E-Book, Italienisch, 216 Seiten
Miller I pesci non esistono
1. Auflage 2020
ISBN: 978-88-6783-293-4
Verlag: ADD Editore
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark
E-Book, Italienisch, 216 Seiten
ISBN: 978-88-6783-293-4
Verlag: ADD Editore
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«Che senso ha la vita?» chiede una bambina di sette anni al padre scienziato. «Nessuno» risponde lui, poco incline al dialogo. Quel «nessuno» ha lasciato molte tracce in Lulu Miller (ideatrice e conduttrice di Invisibilia, uno dei podcast di divulgazione scientifica più amati dagli americani) e per anni quella frase le ha complicato la vita tanto che, per trovare una risposta diversa, ha cercato aiuto ovunque. Ed è allora che si è imbattuta in un gigante della scienza: David Starr Jordan. Starr Jordan (1851-1931), americano, è stato uno dei più importanti tassonomisti del mondo, uomo che ha scoperto migliaia di pesci; li ha cercati, catalogati e collocati nel grande albero della vita. Neppure quando nel 1906 un terremoto ha spazzato via la sua intera collezione di esemplari sotto vetro, Starr Jordan si è perso d'animo e ha smesso di lavorare al suo obiettivo di dare ordine al mondo dei pesci. Ma non sempre le cose sono come appaiono e, poco alla volta, la figura del gigante della scienza si sgretola davanti agli occhi attoniti dell'autrice: desiderosa di conoscere tutto di quell'uomo dalle sue ricerche spuntano scandali, un omicidio di cui il grand'uomo potrebbe essersi macchiato ma, soprattutto, il coinvolgimento di Starr Jordan nella creazione della teoria eugenetica che negli Stati Uniti ha portato alla prigione e alla sterilizzazione forzata di migliaia di individui ritenuti 'inadatti' alla vita. Pagina dopo pagina I pesci non esistono passa da biografia a giallo, da omaggio alla scienza allo stupore per la crudeltà umana, da memoir a indagine, per approdare infine alla spiegazione del titolo, I pesci non esistono, dimostrando ai lettori come la natura si sia magistralmente vendicata di uno scienziato che credeva di poterla dominare.
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Un profeta su un’isola
L’isola Penikese dista una ventina di chilometri dalla costa del Massachusetts. Lunga appena un chilometro e mezzo e pressoché priva di macchie boscose a proteggerla da un sole spietato, è stata definita il «nanerottolo» del suo arcipelago, una «roccia isolata, triste e solitaria», un «avamposto dell’inferno».
Eppure, per qualche motivo, da sempre sulle sue sponde brulle attecchiscono speranze di rivoluzione. All’inizio del Ventesimo secolo ospitava una colonia di lebbrosi, diretta da un medico convinto di poter trovare una cura per i suoi pazienti. Negli anni Cinquanta fu convertita in riserva naturale aviaria, dove i naturalisti speravano di rimpinguare una popolazione di sterne in rapida diminuzione. Negli anni Settanta ospitò una casa di correzione per giovani delinquenti, o irregolari, o problematici (la definizione cambia a seconda del decennio), dove un marinaio e pescatore sperava, grazie a un regime di isolamento, lavoro manuale, allevamento, manutenzione e costruzione di barche, vita in comune e corsi scolastici, di «trasformare dei potenziali assassini in ladri di automobili». Quando venni a sapere della sua esistenza, Penikese era sede di un centro di riabilitazione per eroinomani, dove i tossicodipendenti avevano la possibilità di liberarsi dalla dipendenza. Ma prima di tutto questo, ai tempi di David Starr Jordan, quale gruppo cercava salvezza sulla roccia lontana? I naturalisti.
