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E-Book, Italienisch, 322 Seiten

Mhalla Tecnopolitica

Come la tecnologia ci rende soldati
1. Auflage 2025
ISBN: 978-88-6783-536-2
Verlag: ADD Editore
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark

Come la tecnologia ci rende soldati

E-Book, Italienisch, 322 Seiten

ISBN: 978-88-6783-536-2
Verlag: ADD Editore
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark



Intelligenza artificiale, neuralink, satelliti, metaverso: le Big Tech sono protagoniste assolute del nostro secolo, identità ibride capaci di ridefinire la morfologia della costruzione collettiva che chiamiamo Stato, di intervenire sull'andamento di un conflitto, di tracciare nuove frontiere. La loro pervasività può trasformarci in soldati, arruolati in una guerra invisibile che si combatte sul campo di battaglia più ambito, il nostro cervello, spingendoci a un'interpretazione binaria della realtà: tecnologia o democrazia? Per impedire che la tecnologia divori la politica e diventi il carburante delle guerre future, Asma Mhalla indaga la natura del rapporto tra tecnica e politica, le sue nuove forme di potere, le estensioni e le implicazioni della sua potenza. Maneggiare la paura non basta più e il tumulto di questo inizio secolo è l'occasione di riaffermare il progetto politico democratico. È questo il punto di partenza, una combinazione tra l'infinitamente grande e l'infinitamente umano perché noi, cittadini consapevoli, siamo l'elemento che può conciliare il progresso tecnologico e quello sociale.

Asma Mhalla, specializzata in politica e geopolitica della Tecnologia, fa parte del LAP (Laboratoire d'Anthropologie Politique) dell'EHESS/CNRS, insegna alla Columbia, a Sciences Po e all'École Polytechnique. Nell'estate 2023 ha condotto CyberPouvoirs una trasmissione di France Inter dedicata ai temi del libro e molto seguita. Si occupa soprattutto di nuove forme di potere tra Stati e Big Tech, in ambito civile e militare (guerre ibride), questioni democratiche e di governance dei canali sociali, aspetti geopolitici e ideologici dell'AI, sovranità tecnologica
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INTRODUZIONE


La tecnopolitica come terreno di gioco


Come capire le nuove forme di potere che si muovono intorno alla questione tecnologica e, in particolare, intorno alle Big Tech, giganti tecnologici ibridi e inclassificabili? Quali chiavi di lettura usare per interpretare i giochi di potere, talvolta pericolosi, che si cristallizzano intorno alle nuove cyberguerriglie e alle neoguerre potenziate dall’intelligenza artificiale? Come individuare i contorni deformati della sovranità con la nuova distribuzione delle leve di potere? Quali architetture democratiche inventare, quali nuove libertà immaginare? Queste sono solo alcune delle domande su cui la rivoluzione tecnologica ci impone di riflettere.

«Il mondo muore dalla voglia di nascere. La nostra società si è esaurita per realizzare i sogni del passato. [...] Il ventesimo secolo non ha preparato il ventunesimo», scriveva Romain Gary in Biglietto scaduto.1 Facendo eco a Gary, Alain Touraine, in Le nouveau siècle politique,2 ci incoraggiava a entrare nel XXI secolo riconoscendo l’obsolescenza dei nostri software politici. Paradossalmente, però, mi sembra che proprio durante i grandi sconvolgimenti le posizioni acquisite si irrigidiscano, assumendo una modalità difensiva. Benché il nostro primo riflesso sia il rifiuto dell’ignoto, sarà inevitabile rinunciare ad alcuni modelli di pensiero precostituiti e automatici, accettare una realtà complessa e perturbante di cui non possediamo i codici, immaginare un’identità politica su misura per nuove e strane realtà emergenti (Big Tech) o in trasformazione (lo Stato), proporre nuovi punti di riferimento collettivi per le nostre democrazie vacillanti, obiettivo principale della mia riflessione.

