E-Book, Italienisch, 622 Seiten
Reihe: Sotterranei
Miles Scarti
1. Auflage 2023
ISBN: 978-88-7521-690-0
Verlag: minimum fax
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark
E-Book, Italienisch, 622 Seiten
Reihe: Sotterranei
ISBN: 978-88-7521-690-0
Verlag: minimum fax
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark
Talmadge e Micah abitano abusivamente in un appartamento di Manhattan, vivendo serenamente degli avanzi che trovano nei cassonetti, ma il loro equilibrio subisce una scossa quando devono ospitare un vecchio compagno universitario. Elwin, un linguista di mezza età lasciato dalla moglie, deve fare i conti con un padre malato che va perdendo la memoria. Sara, un'avvenente vedova dell'11 settembre, vede sgretolarsi il rapporto con la figlia adolescente e con il secondo marito, Dave, un uomo che ha costruito la sua fortuna riscuotendo debiti scaduti. E mentre i personaggi seguono i loro percorsi - tra epifanie e rese dei conti, vecchi debiti da pagare e tentativi di comunicare con le generazioni future - le storie si muovono verso una convergenza ineluttabile e un epilogo che per il lettore sarà difficile dimenticare. A partire dai detriti, reali e metaforici, delle loro esistenze, Jonathan Miles costruisce un romanzo corale dagli incastri perfetti, tenuto insieme da una prosa impeccabile (e a tratti esilarante) e da una profonda riflessione etica sul concetto di spreco e di consumo, per giungere alla conclusione che tutto, ma proprio tutto, può essere salvato.
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1
A parte uno, tutti i sacchi neri dell’immondizia ammucchiati sul bordo del marciapiede della Quarta Strada Est erano trapuntati di neve fresca e apparivano, a Talmadge, come vette alpine rischiarate dalla luna. O almeno come Talmadge, nato e cresciuto in pianura, immaginava potessero apparire le vette alpine, se inondate dal bagliore lunare e (aggiunse, dopo un’ulteriore riflessione) fatte di fogli di polietilene a bassa densità. Riconosceva che le sue facoltà mentali erano ancora sotto il poderoso effetto del mezzo grammo di Sour Diesel californiana che aveva fumato mezz’ora prima, ma comunque: montagne. Decisamente. Quando strofinò via la neve dal sacchetto più in alto e sciolse il nodo che ne stringeva la sommità si sentì come un dio che smantellava la Terra.
Di sicuro Micah avrebbe avuto da ridire su questa similitudine – gli sembrava quasi di sentirla: «Il problema, con voi uomini, è che non siete in grado nemmeno di aprire una dannata busta della spazzatura senza voler essere una divinità che sottomette il pianeta» – e poi sarebbe passata a tormentarlo per il semplice fatto che lui faceva similitudini. «È possibile che non sai dire tre frasi di seguito senza ficcarci dentro la parola ?» Ed era vero: Talmadge era un analogista accanito, e non poteva fare a meno di vedere il mondo come una matrice di riferimenti interconnessi, in cui ogni cosa era collegata a ogni altra per mezzo degli impulsi associativi e polarizzanti del suo cervello. Ai tempi del college aveva letto che quel tratto era indice di genialità, o forse solo di intelligenza superiore alla media ma, pur sentendosi lusingato, era anche tristemente consapevole di averlo ereditato direttamente da suo zio Lenord: un segmento di DNA che non era particolarmente ansioso di rivendicare. Zio Lenord, il quale riparava tosaerba, decespugliatori e altri arnesi a motore nella sua rimessa di Wiggins, Mississippi, era una fonte inesauribile di similitudini campagnole – ; ; ; – ma nessuno aveva mai avuto il sospetto che facesse pensieri geniali, o anche solo più intelligenti della media. A essere sinceri, nessuno aveva mai avuto il sospetto che lui pensasse in generale, con la possibile eccezione della fidanzata di uno dei confratelli di Talmadge alla Ole Miss.1 La ragazza aveva intervistato Lenord per la tesina finale del corso avanzato di Storia e Cultura degli Stati del Sud riguardo agli effetti del disboscamento massivo sulle comunità rurali e, dato che quella tesina le era valsa quasi il massimo dei voti, si presumeva che Lenord fosse stato costretto a pensare almeno una volta in vita sua. Qualche settimana dopo, mentre Talmadge era a casa per le vacanze di Natale, lo zio gli aveva fatto rapporto sullo svolgimento dell’intervista: «Quella c’aveva delle tette da qua alla luna», gli aveva confidato. «Mi sarei buttato su quel culo come un papero su un lombrico».
Talmadge rovistò nel sacchetto con un guanto: ciambelle, pagnotte di mais, rosette, bagel, biscotti, cornetti alla crema, girelle, challah e muffin: gli scarti del reparto panetteria del Key Food, quasi tutti ancora commestibili ma nessuno vendibile, abbandonati sul ciglio della strada. Trasferì due pagnotte e due muffin al pistacchio nella borsa di iuta che aveva a tracolla e poi, ricordandosi che avrebbero avuto Matty a cena, aggiunse un’altra pagnotta e un altro muffin. E poi ancora una pagnotta e, dopo averci riflettuto ed essersi ricordato che Matty mangiava come un taglialegna, un’altra ancora.
