E-Book, Italienisch, 112 Seiten
Reihe: Amazzoni
Nothomb Elogio del cavallo
1. Auflage 2024
ISBN: 978-88-6243-575-8
Verlag: Voland
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark
E-Book, Italienisch, 112 Seiten
Reihe: Amazzoni
ISBN: 978-88-6243-575-8
Verlag: Voland
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark
È nata nel 1963 a Léopoldville in Congo. Sorella di Amélie, è una cuoca divina.
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PROLOGO
PRIMA LEZIONE
Avevo otto anni. Osservavo da dietro una staccionata quella che in gergo si chiama “ripresa”, ovvero una fila di persone a cavallo che giravano sulla pista sabbiosa del maneggio di un paesino vicino a Osaka, in Giappone, dove mio padre esercitava la professione di diplomatico.
Avevo già visto dei cavalli nel corso dei numerosi viaggi che avevano scandito la mia prima infanzia, specialmente in Canada, ma solo da lontano. Ero incantata anche dalla loro apparizione nei western, nei film di cappa e spada e nei cartoni animati, soprattutto nella Bella addormentata nel bosco. Aspettavo ogni volta con impazienza il momento in cui sarebbe apparso il principe azzurro con il suo cavallo Sansone, ardimentoso quasi quanto il padrone, per combattere la fata Malefica trasformata in drago. Ero anche un’appassionata lettrice di Lucky Luke, fumetto in cui Jolly Jumper, il “cavallo più veloce del West”, non sfigura accanto al “cowboy solitario”, o di Michele Strogoff, romanzo che infiammava la mia fantasia. Incaricato di recapitare a cavallo dei documenti segretissimi, il protagonista è costretto a escogitare continue astuzie o a scappare per sfuggire ai tartari sanguinari che cavalcano in modo così sciolto e spettacolare da sembrare quasi dei centauri. Questo nascente entusiasmo trovava la sua naturale appendice nella mia scatola dei giocattoli, dove in mezzo a una folla di pupazzetti di plastica c’era Poly, il mio cavallo di peluche. Quante cavalcate hanno echeggiato nella mia giovane mente, ben prima che cominciassi a montare davvero! La passione si è sviluppata tanto più in fretta in me perché sono “finita in questo tunnel”, come suol dirsi, quando ero ancora molto piccola. La mia famiglia, infatti, ha tra i suoi antenati un gran numero di cavalieri provetti. Il mio bisnonno era un generale di cavalleria; anche i miei due nonni sapevano andare a cavallo, uno in quanto soldato, l’altro per passione; stessa cosa sul versante femminile: la mia nonna paterna era bravissima a cavalcare e galoppava montando all’amazzone fin dall’adolescenza, mentre una delle mie zie preferite era una patita di equitazione.
Ma quel giorno, in Giappone, per la prima volta li vedevo da vicinissimo. Sentivo il battito sordo degli zoccoli, che cambiava ritmo a seconda che l’insegnante ordinasse di passare al trotto o al galoppo; percepivo lo sbuffare delle froge e quell’odore così caratteristico, un misto di sudore, cuoio e fieno, e perfino il calore che emanava dai “mantelli” – termine elegante che designa il pelo dei cavalli – coperti di schiuma per lo sforzo. Ero affascinata.
Con me c’era la mia nonna materna, anche lei innamorata dei cavalli. Notando il mio interesse e la mia curiosità, mi propose subito di provare. Ero irresistibilmente tentata, ma anche un po’ impaurita e dubbiosa. Avrei dovuto avvicinarmi, toccare il cavallo, montargli in groppa e, chissà, forse rischiare di cadere. Valutavo la difficoltà della prova che mi si presentava e l’inusuale temerarietà che richiedeva. Ero una bambina a volte ribelle. Spesso mi impuntavo con i pugni sui fianchi per protestare contro qualche ingiustizia o fremevo di rabbia per il diktat familiare di andare a letto presto la sera o quando mi sequestravano i fumetti, dicendo che non me li avrebbero ridati finché non avessi letto un “vero” libro. In compenso, appena mi trovavo di fronte a una situazione anche solo vagamente pericolosa, diventavo una fifona. Per esempio, non ho mai osato tuffarmi dall’alto del vertiginoso trampolino di cinque metri della piscina del club sportivo riservato agli stranieri di Pechino. Quando c’era pericolo, come per incanto, obbedivo alle raccomandazioni di mia madre, paurosa come me. Ma quella volta il desiderio ebbe la meglio, incoraggiato da mia nonna che, fra le tante altre vicissitudini, aveva vissuto l’esodo della Seconda guerra mondiale e non aveva più paura di niente! Mi sembra ancora di sentirla sentenziare con un tono che non ammetteva repliche né incertezze: “Dài, ti regalo la prima lezione!”
Quando mi piazzarono sul tranquillo e docile ronzino riservato ai principianti, sentii una specie di corrente elettrica percorrere il mio corpicino. Fin dai primi movimenti del cavallo, la carne, le ossa e i muscoli presero a vibrarmi all’unisono con il fremito e il calore della groppa che percepivo attraverso la sella di cuoio, mentre le narici mi si riempivano di quel profumo equino che sarebbe diventato per me così familiare.
