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E-Book

E-Book, Italienisch, 192 Seiten

Reihe: Narrativa

Nooteboom Rituali


1. Auflage 2024
ISBN: 978-88-7091-785-7
Verlag: Iperborea
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark

E-Book, Italienisch, 192 Seiten

Reihe: Narrativa

ISBN: 978-88-7091-785-7
Verlag: Iperborea
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark



«Un'assenza, uno che non esiste»: così si autodefinisce Inni Wintrop, protagonista di Rituali, uomo senza qualità di questo fine millennio, ironico spettatore di un mondo che sembra sempre più una «fortezza smantellata», rivelando tutto il vuoto su cui è costruito. Osservatore onnivoro, curioso di ogni esperienza, Inni lascia che le cose gli accadano, riservandosi, nel teatro del mondo, il ruolo di «dilettante». Compra e vende quadri, investe in borsa, viaggia, legge, scrive oroscopi, si abbandona allo scorrere degli eventi, alla casualità degli incontri. Come quello con Arnold e Philip Taads, padre e figlio mai conosciutisi fra loro, di cui diventa amico a vent'anni di distanza l'uno dall'altro. All'opposto di Inni, questi cercano di sottrarsi al vortice della vita e del tempo, barricandosi in un solitario e ascetico rifiuto. Ma la maniacale routine di Arnold e il culto della meditazione Zen e della civiltà giapponese di Philip non offrono redenzione all'insensatezza del vivere. In un mondo che ha perso fedi e certezze, i rituali non sono più la via d'accesso alla dimensione del sacro, restano solo un vano tentativo di tenere a bada la paura in attesa della morte. Due sono i quadri che Inni compra e vende nel romanzo: una «Sibilla», quasi emblematica custode dell'enigma dell'universo, e una stampa giapponese Ukiyo-e, quella «pittura del mondo fluttuante» che Nooteboom stesso non fa che offrirci: l'immagine della vita nel suo effimero fluire, in ciò che la rende, se non accettabile, amata.

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Il giorno che Inni Wintrop cercò di suicidarsi, le azioni della Philips erano a 149,60. La quotazione di chiusura della Banca di Amsterdam era di 375 fiorini e l’Unione marittima era scesa a 141,50. La memoria è come un cane, va a sdraiarsi dove le pare. E questo era quel che lui ricordava, sempre che ricordasse qualcosa: le quotazioni, e la luna che si rifletteva nel canale, e che s’era impiccato nel suo gabinetto perché quel giorno, nella rubrica d’astrologia che teneva sul giornale , aveva predetto che sua moglie sarebbe scappata con un altro e che lui, leone, si sarebbe ucciso. Era una predizione perfetta. Zita se n’era andata con un italiano, e Inni aveva tentato di uccidersi. Aveva anche letto una poesia di Bloem, ma non ricordava più quale. Il cane, quell’animale testardo, si rifiutava di obbedire al riguardo.

Sei anni prima, sulla scalinata del Palazzo di giustizia lungo quello stesso Prinsengracht, la notte prima del suo matrimonio, aveva pianto lacrime altrettanto sincere di quelle che aveva versato Zita quando l’aveva sverginata in una stanza piena di rane e di rettili, in Valeriusstraat. E per le stesse ragioni. Cupi presentimenti e un’immensa angoscia all’idea di cambiare qualsiasi cosa, fosse anche solo per un segno o una cerimonia nella sua vita.

Voleva molto bene a Zita. In segreto, solo tra sé, la chiamava la principessa della Namibia. Del resto aveva gli occhi verdi, i capelli di un rosso splendente e la pallida, rosea carnagione che si confanno a questo rango, tutti segni della più alta nobiltà namibiana; e aveva anche quel calmo, distaccato stupore che in tutte le regioni della Namibia è considerato il più autentico segno distintivo dell’aristocrazia.

