E-Book, Italienisch, 120 Seiten
Reihe: Amazzoni
Nothomb L'impossibile ritorno
1. Auflage 2025
ISBN: 978-88-6243-704-2
Verlag: Voland
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark
E-Book, Italienisch, 120 Seiten
Reihe: Amazzoni
ISBN: 978-88-6243-704-2
Verlag: Voland
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark
Nata a Kobe, Giappone, nel 1967 da genitori diplomatici, oggi vive tra Bruxelles e Parigi. Scrittrice di culto non solo in Francia - dove ha esordito nel 1992 con 'Igiene dell'assassino', il romanzo che l'ha subito imposta - pubblica un libro l'anno, scalando a ogni uscita le classifiche di vendita. Innumerevoli gli adattamenti cinematografici e teatrali ispirati ai suoi romanzi e i premi letterari vinti, tra cui il Grand Prix du roman de l'Académie Française e il Prix Internet du Livre per 'Stupore e tremori', il Prix de Flore per 'Né di Eva né di Adamo', e due volte il Prix du Jury Jean Giono per 'Le Catilinarie' e 'Causa di forza maggiore'. 'Sete', uscito in Francia nel 2019, è arrivato secondo al Prix Goncourt dello stesso anno. 'Primo sangue', suo trentesimo romanzo, si è aggiudicato il Prix Renaudot 2021 e il Premio Strega Europeo 2022. Tutti i suoi libri sono pubblicati in Italia da Voland.
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Sbornia analcolica: riscoprire una città frequentata nella propria infanzia vietandosi la nostalgia. Kyoto è cambiata pochissimo, l’unica cosa che ho dimenticato è la sua planimetria. Immaginatevi di tornare a Parigi e di ricordare i luoghi ma non la loro disposizione: “Vorrei andare al Louvre, ma non so più dove si trova.” Sono bombardata da emozioni senza fissa dimora.
Pep si ferma lungo il canale di Gion. Sull’altra sponda un airone attende la sua razione di cibo davanti alla finestra di un’osteria. La ristoratrice lo tiene buono dandogli di tanto in tanto degli avanzi. La scena ci affascina. Ci diciamo che se il trampoliere ha scelto quel locale un motivo ci sarà.
– Ho fame – mi comunica la mia amica.
Conosco Pep da un quarto di secolo. Quando ha fame non si scherza. Ritardare il momento del pasto può comportare conseguenze terribili. Attraversiamo il canale e alla fine riusciamo a scovare l’ingresso nascosto dell’osteria.
Una donna ci accoglie come se ci aspettasse da sempre. Incantata, Pep scopre i modi di fare giapponesi. Appena ci sediamo la padrona di casa ci porta il tè e dei tovaglioli profumati. “Ho la sfrontatezza di servirvi” dice alla mia amica che per fortuna non la capisce.
La taverniera ci spiega che ha un unico menu da proporci ma, se ci accontentiamo, non ce ne pentiremo. Accetto con gioia e inizia una processione di piatti uno più prelibato dell’altro. Sia benedetto quell’airone per averci segnalato il miglior ristorante di Kyoto!
Al di là della finestra il trampoliere in questione è impaziente. Pep vuole andare a dargli da mangiare, la taverniera la ferma:
– Quando avrò finito il turno gli porterò qualcosa. Non lo vizi, si prende già fin troppe libertà.
Sono io a tradurre. Non capisco tutte le parole ma colgo il senso generale. Fra l’altro più assaporo le portate di questo pranzetto delizioso più mi torna in mente il giapponese. La donna mi chiede da dove venga il mio kansai-ben – il dialetto della regione – perché in effetti ho l’accento di qui. Le racconto della mia infanzia, della mia tata.
– Dove abitava?
– A Shukugawa.
– Io sono di Nishinomiya! – esclama lei.
Siamo state dunque vicine di casa e chiacchieriamo come tali. Pep mi interroga sul senso della nostra conversazione. Visto che mi ha proibito la nostalgia invento di star parlando di politica.
Siamo le ultime clienti di mezzogiorno. Così assistiamo al pranzo dell’airone, che riceve sontuosi resti di cibo. L’animale ha il palato fine e ne è deliziato. È un piacere vederlo pascersi.
Alla locanda prendiamo possesso delle nostre camere tradizionali. Mi stupisco di ritrovare l’odore del tatami fresco. La mia amica, ormai convinta che io sia perfettamente bilingue, mi fa fare mille domande all’albergatore: il futon è antiacaro, il cuscino è di piume, eccetera? Per “acaro” giapponesizzo l’inglese bedbug. L’albergatore impallidisce all’idea che qualcuno possa sospettarlo di dare alloggio a simili ospiti. Sfioriamo l’incidente diplomatico, ristabilisco l’armonia come posso.
Andiamo a fare una passeggiata. Scende la sera. La nostalgia è un sentimento crepuscolare, la mia si fa sempre più spazio dentro di me. Scopro la gioia di non condividerla. Per quanto Kyoto sia senza dubbio una città fuori dal comune, per me resta innanzitutto un luogo della mia regione di appartenenza, le piccole lampade che si accendono davanti ai chioschi mi commuovono.
Le gambe ci portano verso le montagne che segnano il confine della città e scorgiamo un tempio che, a giudicare dalle statuette che lo ornano, è dedicato ai conigli. Pep, conigliofila irriducibile, si profonde in esclamazioni di meraviglia e mi fa notare:
– Finalmente un paese che dà al coniglio il posto che merita!
Mentre lei fotografa dozzine di lagomorfi scolpiti io mi lascio sopraffare da ondate di nostalgia. Ormai è buio, a illuminarci sono solo le lanterne del santuario e il tempo non esiste più. Ho quattro anni.
