Michelucci | Guida alla Firenze ribelle | E-Book | www2.sack.de
E-Book

E-Book, Italienisch, 304 Seiten

Reihe: Finestre

Michelucci Guida alla Firenze ribelle


1. Auflage 2016
ISBN: 978-88-6243-343-3
Verlag: Voland
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark

E-Book, Italienisch, 304 Seiten

Reihe: Finestre

ISBN: 978-88-6243-343-3
Verlag: Voland
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark



'Per secoli Firenze è stata... un'inesauribile fucina di idee rivoluzionarie e ha confermato di essere... un laboratorio d'innovazione e uno spazio di conflitto urbano dal quale sono spesso soffiati i primi venti del cambiamento sociale e politico del paese.' Assediata dai cantieri delle grandi opere, asservita alle esigenze del turismo di massa, Firenze è stata definita la 'Disneyland del Rinascimento', ma le sue strade conservano ancora un'anima libertaria che affonda le radici in una storia coraggiosa, alimentata dallo spirito orgoglioso dei suoi abitanti. Dal tumulto dei Ciompi a Michelangelo, da Savonarola ai Macchiaioli, da Dostoevskij a Dino Campana e a Don Milani, dagli uomini e le donne della Resistenza agli Angeli del fango: in ogni angolo di Firenze è viva la memoria di una città aperta e solidale, patria dei movimenti, capitale del pacifismo, luogo d'incontro e di dialogo tra i popoli e le religioni. Le mappe sono state disegnate da Simona Gallo. Le fotografie sono di Monica Falconi.

Michelucci Guida alla Firenze ribelle jetzt bestellen!

Autoren/Hrsg.


Weitere Infos & Material


Il primo caduto della Resistenza
PIAZZA DELLA REPUBBLICA


In linea d’aria sono poche centinaia di metri, un pugno di strade, una decina di piazze. Si fatica quasi a credere che spazi così circoscritti possano raccontare storie tanto dolorose e al tempo stesso cariche di coraggio ed eroismo. Basta alzare appena lo sguardo, nel centro di Firenze, per far rivivere quelle settimane e quei mesi che videro la lotta partigiana culminare nella liberazione dall’invasore nazista e dall’infame soldataglia fascista. Di quei giorni terribili restano oggi alcune decine di iscrizioni nella pietra marmorea delle lapidi spesso erose dal tempo e dagli agenti atmosferici. Talvolta non ci sono neppure quelle, a indirizzare le traiettorie della memoria.

Piazza della Repubblica rappresenta da sempre il cuore pulsante del centro di Firenze, eppure non c’è niente, oggi, a ricordarci che sulle sue pietre medievali fu versato il sangue del primo caduto della guerra di liberazione in città. Nessuna lapide rievoca quell’episodio che si consumò in circostanze casuali, oseremmo dire quasi banali. Forse perché a sparare non fu un tedesco, ma un ufficiale del regio esercito. O forse perché a cadere non fu un combattente partigiano né un gappista, né tanto meno un intellettuale dissidente. Nessuno ha mai pensato di celebrare nella pietra il sacrificio di Valerio Bartolozzi, il giovane operaio originario di Scandicci che la mattina del 9 settembre 1943 si trovava qui per distribuire volantini antinazisti con i suoi compagni. All’epoca si chiamava ancora piazza Vittorio Emanuele, anche se il monumento equestre al primo re d’Italia era stato rimosso da oltre un decennio. È difficile pensare che Valerio, come tanti altri fiorentini e italiani, fosse riuscito a dormire la notte precedente. Non è possibile prendere sonno quando la felicità si mescola all’ansia e alla paura, quando l’emozione ti blocca lo stomaco e la testa. La sera dell’8 settembre, poco dopo le 19,30, la radio aveva finalmente trasmesso quel comunicato tanto atteso: “Il governo italiano, riconosciuta l’impossibilità di continuare l’impari lotta contro la soverchiante potenza avversaria, nell’intento di risparmiare ulteriori e più gravi sciagure alla nazione ha chiesto un armistizio al generale Eisenhower, comandante in capo delle forze alleate anglo-americane. La richiesta è stata accolta.”