Zita amava Inni forse ancora di più. Se tutto era andato storto era esclusivamente perché Inni non amava se stesso. Naturalmente c’era anche chi sosteneva che era successo perché avevano nomi tanto idioti, ma sia Inni (Inigo, in onore del famoso architetto inglese) che Zita (la madre della principessa della Namibia era un’ammiratrice della Casa d’Asburgo) sapevano che gli strani suoni di cui i loro nomi si componevano li innalzavano al di sopra e li separavano dal resto del mondo, e potevano passare ore, a letto, ripetendo Inni Inni Zita Zita o, in occasioni straordinarie, vellutate varianti: Zinnies, Itas, Inizitas, Zinnininitas, Itizitas, congiunzioni di nomi e di corpi che, in simili momenti, avrebbero voluto far durare in eterno, ma non c’è inimicizia peggiore di quella tra la totalità del tempo e ogni sua singola frazione, e dunque non era possibile.

Inni Wintrop, ora piuttosto calvo, ma allora dotato di una chioma dorata per quei tempi lunga e ribelle, si distingueva da molti della sua generazione perché non riusciva a passare bene le notti da solo, possedeva un po’ di denaro e aveva a volte delle visioni. Inoltre commerciava, all’occasione, in quadri, scriveva l’oroscopo per , sapeva a memoria una gran quantità di poesie nederlandesi e seguiva con estrema attenzione la borsa e le quotazioni commerciali. Le convinzioni politiche, di qualsiasi tendenza fossero, le riteneva forme più o meno gravi di malattia mentale, e aveva riservato a se stesso, nel mondo, il ruolo di dilettante.

Tutte queste cose, considerate da chi gli stava intorno delle contraddizioni, venivano viste sempre peggio, ad Amsterdam, man mano che procedevano gli anni Sessanta. «Inni vive in due mondi separati», dicevano i suoi amici, tra loro di indole assai diversa, che però vivevano in un mondo solo. Ma Inni, sempre pronto a odiarsi in ogni momento della giornata, se necessario anche a richiesta, faceva a questo proposito un’eccezione. Se avesse avuto anche una sola ambizione, sarebbe stato pronto a dichiararsi un fallito, ma non ne aveva, la vita era per lui un club un po’ strano di cui era diventato membro per caso, e da cui si poteva essere radiati senza nessuna giustificazione. Aveva già deciso di abbandonare il club quando la riunione si fosse fatta troppo noiosa.

Ma quando il noioso diventa troppo noioso? Spesso pareva che il momento fosse arrivato. Inni rimaneva allora per giornate intere sdraiato sul pavimento, la testa premuta contro le dolorose nervature della stuoia cinese di vimini, e sulla sua pelle piuttosto delicata si formavano dei disegni un po’ alla Fontana. Crogiolarsi, lo chiamava Zita, ma capiva che era dolore vero, che sgorgava da sorgenti profonde e invisibili, e in quei giorni cupi si prendeva cura di Inni quanto meglio poteva. Quasi sempre questo crogiolarsi aveva termine con una visione. Allora Inni si alzava sottraendosi ai tormenti della stuoia, faceva un cenno a Zita e le descriveva le figure che gli erano appena apparse, e che cosa avevano detto.

Erano passati anni da quella notte in cui Inni aveva pianto sulla scalinata del Palazzo di giustizia. Zita e Inni avevano mangiato, bevuto, viaggiato. Inni aveva perso soldi con il nichel e ne aveva guadagnati con gli acquerelli della Scuola dell’Aia, aveva scritto i suoi oroscopi e delle ricette per . Zita aveva quasi avuto un bambino, ma allora Inni non era riuscito a vincere la sua paura dei cambiamenti e aveva imposto di sbarrargli l’ingresso a un mondo che, in fin dei conti, a lui stesso non interessava. E così aveva sottoscritto il peggiore dei cambiamenti: l’abbandono di Zita. Inni non ne vide che le prime ombre: la sua pelle che si faceva più secca, i suoi occhi che a volte non lo guardavano, notò anche che pronunciava il suo nome meno spesso, ma tutti questi segni li collegò esclusivamente al destino di Zita, non al suo.