Nessuno viene a dirci che dobbiamo andarcene. C’è un orario di chiusura? A quanto pare si potrebbe anche passare la notte nel tempio dei conigli e Pep non chiederebbe di meglio. I giapponesi sono persone così rispettose che non immaginano nemmeno quali idee contorte possano nascere in un cervello europeo. Alla fine ci dissuade solo la presenza di altri occidentali.
Porto la mia amica in una taverna che ho individuato. Vi servono un autentico okonomiyaki. L’okonomiyaki, alla lettera “cosa cotta secondo il vostro onorevole gusto”, è, nonostante un simile nome, uno dei piatti più popolari. In Europa sta diventando ormai di moda, e questo può creare un equivoco: la gente trova chic mangiarne, mentre si tratta quasi di un cibo da fiera. La trattoria che ho scovato è rozza, dentro c’è puzza di fritto: contentissima, ordino due okonomiyaki e due birre locali. La taverniera non tarda a servirci e io assaporo deliziata il mio piatto: è tale e quale all’okonomiyaki che mi preparava la mia tata Nishio-San in cucina.
Dietro di noi alcuni ubriachi parlano a voce alta. Pep ha l’aria imbronciata, detesta visibilmente questo posto.
– Anche in Giappone ci sono dei buzzurri che sbraitano. Mi sembrava giusto che lo sapessi – le dico.
– D’accordo, adesso lo so. D’ora in poi puoi non trascinarmi più in luoghi simili.
La fatica del viaggio ha la meglio su di noi. Torniamo al ryokan, io crollo sul futon. Qualche ora dopo, svegliarmi per scrivere è dura: da questo punto di vista non è facile smaltire il jet lag. Affascinata dalla graziosa lampada di carta, ci riesco meglio. Il sole non tarda a sorgere.
Alle otto del mattino mi infilo lo yukata della locanda e raggiungo Pep che ha ordinato la colazione tradizionale in camera.
Quando entro, la mia amica è seduta al tavolino, servita da una giovane giapponese incantevole che le dispone davanti piatti laccati neri e rossi. È evidente che tutto questo le piace molto di più della taverna della sera prima. Mi siedo di fronte a lei, la ragazza toglie i coperchi dai piatti.
Pep scopre pesce essiccato, melanzane al miso, funghi marinati, un rotolo di frittata, radici di loto, una zuppa di alghe. Non le sembra vero e assapora ogni pietanza con entusiasmo, mentre la ragazza le versa il tè.
Non è la mia prima colazione nipponica, tutt’altro, e per quanto sia indubbiamente eccellente, faccio un po’ fatica. Mordicchio una prugnetta salata, mi fa schifo, ma il viaggio nel tempo funziona: mi fa schifo esattamente come le volte precedenti. La ragazza si informa sul senso della mia smorfia, le rispondo:
– Shiokara sugimasu.
Formula di rito per dire che è troppo salato. Alla lettera: “È troppo speziato di sale”, a riprova del fatto che in giapponese il sale è considerato una spezia.
Pep si rivela più giapponese di me: le piace tutto da impazzire. Io insisto che a mezzogiorno o in serata andrà meglio. Il pesce essiccato di prima mattina è troppo saporito per me.
Arriva il momento dell’immancabile domanda da un milione di dollari del turista a Kyoto: da quale tempio cominciare? Ce ne sono tanti e sono uno più sublime dell’altro. Suggerisco di iniziare dal più vicino, il Kiyomizu-dera. Ci andiamo a piedi percorrendo stradine inizialmente molto tranquille. Giunte nelle vicinanze scopro che attorno al tempio è spuntato un dedalo di chioschi turistici. Nel 1989 non c’era niente di tutto ciò. Per fortuna appena superato il recinto sacro non noto più nessun cambiamento.
Il Kiyomizu-dera beneficia di un vantaggio frequente in questa città: è costruito sui contrafforti della vicina montagna e per questo domina in modo ancora più netto il mondo profano. Chi lo visita ha la duplice gioia di avere la montagna alle spalle e una vista panoramica davanti a sé. Una cascata adiacente accresce il prestigio del sito.
Era il tempio preferito di mio padre. L’ultima volta che lo avevo visto ero con lui. Mio padre aveva allora una cinquantina d’anni, la mia età. Ricordo la sua emozione mentre lo visitavamo insieme. Non diceva quasi niente ma sul suo viso si notavano dei crolli improvvisi, come se quella bellezza lo devastasse: spalancava gli occhi con aria di sofferenza. A quanto dicono, io ho un’espressione simile quando ammiro qualcosa.
Quando venimmo nel 1989 era agosto, la stagione delle piogge, faceva un caldo terribile e l’umidità ci soffocava. A maggio 2023 la temperatura è di venti gradi, un po’ alta per la stagione ma piacevole, anche perché non si avverte ancora la minima afa.
La seconda metà di maggio è il periodo riservato alle gite scolastiche. In giro ci sono pochissimi turisti occidentali, perlopiù si vedono frotte di adolescenti giapponesi in divisa, accompagnati da uno o più professori. È una promiscuità molto simpatica. Gli studenti sono al tempo stesso allegri e rispettosi, guardano con deferenza ciò che gli viene mostrato.
– Quando ero alle medie ho visitato Chambord con la classe – dichiara Pep.
– Ed eravate come questi adolescenti?
– Non esattamente. Facevamo chiasso, era una gara a chi diceva la cazzata più clamorosa. Però, in confronto ai giovani francesi di oggi, eravamo degli angioletti.
Mi fermo accanto a un professore che si esprime con competenza davanti a un gruppetto di alunni diligenti e a un panorama sublime, e mi metto ad ascoltare. Capisco solo a...




