E-Book, Italienisch, 435 Seiten
Niemi Cucinare un orso
1. Auflage 2018
ISBN: 978-88-7091-555-6
Verlag: Iperborea
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark
E-Book, Italienisch, 435 Seiten
ISBN: 978-88-7091-555-6
Verlag: Iperborea
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark
Corre l'anno 1852 e nel profondo nord della Svezia tuona la parola di Læstadius, carismatico pastore di origini sami che ha fondato un rivoluzionario movimento spirituale in lotta con le autorità libertine del distretto. Al suo fianco Jussi, un ragazzo lappone dal tragico passato che lui ha accolto e istruito come un figlio ma che tutti chiamano con timore e disprezzo noaidi, lo sciamano. La tensione tra il pastore e i suoi nemici sale quando una giovane serva viene trovata morta nella foresta. Il giudice Brahe dichiara subito che è stato un orso, ma Læstadius, che è anche un esperto botanico, abituato a osservare i più minuziosi dettagli del paesaggio, trova diverse tracce riconducibili a un assassino. Uomo di fede e di ragione, letterato e biologo teso a indagare la natura quanto l'anima per elevare lo spirito umano, il predicatore si fa ingegnoso detective per ricercare la verità, mentre il male che vi si annida travolge sempre più Jussi - il diverso, l'indifeso, il capro espiatorio designato - facendo vacillare ogni fiducia nella giustizia umana e divina. Le atmosfere del Nome della rosa rivivono in questo romanzo ispirato da un personaggio storico che attraverso l'istruzione e il potere della parola scritta ha cercato di dare voce e riscatto alla bistrattata minoranza sami. Visionario, crudo, lirico, pulp, con fulminanti incursioni nel sapere scientifico ottocentesco e nell'estasi mistica, Cucinare un orso ci irretisce in un universo narrativo tanto audace quanto capace di proiettarci nel cuore vivo di un'epoca e di una terra ai margini artici del mondo -eppure così vicina alla nostra - dentro una storia di irresistibile forza epica.
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Una sera il pastore e io eravamo nello studio a pressare le nostre ultime scoperte, provenienti da una torbiera non lontano da Kengis, in particolare alcuni minuscoli steli di carice che lo avevano fatto fremere come un cane da punta. Avevo trasportato con cautela quegli esemplari nel suo vascolo, con le radici liberate dalla terra e avvolte in morbida tela, e ora lo stavo aiutando a sostituire i fogli di carta assorbente umidi con altri asciutti per conservare al meglio le piantine. Ci stavamo dando da fare per stringere la pressa: giravamo il cilindro finché la corda scricchiolava, per poi bloccarla con i perni.
Mentre lavoravamo sentimmo la porta di casa aprirsi e una voce sconosciuta chiamare il reverendo. Subito dopo bussarono allo studio e Selma, la figlia del pastore, infilò dentro la testa.
«Padre?»
Il pastore si asciugò le mani con uno straccio e raccolse il tabacco che avevo appena tagliato dalla treccia.7
«Arrivo.»
In quell’istante la porta si spalancò e un ragazzotto un po’ tarchiato irruppe nella stanza. C’era qualcosa di sgradevole in lui, un non so che di inquietante, forse era lo sguardo sfuggente. Mi accorsi di aver drizzato le antenne e capii subito perché. Quel ragazzo aveva paura.
«», balbettò in finlandese. «Reverendo, dovete venire.»
Il pastore lo guardò senza scomporsi, senza lasciar trapelare alcun fastidio per il fatto di essere stato interrotto. Eppure sapevo bene che quando lavorava nel suo studio ci teneva molto a non essere disturbato. Ma ora davanti a lui c’era un ragazzo madido di sudore, con la camicia fradicia, pareva aver fatto tutta la strada di corsa. Gesticolava convulsamente come a sottolineare l’urgenza, quasi volesse colpire qualcosa.
«Cos’è successo?»
«Lei è… non lo sappiamo… era nel bosco con le vacche.»
«Di chi state parlando?»