È una particolarità del tempo l’apparire, retrospettivamente, così compatto, un oggetto massiccio e indivisibile, una portata con un unico profumo e un unico sapore. Inni, che ben conosceva il linguaggio della poesia moderna, amava descriversi, in quei giorni, come «un buco», un’assenza, uno che non esisteva. Con questo, a differenza dei poeti, non intendeva esprimere niente di essenziale, si trattava, piuttosto, di un modo per commentare in società la sua attitudine a frequentare le persone più disparate. Un buco, un camaleonte, uno che si prestava a essere riempito completamente, con tanto di atteggiamenti e accenti; per lui era uguale, e Amsterdam offriva ogni possibilità di mimetizzazione. «Tu non vivi», gli aveva detto una volta il suo amico scrittore, «ti lasci distrarre», e Inni l’aveva preso come un complimento. Riteneva di recitare la propria parte altrettanto bene in un’osteria che in un’assemblea di azionisti. Solo la pettinatura e il vestito potevano ogni tanto essere un problema, ma in quegli anni tutta Amsterdam diventò camaleontica, la società senza classi venne anticipatamente instaurata nell’abbigliamento, e non contò più nulla chi indossava che cosa e in che occasione; Inni visse allora il periodo più felice della sua vita, sempre che, a proposito della sua vita, si possa parlare di felicità.

Zita no. Perfino le infinite riserve della Namibia a un certo punto si esauriscono. Ci sono donne talmente fedeli che solo un’unica infedeltà può salvarle da una sicura catastrofe. Inni avrebbe forse potuto rendersene conto, ma, in un punto di quell’indivisibile massa di tempo ormai irrecuperabile, aveva smesso di prestare attenzione a Zita e, cosa ancora più grave, tra tutte quelle ombre e quei presagi, mentre la stava gradualmente dimenticando, prese a far sempre più spesso l’amore con lei, così che Zita, lentamente ma irrevocabilmente, cominciò a togliere il proprio affetto a quell’uomo che diventava man mano più estraneo, quell’uomo che, mentre l’eccitava, l’accarezzava, la leccava, la portava all’orgasmo, non si accorgeva di lei, a volte, per giorni interi. Così Inni e Zita divennero due perfette macchine per il piacere, gradevoli da guardare, ornamenti per la città, apparizioni da sogno ai party di Haffy Keizer e Dick Holthaus. Quando era sola, a Zita capitava ancora di fermarsi un attimo davanti a una vetrina di vestiti per bambini. Allora si sentiva fremere di un nascosto desiderio di vendetta, quasi sempre nello stesso istante – ma questo poteva saperlo solo il grande computer platonico che registra ogni cosa – in cui Inni, in una squallida stanza d’una qualsiasi capitale europea, si faceva masturbare da una puttana o da un’adolescente in jeans, oppure faceva un gran colpo a un tavolo da gioco chiamando banco sei volte di fila. All’uomo dai tratti mediterranei che le si avvicinava prudentemente, attratto dall’espressione rapace su quel bianco volto femminile incorniciato di capelli rossi, riflesso nella vetrina del negozio d’abbigliamento per bambini, Zita non prestava alcuna attenzione. Non era ancora il suo momento.

Era l’Amsterdam prima dei Provos, prima degli «gnomi»* e delle lunghe, calde estati. Ma in molti luoghi di quel semicerchio magico si affilava l’inquietudine. Pareva trascorso molto tempo da quando l’Indonesia era scivolata via in una di quelle pagine in fondo al libro di storia patria che poi avremmo dovuto riscrivere totalmente. La Corea era stata tagliata in due con il righello da quello che alcuni chiamavano l’inarrestabile cammino della storia, e già c’era chi sapeva che il seme del Vietnam era stato seminato. I pesci cominciarono a morire per...



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