Dopo le parole del maresciallo Badoglio, molti si erano illusi che la guerra stesse per finire, che si avvicinasse davvero l’agognata libertà. Il primo pensiero era andato ai figli e ai mariti al fronte. Ma già poche ore dopo, l’euforia aveva lasciato spazio al timore, poi alla consapevolezza che la strada sarebbe stata ancora lunga. Quali saranno, si erano allora chiesti a mente fredda, le conseguenze per la popolazione? I partiti antifascisti non avevano aspettato l’annuncio dell’armistizio ed erano da tempo in piena attività. I dirigenti comunisti avevano trascorso la sera dell’8 in tipografia per far uscire il primo numero dell’”Azione Comunista”, il vecchio giornale fondato da Spartaco Lavagnini, soppresso nel lontano 1921. Insieme al giornale, avevano fatto stampare decine di migliaia di copie di un volantino che metteva in guardia contro il ritorno dei fascisti e chiamava il popolo alla lotta armata contro i nazisti.

Valerio aveva solo diciannove anni e da qualche tempo lavorava alle Officine Grandi Riparazioni delle Ferrovie, a Porta al Prato, dove il giorno prima era stato indetto uno sciopero in seguito alla notizia della resa italiana. Sognando, come tanti, un futuro diverso per il suo paese, militava con entusiasmo nelle file del Partito comunista e, a dispetto della giovane età, aveva già maturato una coscienza di classe che lo rendeva ben consapevole dei doveri e dei rischi cui sarebbe andato incontro con le sue attività. Il 9 settembre, con le parole pronunciate da Badoglio ancora nella mente, Valerio si reca in centro di buon’ora con alcuni compagni per distribuire i volantini del partito: è convinto che in quel frangente si possa fare la storia anche in quel modo. La loro attività dà nell’occhio, anche perché la piazza non somiglia minimamente all’affollato e caotico crocevia di turisti che è oggi. I loggiati, per esempio, erano stati chiusi con un grosso muro che doveva servire da protezione in caso di bombardamenti aerei. Quel giorno vi si respira un’atmosfera elettrica, come non se ne ricorda da tempo. Molti passanti si fermano e si radunano intorno al gruppo di giovani, mostrando di condividere il messaggio contenuto nei volantini. Poi, all’improvviso, da un angolo della piazza appare un gruppo di carabinieri che si avvicina ordinando con decisione d’interrompere il volantinaggio. Ne nasce un diverbio dai toni accesi. Volano parole grosse, qualche spinta. La folla mostra il suo risentimento nei confronti dei militari, finché un tenente del regio esercito, un certo Franco Indelicato, originario di Catania, non estrae la sua Beretta e spara un colpo di pistola ad altezza d’uomo, senza alcuna ragione plausibile. Valerio cade a terra, lo sguardo rivolto al cielo sopra la piazza, che si richiude sopra di lui.

Se una storia fatta di carne, sudore e sangue come quella della Resistenza italiana potesse essere ridotta a fredda statistica verrebbe da dire che Valerio Bartolozzi è stato il primo caduto della Resistenza a Firenze. Di fatto fu proprio così, anche se un movimento resistenziale vero e proprio non aveva avuto ancora il tempo di organizzarsi. Non fu ucciso da un tedesco ma da un suo connazionale che nel 1945, a guerra conclusa, sarebbe stato condannato dalla Corte d’assise di Firenze a quattordici anni di reclusione, una pena che, da latitante qual era, non avrebbe peraltro mai scontato. È strano morire così in tempo di guerra. Episodi tragicamente simili sono purtroppo accaduti in tempi più recenti. Tempi di pace, seppur di forte scontro sociale nelle strade, nelle piazze, nelle università. Se quel colpo di pistola non fosse andato a segno, con ogni probabilità Valerio sarebbe di lì a poco salito in montagna. Se solo ne avesse avuto il tempo, si sarebbe unito alle brigate partigiane attive intorno a Firenze. O forse, chissà, sarebbe rimasto in città per prendere parte alle operazioni dei Gruppi di azione patriottica. Di sicuro non sarebbe rimasto con le mani in mano, ma avrebbe dato il suo contributo per la riconquista della libertà.