«Della nostra serva, Hilda… Hilda Fredriksdotter Alatalo.»
Sentendo quel nome tesi le orecchie. La conoscevo. Era a servizio in una delle fattorie dei dintorni, l’avevo vista spesso in chiesa insieme ai padroni. Una ragazza pallida e grassottella, con il naso all’insù, un po’ lenta nei movimenti. Teneva sempre in mano un fazzoletto, proprio come una vecchietta. Quando entrava in estasi spirituale8 lo usava per asciugarsi gli occhi e il naso.
«Andate avanti.»
«È… è scomparsa. Dovete venire subito.»
Il pastore mi lanciò un’occhiata. Era già tardi, e dopo aver camminato tutto il giorno eravamo entrambi stanchi. Ma era estate e la luce non ci avrebbe abbandonato per tutta la notte. Il ragazzo si accorse della nostra esitazione e cominciò a scalpitare, quasi volesse afferrare il reverendo e trascinarlo via a forza.
«Arriviamo», disse il pastore. «Jussi, dagli da bere.»
Corsi fuori a prendere l’acqua, e quando gli porsi il mestolo il nostro accaldato visitatore bevve come un cavallo.
Arrivammo alla fattoria che era già molto tardi. Il ragazzo che era venuto ad avvertirci si chiamava Albin, ed era il figlio maggiore. Per tutto il tragitto aveva corso una trentina di metri davanti a noi, per poi aspettarci e ripartire di corsa appena lo raggiungevamo. Il pastore e io, da rodati camminatori quali eravamo, avevamo tenuto un passo regolare. Appena entrammo nell’aia gli abitanti della fattoria si riversarono fuori per venirci incontro. Dovevano essere rimasti di guardia alle finestre. Il padrone e la moglie uscirono per primi, seguiti da uno stuolo di bambini con i capelli arruffati dal sonno. Senza perdere tempo a offrirci qualcosa, il padrone e il figlio si incamminarono lungo un sentiero che si addentrava nel bosco, e noi li seguimmo. Mentre procedevamo il sole si avvicinava all’orizzonte. Heikki Alalehto, il padrone, ci raccontò a spizzichi e bocconi che quella mattina la loro serva Hilda aveva portato come al solito le vacche nel bosco. La sera, però, non era rientrata per la mungitura. Quasi tutte le bestie erano tornate da sole alla fattoria, ma della serva non c’era traccia.
«Magari sta cercando una vacca scomparsa», ipotizzò il pastore.
Heikki concordò che era una possibilità. Ma non era mai successo che la ragazza stesse via così a lungo.
Di tanto in tanto gridavano il suo nome, e le loro voci riecheggiavano da qualche crinale lontano. Io e il pastore camminavamo in silenzio. A un certo punto vidi il suo sguardo fermarsi su una a prima vista sconosciuta. La colse in fretta e la infilò nella sua gerla.
Dopo esserci inoltrati nel bosco per un bel pezzo ci trovammo davanti un accampamento di fortuna. Per terra c’erano dei rami bruciati, segno che qualcuno aveva acceso un fuoco.
«Di solito si ferma qui a riposare.»
Heikki stava per avvicinarsi alle braci spente ma il pastore lo trattenne per un braccio, rimanendo poi a lungo in silenzio a osservare la scena. Continuava a spostare lo sguardo dalle braci al letto di rami di pino su cui la ragazza si era seduta. Per terra c’era un piccolo portalatte rovesciato. Il coperchio si era staccato e uno schizzo di latticello biancheggiava sul muschio. Il pastore accostò la testa alla mia.
«Cosa vedi, Jussi?» domandò a bassa voce.
«Be’… Hilda si è seduta qui a riposare. E ha acceso il fuoco. Poi ha rovesciato il bidoncino del latte.»
«Sai per certo che è stata lei a rovesciarlo?»
«No… a dire il vero no.»
«Usa gli occhi, Jussi. Dimmi cos’è successo.»
Parlava con voce sommessa ma allo stesso tempo incalzante. Con un gesto impaziente spinse via una ciocca di capelli che si ostinava a ricadergli sugli occhi. Io mi sforzai di registrare ogni dettaglio, cercando di evocare l’immagine della ragazza.