Nel 1873, l’anno in cui David era uscito dalla Cornell con la sua bella laurea, il naturalista svizzero Louis Agassiz era molto preoccupato per il futuro della sua scienza. Agassiz, uno dei più rinomati luminari dell’epoca nonché una specie di orso carismatico, si era fatto un nome sostenendo insieme a pochi altri pionieri la teoria delle ere glaciali. Aveva basato le sue ipotesi su una meticolosa osservazione dei fossili e dei solchi nel substrato roccioso, e per questo si era convinto che il modo migliore di insegnare la scienza fosse l’esame scrupoloso della natura. Il suo motto era: «Studiare nella natura, non sui libri», ed era celebre per il vezzo di chiudere i suoi alunni in un ripostiglio insieme ad animali morti, lasciandoli uscire soltanto dopo che avessero scoperto «tutte le verità contenute negli oggetti».
Intorno ai quarant’anni accettò un incarico a Harvard, e rimase sconvolto dallo stato in cui trovò i corsi universitari. Nessuna escursione nel cuore della natura, nessuno studente chiuso in uno stanzino insieme a cadaveri decomposti, ma soltanto saggi, esami e recitazioni a memoria delle credenze contenute nei libri. Un approccio preoccupante per uno come lui, convinto che «la scienza, di solito, odia le credenze». Fino al 1850, per esempio, molti suoi colleghi avevano continuato a dare credito alla teoria della «generazione spontanea» secondo la quale dalla polvere potevano nascere moscerini e vermi; pochi decenni prima, c’era chi credeva nel «flogisto», la sostanza magica che stabiliva se e quanto un materiale fosse combustibile; in quegli stessi anni nessuno sapeva come proteggere i propri cari da malattie misteriose come la «febbre dell’esercito», perché i batteri che la causavano non erano ancora stati scoperti. Agassiz sosteneva con preoccupazione che accontentarsi delle credenze comunemente accettate fosse una condanna a rimanere rachitici, impacciati, malati. La via d’uscita, l’illuminazione, la si trovava insistendo a osservare, sempre più da vicino e sempre più a lungo, la pelle, i petali e le pietre di questo mondo.
Agassiz cominciò quindi a desiderare un porto sicuro dove raddrizzare questo torto, una sorta di colonia estiva per giovani naturalisti desiderosi di imparare da lui l’arte dell’osservazione diretta nel cuore della natura. Colse dunque l’occasione al volo quando, nel 1873, un ricco proprietario terriero si offrì di donare Penikese alla causa.
La posizione dell’isola era ideale: a un’ora dalla terraferma, facile da raggiungere, ma abbastanza lontana da dare un senso di libertà. Ideali erano anche le dimensioni, sufficienti a fare lunghe passeggiate, ma limitate quanto bastava per non smarrire mai la strada. E quante cose si potevano studiare? Be’, c’era l’imbarazzo della scelta. La costa rocciosa era coperta da un rigoglioso tappeto di vegetazione marina sferzata dal vento e brulicante di tesori: granchi, libellule, serpenti, grilli, pivieri, scarafaggi, gufi. C’erano anche pozze d’acqua di marea intorbidate da lumache, alghe e cirripedi. E i preferiti di Agassiz, forse: i massi biondi alti fino a quattro metri e mezzo, sparpagliati come voluminosi denti per tutta l’isola che, nelle loro venature, mostravano in quale direzione, circa ventimila anni prima, si era spostato l’enorme ghiacciaio. Infine c’era l’incantevole mare che la circondava, un piatto color zaffiro che celava ricchezze infinite: stelle marine, meduse, ostriche, ricci, razze, granchi reali, ascidie, bioluminescenza, e un’infinita serie di pesci magnifici, scivolosi, scintillanti. I naturalisti non tornavano mai indietro con i retini vuoti. Per chi sperava di insegnare la scienza sfruttando la natura, Penikese era una miniera d’oro.
