E-Book, Italienisch, 131 Seiten
Nothomb Acido solforico
1. Auflage 2010
ISBN: 978-88-6243-251-1
Verlag: Voland
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark
E-Book, Italienisch, 131 Seiten
ISBN: 978-88-6243-251-1
Verlag: Voland
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark
Un reality show dall'inequivocabile nome Concentramento, basato su regole che ricordano il momento più orribile della storia dell'umanità. Per le strade di Parigi si aggira una troupe televisiva inviata a reclutare i concorrenti, che vengono caricati su vagoni piombati e internati in un campo dove altri interpretano il ruolo di kapò. La vita di tutti si svolge sotto l'occhio vigile delle telecamere e il momento di massima audience arriva quando i telespettatori decidono l'eliminazione-esecuzione dallo show di un concorrente attraverso il televoto. Gli strali della scrittrice da sempre al centro di polemiche colpiscono questa volta, con meno leggerezza ironica e più disgusto, una società in cui la sofferenza diventa spettacolo.
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È quando la sua assenza è più palese che Dio è più necessario. Prima di Concentramento, Dio era per Pannonique quello che era per la maggior parte della persone: un’idea. Interessante esaminarla, appassionante considerarne le vertigini. Quanto al concetto dell’amore divino, era particolarmente affascinante, al punto di annullare anche la famosa questione dell’esistenza di Dio: l’apologetica era un antico sproposito che generava solo scempiaggini.
Da quando era stata arrestata, Pannonique aveva di Dio un bisogno atroce. Aveva una tale fame di insultarlo da sentirsene nauseata. Se solo avesse potuto attribuire la responsabilità di quell’inferno a una presenza superiore, avrebbe avuto il conforto di poterla odiare con tutte le forze e investire delle più violente ingiurie. Ahimè, l’incontestabile realtà del campo era l’esatta negazione di Dio: l’esistenza dell’uno comportava ineluttabilmente la non esistenza dell’altro. Non ci si poteva neanche più riflettere: l’assenza di Dio era data per scontata.
Era insostenibile non avere nessuno verso il quale indirizzare quell’odio. Da una simile condizione nasceva una forma di follia. Odiare gli uomini? Non aveva senso. L’umanità era un brulicare disparato, un supermercato che vendeva tutto e il contrario di tutto. Odiare l’umanità era come odiare un’enciclopedia universale: non c’era antidoto a quell’esecrazione.
No, era il principio fondatore che Pannonique aveva bisogno di odiare. Un giorno nella sua testa si produsse uno slittamento: se il posto era vacante sarebbe stata lei, Pannonique, a sostituirsi a Dio.
All’inizio rise dell’enormità del suo piano: e il solo fatto di aver trovato un motivo di riso la colpì. Il progetto era aberrante e grottesco, certo, ma questo non la turbava. In tema di aberrazione, non avrebbe mai potuto superare quel luogo.
Dio: lei non era tagliata per un ruolo simile. Nessuno lo era. Ma la questione non andava messa in questi termini. Il posto era vacante: era quello, il problema. E lei avrebbe occupato quel posto. Sarebbe stata lei, il principio fondatore da odiare: sarebbe stato meno angoscioso che non avere nessuno verso cui indirizzare l’odio. Ma non bastava. Lei sarebbe stata Dio nella sua testa, non soltanto per inveire contro se stessa.
Sarebbe stata Dio per tutto. Non si trattava più di creare l’universo: troppo tardi, il danno era già stato fatto. In fondo, dopo la creazione, qual era la mansione di Dio? Indubbiamente quella di uno scrittore a pubblicazione avvenuta: amare il suo testo davanti a tutti, ricevere per esso i complimenti, i quodlibet, l’indifferenza. Affrontare certi lettori che denunciano i difetti dell’opera nel momento in cui, se pure avessero ragione, non ci sarebbe più modo di emendarli. Amarlo fino in fondo. Quell’amore sarebbe stato l’unico aiuto concreto possibile da parte dell’autore.
Ragione in più per tacere. Pannonique pensava a quegli scrittori che non la smettono mai di discutere del proprio romanzo: a che serve? Non avrebbero reso miglior servigio al loro libro se gli avessero iniettato, al momento della creazione, tutto l’amore necessario? E se non sono stati in grado di fornire quel sostegno al momento opportuno, non sarebbero stati più utili al proprio testo amandolo comunque, di quell’amore autentico che non si esprime con la logorrea ma con un silenzio rotto solo da parole forti? La creazione non doveva poi essere così difficile visto che era così esaltante: il lavoro divino si complicava in seguito.
E a quel punto sarebbe intervenuta Pannonique. Non sarebbe stata il Cristo – escluso interpretare un capro espiatorio, e precisamente il ruolo che la trasmissione assegnava loro. Lei sarebbe stata Dio, principio di grandezza e di amore.
Concretamente, questo significava che avrebbe dovuto amare veramente gli altri. Non sarebbe stato facile, perché i prigionieri erano ben lontani dall’ispirare tutti amore.
Amare MDA 802, amare EPJ 327, niente di più naturale. Amare i detenuti di cui non sapeva niente, neanche questo era difficile. Amare chi non è ben visto nel suo entourage è comunque possibile. Si può amare qualcuno tanto a lungo da riuscire a comprenderlo.