Nonostante fossi totalmente priva di esperienza, ho mostrato subito una certa attitudine a formare un tutt’uno con il cavallo, propensione su cui mi concentravo ancora di più, applicandomi a seguire alla lettera gli ammonimenti dell’insegnante: “Stringi le gambe”, “Rilassa la schiena in modo da assecondare la sua andatura senza saltare sulla sella”...
Grande è però l’arroganza del cavaliere alle prime armi e io non facevo eccezione alla regola. Appena salita in groppa all’animale, come molti principianti, sognavo di andare immediatamente a fare una passeggiata nella foresta, sulla spiaggia, di galoppare all’infinito, saltando staccionate e fiumiciattoli, superando dune e montagne... Ma per imparare qualsiasi cosa ci vuole tempo, e nel caso dell’equitazione ce ne vuole ancora di più, soprattutto a quell’epoca. Gli allievi dovevano dapprima esercitarsi molto nel maneggio, fare maneggio e poi ancora maneggio. Passo e trotto. Per il galoppo bisognava aspettare di aver finalmente acquisito il famoso “assetto”, facoltà fondamentale per un cavaliere: in pratica si tratta di stare in sella con una fluidità naturale e non forzata. Certo, quando si va al passo è facilissimo, ma al trotto e al galoppo (a eccezione del trotto battuto e del famoso galoppo “in sospensione” dei fantini, praticato con staffe cortissime, tenendo il sedere sollevato dalla sella e la schiena china in avanti in orizzontale, in modo da garantire il massimo dell’aerodinamicità) è tutta un’altra cosa, perché il corpo si irrigidisce per prevenire gli urti. Ebbene, nessun cavallo obbedisce a un cavaliere così teso da rimbalzare sulla sella come una palla, senza la minima fiducia in sé stesso, nel suo equilibrio e nell’animale che monta. La mancanza di tranquillità viene avvertita all’istante dal cavallo, che a quel punto considera il suo cavaliere meno di zero, non riconoscendogli la minima autorità e diventando a volte così riottoso da cercare di sbarazzarsi dell’importuno alla prima occasione.
Alcuni cavalieri possiedono questa dote di base in modo del tutto spontaneo. Non era il mio caso; solo dopo numerose lezioni cominciai a capire come rilassare la schiena, e in generale tutto il corpo e la mente, per poter andare al trotto e al galoppo, poi iniziare a saltare modesti ostacoli e alla fine raggiungere la meta tanto agognata: uscire dal recinto del maneggio.
Nel corso della prima lezione, al di là delle pretese dell’istruttore che, nonostante la mia giovane età e la mia corporatura minuta, mi chiedeva di farmi obbedire da quell’animale immenso, quello che mi turbava di più era la potenza fisica e vitale che emanava da lui. La cosa mi procurava un senso di vertigine, una strana ebbrezza, completamente diversa dall’euforia puerile che mi davano le giostre dei luna park, con la loro musica martellante e i movimenti meccanici dei cavallucci di legno. Malgrado la placidità della mia cavalcatura da principiante, capivo che quell’essere di carne, sangue e istinto poteva, in qualsiasi momento, rivelarsi incontrollabile. Per cui mi sentivo grande, in senso sia proprio che figurato, nel riuscire a governare un simile portento della natura. Provavo quell’emozione inaudita, quella sensazione travolgente e paradossale di sottomissione e onnipotenza insieme che nasce dalla perfetta unione fra cavallo e cavaliere, sensazione così ben illustrata da Marguerite Yourcenar in Memorie di Adriano: “Tra Boristene e me i rapporti erano d’una precisione matematica: obbediva a me come al suo cervello, non come al padrone [...]. Il mio cavallo surrogava i mille concetti inerenti al titolo, alla funzione, al nome, che complicano le amicizie umane, con la sola conoscenza del mio peso esatto. I miei slanci erano per metà suoi; conosceva con precisione, e forse meglio di me, il momento in cui la mia volontà divergeva dalle mie forze.”1
La giovane amazzone appassionata che divenni ebbe tuttavia qualche delusione. Per esempio, un giorno io, mia sorella Amélie e mio fratello André ci lasciammo tentare dalle escursioni a cavallo proposte sulla spiaggia di Tottori, località balneare del Mar del Giappone dove a volte andavamo con la famiglia. Durante la passeggiata gli accompagnatori tenevano le briglie dei cavalli montati dai turisti, guidandoli lungo un misero percorso di appena quattrocento metri. Tutta orgogliosa dopo le mie prime vere lezioni di equitazione, ma anche un po’ sprezzante nei confronti di mia sorella e mio fratello che erano dei profani, vissi quell’esperienza come una regressione quasi umiliante, come se, dopo aver imparato a stare in equilibrio in bicicletta, mi avessero costretta a risalire su un banale triciclo insieme a una banda di mocciosi incapaci! Il mio malumore però fu presto dissipato dall’eccitazione. In groppa al cavallo e contemplando la duna di sabbia più alta di tutto il Giappone, mi sembrava di essere Bonaparte che parla al suo esercito durante la campagna d’Egitto del 1798: “Soldati, considerate che dall’alto di queste piramidi quaranta secoli di storia vi guardano.” Ma soprattutto ero stordita da un inedito senso di libertà, di cui mia sorella Amélie, che ha fatto anche lei equitazione per qualche anno, ha dato una...