I cornetti alla crema erano irrimediabilmente spiaccicati, altrimenti tre o quattro li avrebbe presi. L’erba gli faceva venire un’insaziabile fame di dolci. Era indeciso se prendere i biscotti, ma erano avvolti in un bozzolo di tovagliolini di carta inzuppati di un liquido blu, a occhio e croce Vetril. La challah era dura come legno stagionato, e con occhio critico rilevò che avrebbero dovuto buttarla il giorno prima. Lo stesso valeva per i bagel, ma di quelli non gli importava perché i bagel del giorno prima non erano certo merce rara. E comunque, i migliori li aveva Unger’s, sulla Avenue B, e il signor Unger – irascibile e paffuto, una reliquia in grembiule del Lower East Side dei tempi che furono – ne metteva fuori due o tre buste piene ogni sera. L’unico problema era proprio il signor Unger, che ogni tanto si scapicollava fuori dal negozio per esigere il pagamento. Talmadge se la dava sempre a gambe alla svelta ma Micah provava piacere nello scontro. «È spazzatura», diceva. «È la spazzatura», replicava lui. E andavano avanti così fino a quando il signor Unger non cominciava a sbracciarsi e a gridare: «Scrocconi! Scrocconi!» L’intera questione era del tutto evitabile dal momento che c’era un intervallo di due ore tra la chiusura del negozio, alle sette, e l’arrivo dei camion della nettezza urbana, alle nove, durante il quale i bagel si potevano scroccare con tutta calma, ma Micah operava solo alle proprie rigide condizioni: le reliquie iraconde e paffute potevano andarsene al diavolo.
Dopo aver richiuso il sacchetto e averlo risistemato in cima alla pila, Talmadge mise mano agli altri. Dopo molteplici palpeggiamenti trovò ciò che cercava: il gradevole cicchettio umido che indicava la presenza di frutta o verdura. Con un po’ di manovre riuscì a estrarre il sacchetto dal mucchio – era più pesante del solito, poteva trattarsi di meloni – e lo aprì sul marciapiede.
«Cinque dollari», sentì esclamare. Era uno dei raccattalattine vicino alla macchina dei vuoti a rendere, a cinque o sei metri da lui: un tizio nero e agitato, tutto curvo in un lungo soprabito grigio fumo. Non era più alto di un metro e settanta, anche se probabilmente avrebbe sfiorato il metro e ottanta se avesse avuto voglia o modo di raddrizzare la schiena e, pur dimostrando ottant’anni – in parte per la postura, ma anche per via degli occhi cisposi, coronati dalle stesse sopracciglia grigie, folte e arruffate che hanno i matti nei ritratti dell’Ottocento – con tutta probabilità era più vicino ai sessanta. Con una busta vuota appesa alla mano guardava in cagnesco la macchina con su scritto LATTINE come se si stesse preparando a farci a pugni.
«Cinque dollari di merda», disse alla macchina. Guardò alla sua sinistra, dove una cinese bassa e sfigurata con un carretto pieno di lattine aspettava il suo turno mentre un altro raccattalattine che Talmadge chiamava Scatman – con addosso le sue solite cuffie antiquate e vari strati di cappotti che gli davano le dimensioni di un grizzly – imboccava una grossa scorta di bottiglie Evian nelle fauci della macchina con scritto PLASTICA; poi guardò a destra, dove c’era Talmadge che lo fissava con una busta aperta davanti ai piedi, colma di verdura sudicia; e infine in alto, dove un cartello diceva SALVA IL MONDO! GUADAGNA CON I RIFIUTI. Una volta Talmadge aveva proposto per scherzo a Micah di spostare il cartello davanti alla Chiesa di Gesù Salvatore che stava all’angolo con la Terza Strada. Micah non l’aveva trovato spiritoso, ma c’è da dire che l’umorismo non era il suo forte.
Scatman non si stava esibendo nel suo . Di solito accompagnava con una serenata i suoi depositi e prelievi, borbottando sillabe senza senso come in certi pezzi jazz, o qualcosa di simile: . Da qui il nome. Talmadge non sapeva dire se le cuffie imbottite di Scatman, rivestite di ecopelle marrone e grandi come mezze noci di cocco, avessero a che fare con lo , o fossero anche solo collegate a qualcosa, ma dato che non lo aveva mai visto senza, caldo o freddo che facesse, supponeva che una funzione dovessero averla. Quanto alla cinese, Talmadge la conosceva, o comunque sapeva chi era. Era una raccattalattine part-time che faceva un giro fisso la sera presto, estraendo le lattine dai bidoni agli angoli delle strade con una pinza di plastica verde e violetta di quelle che si vendono nei negozi di giocattoli. I loro tragitti si incrociavano abbastanza spesso da far sì che ogni tanto lei e Talmadge si scambiassero una rapida occhiata di saluto o anche, più raramente, un cenno del capo. Lui la chiamava Pendola, perché aveva una gamba penosamente più corta dell’altra e percorreva la strada dondolando. Ma il Gobbo, quello dei cinque dollari, era una novità.
«Mi dà solo questi?», stava chiedendo a Pendola. «Cinque dollari?» Lei fece una smorfia, ma non disse niente. Il nero tornò a guardare la macchina. «Ma porca troia», disse, mordendosi un attimo il labbro. «Tu, senti un po’», ora ce l’aveva con Scatman. «Cinque dollari, è giusto?»
«Se così dice», rispose Scatman senza alzare gli occhi, con una voce che Talmadge trovò leggermente spiazzante. Aveva parlato con il timbro profondo e melodioso di un annunciatore di altri tempi. No, nemmeno, era ancora più basso: la di un annunciatore di altri tempi. Talmadge non l’aveva mai udito proferire parola, a parte i e e - di quando faceva , sputacchiando e farfugliando con la grazia soave di uno che ha l’indice ficcato dentro una presa elettrica. Basandosi su quello, si sarebbe aspettato una voce più stridente.
«Porca puttana », disse il Gobbo, e picchiò il lato del pugno sulla macchina, facendo sbatacchiare il pannello di vetroresina e sfarfallare la lampadina all’interno. Be’, questo era...