«Hilda si è seduta a riposare vicino al fuoco. Probabilmente a metà giornata, quando il sole è al suo punto più alto. Di solito è a quell’ora che viene fame. Ma all’improvviso succede qualcosa che la fa scappare a gambe levate. Oppure… be’, magari non è corsa via, però credo proprio di sì. E poi forse… forse si è persa. Non è più riuscita a trovare la strada di casa. Potrebbe essere andata così. Almeno credo.»
«Basati solo su quello che vedi», ribatté il maestro mordendosi il labbro. «Attieniti ai fatti, cos’abbiamo qui davanti?»
Capii che non era soddisfatto di me. Continuai a osservare la scena che avevo davanti, sforzandomi di scovare qualche altro dettaglio.
«Il fazzoletto che aveva in testa è ancora appeso a quel cespuglio. Non ha fatto in tempo a riprenderlo, quindi doveva andare di fretta.»
«Bravo, Jussi.»
Heikki scalpitava, visibilmente impaziente. Voleva che la smettessimo di parlare e cominciassimo a cercarla, ma il pastore disse chiaro e tondo che dovevamo aspettare. Socchiuse gli occhi, come se la luce lo abbagliasse.
«Aveva messo il fazzoletto ad asciugare», disse. «Probabilmente verso mezzogiorno, quando il caldo era così intenso da farla sudare. Ciononostante accende il fuoco per tenere lontane le zanzare. Le braci ormai sono spente, ma quando se n’è andata stavano ancora bruciando. Vedi? La legna ha smesso di ardere da sola e la cenere è volata su quei cespugli di mirtilli rossi, verso est. Adesso non c’è vento, ma questo pomeriggio soffiava proprio in quella direzione. Il che significa che devono essere passate parecchie ore da quando è scomparsa. Secondo te era sola?»
«Ehm… credo di sì. Anzi, ne sono sicuro.»
«Perché?»
«Se fosse arrivato qualcuno si sarebbe rimessa il fazzoletto in testa. È una ragazza per bene.»
«Può darsi. Comunque sia, era qui seduta a mangiare un pezzo di pane quando è successo qualcosa. Il bidoncino si è rovesciato, e il pane le è caduto nel muschio.»
«Come, caduto? Di pane qui non ne vedo.»
Il pastore indicò un pino secco proprio lì accanto.
«Vedi là, sui rami? Quelle scagliette bianche? È il latticello che si è seccato. Qualche uccellino deve averci saltellato dentro per poi tornare sull’albero, e ha fatto avanti e indietro più di una volta. Quindi vicino agli schizzi dev’esserci stato qualcosa da mangiare, probabilmente un pezzetto di pane.»
«Ma sì, certo!» esclamai ammirato.
«Dunque la ragazza scappa via. Vedi le impronte nel muschio? Passi così lunghi si fanno solo quando si corre.»
Guardai nella direzione che mi stava indicando, e solo allora notai dei solchi appena accennati.
«Però… ci sono anche delle orme più grandi.»
«Bravo, Jussi. Di qualcuno più alto di lei. E più pesante. Vedi? Queste tracce sono molto più profonde.»
A un tratto Heikki, che era lì fermo ad ascoltarci, si lasciò sfuggire un gemito. Prima che il pastore potesse fermarlo corse verso il tronco di un pino e indicò la corteccia. C’erano dei solchi profondi, ancora freschi. Heikki ci strofinò il dito sopra.
«» disse, con il terrore negli occhi.
«Un orso!» gli feci eco io, atterrito.
Il pastore esaminò attentamente i segni lasciati dagli artigli.
«Dobbiamo organizzare una squadra di ricerca. Qualcuno deve avvertire il giudice distrettuale Brahe. Temo che quella poveretta possa aver fatto una brutta fine.»
Heikki annuì, visibilmente scosso. Si guardò attorno spaventato nel chiarore della notte estiva, poi si avviò di corsa verso...