Ma come avrebbe fatto Pannonique ad amare ZHF 911?
ZHF 911 era una vecchia. Come mai gli organizzatori non avessero ancora eliminato quella donna era abbastanza inspiegabile, dal momento che sopprimevano d’ufficio tutte le persone anziane. Ma non era difficile indovinare la ragione per cui la tenevano in vita: perché era ignobile.
Era una vecchia strega con il volto solcato dalle mille rughe della cattiveria. La bocca esprimeva il male tanto per la sua forma increspata – la piega caratteristica delle labbra cattive – quanto per le parole che ne uscivano: trovava sempre in ognuno la pecca che le consentiva di ferirlo. I danni inferti erano esclusivamente verbali: era la prova vivente della potenza malefica del linguaggio.
Già sul treno che aveva condotto i prigionieri al campo, ZHF 911 si era fatta notare: alle madri che stringevano i figli al seno, la vecchia annunciava la sorte riservata alla loro progenie. “È chiaro” diceva loro. “I nazisti hanno sterminato per primi i più piccoli. E non si può dar loro torto: sbraitano come ossessi, se la fanno addosso, creano solo problemi, e poi sono di un’ingratitudine! Non vi ci affezionate, saranno ammazzati in un batter d’occhio. E poi, signora mia, oltre ad allargarle il punto vita, cosa le hanno dato questi rompicoglioni?”
Sbalordite, le mamme non avevano saputo cosa rispondere a quel mostro. Si erano messi in mezzo alcuni uomini:
– Dì un po’, vecchio arnese, lo sai che sorte veniva riservata alla terza età a Dachau?
– È quello che vedremo – aveva sibilato lei.
La non ancora ZHF 911 non si era sbagliata: le telecamere dei convogli probabilmente avevano catturato la natura del personaggio perché, all’arrivo al campo, fu risparmiata, contrariamente agli altri anziani. Forse gli organizzatori pensavano che avrebbe minato il morale dei detenuti e che sarebbe stato divertente a vedersi. Ma lei lo aveva fatto con premeditazione? Vai a capire. Molto presto ebbero la dimostrazione che quella donna se ne infischiava di tutto.
Studiare ZHF 911 significava studiare il male. La sua principale caratteristica era l’indifferenza assoluta: non stava né dalla parte dei kapò né dalla parte dei prigionieri, e neanche di se stessa. La sua persona non le ispirava più attaccamento degli altri. Considerava il colmo del grottesco che si difendesse qualcuno o qualcosa. Quando si divertiva a dire cose orrende, lo faceva senza intenzioni subliminali ma per il semplice gusto di procurare dolore.
L’osservazione scientifica di ZHF 911 rivelava altri tratti del male: era del tutto inerte, aveva energia solo per parlare – ma un’energia ineguagliabile. Se dava un’impressione di intelligenza era per la cattiveria delle sue repliche fulminanti, che seminavano lacrime e disperazione.
Era terribile rendersi conto che l’essere più cattivo lì intorno apparteneva al campo dei detenuti e non a quello del male. Era logico: il diavolo è colui che divide. ZHF 911 era l’elemento inquinante del campo, il quale, senza di lei, probabilmente sarebbe stato il campo del bene ma che, con lei, era solo un penoso raggruppamento umano lacerato da lotte intestine.
Come avrebbero potuto considerarsi dalla parte del bene i prigionieri se ogni mattina speravano nella morte dell’orrida vecchiaccia? Quando i kapò venivano a sottrarre dalla fila i condannati della giornata, alla paura di essere scelti si mescolava il desiderio che lo fosse ZHF 911. Ma non succedeva mai. E dopo essere stata risparmiata rivolgeva al campo uno sguardo trionfale. Sapeva quanto tutti desiderassero la sua eliminazione.
Certe anime pie si indignavano per l’odio del quale era fatta oggetto: “Insomma, è una signora molto vecchia, non ci sta più con la testa, come potete detestarla così? Non è colpa sua.” Queste parole provocavano liti che giungevano all’orecchio di ZHF 911 e la mettevano di buon umore. “Senza di me, forse andrebbero d’amore e d’accordo” si diceva.
La lingua di vipera scaricava ugualmente il suo veleno sui kapò (sempre con il gusto di ferire: quindi non dava della puttana alla kapò Lenka, appellativo del quale quella avrebbe potuto sorridere, ma della frigida, aggettivo che la mandava in bestia), sugli organizzatori – “nazisti in miniatura”, “Hitler dei poveri” – e sugli spettatori, che giudicava “scemi come mucche”. Non la sopportava nessuno.
Eppure, la cosa peggiore non poteva neanche venirle rimproverata, perché non ne era cosciente: ZHF 911 ululava alla luna. Quasi tutte le notti, intorno a mezzanotte, si udivano versi striduli alzarsi sul campo; la cosa durava circa cinque minuti e poi cessava. Ci volle un bel po’ per comprendere l’origine di queste grida. Quelli che dormivano nella stessa baracca della vecchia finirono per denunciarla: “Liberateci da questa pazza...




