il compito di scrivere e diffondere le mie parole a chi avrà la pazienza di leggerle per viverle con passione e impegno ogni giorno. Racconta quello che abbiamo patito e gioito insieme. Due uomini diventati fratelli. Tu sarai la mia mano e io le tue parole.

Sarà difficile raccontarti tutti i desideri che ho dovuto tradire per sopravvivere, le lacrime che ho pianto mentre pensavo di farla finita, la violenza che ho subìto, le bottiglie di whisky che ho scolato in solitudine durante le lunghe notti passate dentro la roulotte del padrone, le sue urla e quelle dei suoi familiari, l’indifferenza dei tanti italiani che ho incontrato e la fame che ho provato. Tanta fame.

Alcuni giorni non mangiavo. Bevevo e basta. Dicono che la fame faccia diventare invisibili. Io non credo. Non lo credo affatto. La fame ti fa compagnia. In alcuni momenti, ti fa sentire vivo. Se hai fame, significa che respiri ancora. Certo, chi ha fame è sempre una persona molto povera. I padroni non hanno mai fame. Hanno il problema opposto: frigoriferi sempre troppo piccoli, cibo ovunque e tanto vino. Io un frigo, quando ero schiavo, non l’ho mai avuto. Non avevo neanche la corrente elettrica. Figuriamoci una doccia, una cucina o il condizionatore. Avevo solo fame. Io ero la mia fame. Più lei si faceva sentire, più io le parlavo. Era divenuta una specie di amica. Dicevo a me stesso e a lei che non avrei mollato, che mi volevo bene, che l’avrei saziata, che Dio mi guardava e aveva pietà delle persone come me, che il mondo non poteva essere quello che stavo conoscendo e che gli uomini non potevano essere tutti come il mio padrone. Sapevo che se riuscivo a resistere, prima o poi la libertà sarebbe arrivata. Alla luce della mia esperienza, penso di aver capito una cosa: anche nella notte più buia, la libertà ti ascolta. Ti ascolta sempre.

Sai alcune volte cosa facevo? Urlavo il mio nome. Lo facevo soprattutto di notte, dopo aver attraversato i terreni dell’azienda agricola in cui lavoravo per evitare di essere ascoltato dal padrone. «Il mio nome è Balbir Singh» gridavo. Lo ripetevo anche dieci volte. Senza rabbia, odio o disprezzo. Ricordavo a me stesso il mio nome, lo ricordavo al cielo sopra me e alle sue stelle, alle vacche e ai vitelli che sentivo muggire, forse anche al padrone, che però...



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