Mentre Agassiz cominciava a scaricare legname sull’isola per costruire la colonia, David Starr Jordan stava leggendo il giornale. Si trovava nella lontana Galesburg, nell’Illinois, dove finalmente aveva trovato lavoro come insegnante di scienze nella piccola università cristiana di Lombard College. Aveva il morale sotto i tacchi, però: si sentiva isolato geograficamente e spiritualmente. I colleghi lo criticavano perché insegnava la blasfema teoria delle ere glaciali, ma soprattutto perché permetteva ai suoi alunni di maneggiare strumenti di laboratorio e «rifiuti chimici». In Illinois faceva freddo, l’orizzonte era piatto e lui aveva nostalgia delle gole fiorite della sua giovinezza. Un buio mattino di inizio primavera, però, girò la pagina del giornale e trovò la pubblicità di un «Corso di storia naturale in località marina», tenuto nientemeno che da Louis Agassiz.
Immagino David che quasi si soffoca con il caffè e lo sbuffa dal naso per lo stupore, ma non poteva essere caffè, trattandosi di un astemio rigoroso che, oltre all’alcol e al tabacco, evitava la caffeina in quanto capace di alterare le percezioni. Quindi potrebbe essersi soffocato con acqua, tè alle erbe o chissà cos’altro, incredulo che esistesse un posto come quello. Si candidò alla colonia estiva non appena poté. Entro poche settimane ricevette la lettera di ammissione, il suo biglietto di sola andata dall’Illinois, firmata in persona da Agassiz.
***
Pochi mesi dopo, l’8 luglio 1873, David Starr Jordan raggiunse il molo di New Bedford, Massachusetts e, per la primissima volta, ammirò l’oceano. Aveva ventidue anni.
A poco a poco cominciò a radunarsi intorno all’attracco un gruppo sempre più folto di giovani naturalisti e naturaliste. La mattinata era splendida, la baia placida, il cielo azzurro luminoso. Verso di loro avanzava un rimorchiatore, che li avrebbe portati su quella macchiolina lontana visibile all’orizzonte. La nave gettò le tavole e i cinquanta giovani naturalisti salirono a bordo. Ciò di cui parlarono mentre navigavano lenti è andato perso nei meandri del tempo. Forse si scambiarono aneddoti gonfiati sulla fauna dei loro luoghi d’origine, o si domandarono a quale regno erano devoti: animale, vegetale o minerale. Forse, ricorrendo a una delle sue più fidate battute, David rispose spiegando che tutti i muri della sua casa d’infanzia erano invasi da una fitta edera rampicante, e lui era dovuto diventare «botanico per legittima difesa». Forse rimase incollato al parapetto della nave a cercare luccichii di squame in quelle onde misteriose. In seguito confessò che quelli, per lui, erano stati anni di tenace timidezza, di paura dei posti nuovi; forse si consolò con l’antica tecnica del trovare rifugio nella natura.
Dopo circa un’ora, il rimorchiatore abbassò i giri dei motori e cominciò ad avvicinarsi all’isola. Dal ponte, sulla punta di quello che sembrava un lungo molo, David avvistò una persona. Scrive:
Nessuno di noi dimenticherà mai la prima volta che vide Agassiz. Eravamo partiti da New Bedford di mattina presto a bordo di un rimorchiatore, e Agassiz ci accolse sull’attracco dell’isola. Era quasi solo sul pontile, e il suo gran volto brillava di soddisfazione […]
Il fisico alto e robusto, le spalle larghe un po’ incurvate dal peso degli anni, il viso ampio e tondo illuminato da gentili occhi marroni, il sorriso allegro […]. Ci salutò con affetto mentre sbarcavamo. Ci guardò negli occhi per essere sicuro di non aver sbagliato a scegliere proprio noi, in una moltitudine di candidati.
Dopo averli salutati uno per uno con strette di mano, «il grande naturalista» li guidò in cima alla collina per vedere il nuovo dormitorio. Non era in condizioni perfette, perché i lavori di costruzione stavano durando più del previsto: mancavano i vetri alle finestre, il tetto era incompleto, e la parete che avrebbe dovuto dividere i letti dei maschi da quelli delle femmine era, per il momento, una semplice e leggera vela appesa a una trave.
Alcuni studenti rimasero disgustati. Frank H. Lattin, giovane ornitologo di Rochester,...