Nessuno ha pensato di ricordarlo qui dove fu ucciso, ma il suo nome, almeno quello, sarebbe stato portato con orgoglio da una brigata partigiana di orientamento comunista che si costituì sulle colline di Firenze nella primavera del ’44. Alla formazione Valerio Bartolozzi si unirono giovani dell’area fiorentina ma anche austriaci, polacchi e russi disertori della Wehrmacht.

Nel pomeriggio del 9 settembre, poche ore dopo la morte del giovane operaio di Scandicci, i membri dei partiti antifascisti decisero di costituirsi a Roma in Comitato di liberazione nazionale e di guidare la lotta di Liberazione come governo autonomo. Passarono solo due giorni e il Comitato interpartitico fiorentino seguì l’esempio romano, dando vita al Comitato toscano di liberazione nazionale (ctln), del quale entrarono a far parte il Partito d’Azione, i socialisti di Unità proletaria, i comunisti, la Democrazia cristiana, la Democrazia del lavoro e il Gruppo di Ricostruzione liberale.

DA LEGGERE:

Orazio Barbieri, Ponti sull’Arno. La Resistenza a Firenze, Firenze, Edizioni Polistampa, 2003

L’attentato ai nazisti al Caffè Paszkowski
PIAZZA DELLA REPUBBLICA 35r


Con i suoi camerieri in alta uniforme, i lucernari di cristallo e le sale déco affacciate su piazza della Repubblica, il Caffè Paszkowski è da oltre un secolo uno dei ritrovi più famosi ed esclusivi del centro di Firenze. All’inizio del ’900 il polacco Karol Paszkowski, figlio di un insorto della rivolta antirussa del 1863, rilevò il vecchio Caffè Centrale e lo trasformò in un ritrovo per l’alta borghesia e i turisti più abbienti. Pochi sanno, però, che nelle sue scintillanti stanze interne si consumò uno dei gesti più temerari della Resistenza fiorentina durante la guerra di liberazione dal nazifascismo. In un freddo pomeriggio del febbraio 1944, una giovane coppia fece capolino dalle grandi porte a vetri e si sedette a uno dei tavolini del locale, all’epoca ritrovo abituale dei comandanti nazisti e degli ufficiali repubblichini. Sembravano due innamorati, lei con una giacca rossa e una borsa di pelle nera, lui in impermeabile bianco. Dopo aver ordinato e pagato un caffè, lei estrasse dalla borsa un pacchetto avvolto in carta di giornale e lo porse al suo compagno che, con gesto fulmineo, lo scartò e ne agganciò il contenuto sotto al tavolo. Quando, però, i due si alzarono e fecero per uscire, qualcosa andò storto. La bomba non era stata fissata bene al tavolo e cadde. La ragazza se ne accorse, spense la miccia e ripose l’ordigno nella borsa, tentando di allontanarsi. Ma la gente seduta intorno, già insospettita, si avventò su di loro chiedendo di vedere cosa ci fosse nella borsetta. Ne nacque un parapiglia dal quale solo il ragazzo, il gappista Antonio Ignesti, riuscì a fuggire. La sua compagna, il cui nome era Tosca Bucarelli, venne invece catturata dai fascisti. Tosca aveva appena 22 anni, ed era al momento l’unica donna attiva nelle file dei Gap, i Gruppi di azione patriottica fiorentini. Figlia di un ferroviere antifascista, aveva iniziato a lavorare nel Soccorso Rosso già a 17...



Ihre Fragen, Wünsche oder Anmerkungen
Vorname*
Nachname*
Ihre E-Mail-Adresse*
Kundennr.
Ihre Nachricht*
Lediglich mit * gekennzeichnete Felder sind Pflichtfelder.
Wenn Sie die im Kontaktformular eingegebenen Daten durch Klick auf den nachfolgenden Button übersenden, erklären Sie sich damit einverstanden, dass wir Ihr Angaben für die Beantwortung Ihrer Anfrage verwenden. Selbstverständlich werden Ihre Daten vertraulich behandelt und nicht an Dritte weitergegeben. Sie können der Verwendung Ihrer Daten jederzeit widersprechen. Das Datenhandling bei Sack Fachmedien erklären wir Ihnen in unserer Datenschutzerklärung.