Il secolo che si è aperto davanti a noi è brutalmente turbolento, caotico, ma anche intellettualmente stimolante, poiché comporta la fine dei vecchi dogmi e, di conseguenza, la costruzione di nuove categorie politiche, segnando un prepotente ritorno della politica. Per indagare le dinamiche relative alle cyberpotenze, serve un nuovo campo di analisi multidisciplinare: la tecnopolitica.

A partire dal 2010 nel mondo anglosassone e, più di rado, nei testi francofoni compare il termine technopolitics. Inizialmente veniva impiegato per definire il controllo delle tecnologie digitali, social network in testa, per creare mobilitazione politica nei cittadini, empowerment. Nella mia concezione, la tecnopolitica riguarda invece la comprensione dei grandi sistemi politici e ideologici. Non è figlia della tecnocritica tradizionale, o almeno non solo. Certo, gli spazi di manovra e riflessione tra tecnologia e politica sono tanti, è un ambito di ricerca in parte già esplorato, ma non per questo il lavoro può considerarsi finito. La tecnopolitica fa un passo avanti, prendendo le distanze dal proprio oggetto di indagine, senza confondere tecnocritica e tecnofobia.

È una disciplina trasversale che incrocia economia e diritto, filosofia e teoria politica, relazioni internazionali e storia, cyber3 e tecnologia. Negli Stati Uniti questi temi hanno inaugurato un nuovo ambito di studies che definirei tecnopolitica, una disciplina fondamentale per comprendere oggetti ibridi come le Big Tech, nuove strutture di potere che si impongono come alter ego dei Big States, le espressioni stato-militari del cyberpower e gli scivolamenti democratici che causano, l’ideologia che racchiudono nel progetto di Tecnologia Totale. In parole semplici, la Tecnologia Totale è l’idea che la tecnologia sia portatrice di un progetto politico e ideologico totale, per la sua volontà di potenza e controllo illimitato. Non se ne possono cogliere le ramificazioni adottando un solo punto di vista, con un’unica prospettiva, mantenendo distinti gli ambiti disciplinari. Il pensiero deve espandersi. Altrimenti non riusciremmo a comprendere la nostra epoca.

Grazie alle tecnologie iperveloci si apre una nuova era, quella della simbiosi, fusione organica tra entità o nozioni che si integrano, sopravvivono ed evolvono insieme. La simbiosi non è una semplice intersezione, è più radicale e anche più pericolosa. La tecnopolitica tenta di assimilare questi fenomeni, di non indulgere in toni apocalittici per formulare una possibile diagnosi del regresso democratico, proponendo alcuni spunti di riflessione per risolvere le equazioni (geo)politiche che si impongono con tanta urgenza.

In un mondo in costante mutamento, il pensiero non si può fossilizzare. In un’epoca in cui l’«unicità umana» viene messa in discussione da tecnologie artificiali sempre più potenti, è importante ribadire la nostra forza di esseri umani. Se è vero che non dobbiamo dimenticare le grandi figure che hanno formato il nostro pensiero, non dobbiamo nemmeno dimenticare di dimenticarle, uscire dai sentieri battuti per imboccarne altri, segnare la rottura, pensare contro noi stessi, avventurarci altrove. Anche a rischio di sbagliare. Un pensiero vivo è una condizione di sopravvivenza e presuppone un cambiamento nel nostro rapporto con la conoscenza, con la sua costruzione, la sua diffusione e condivisione. Senza dubbio esiste una fame di sapere, un bisogno di dare un senso all’alba ancora brumosa del XXI secolo. Calmare, placare i timori irrazionali e il panico prefabbricato, proporre chiavi di lettura e punti di riferimento per non perdersi nella nebbia che ci avvolge, per ragionare invece di avere paura. Questo viaggio, tra teoria e pratica, ancorato all’ultracontemporaneità degli eventi della nostra epoca, non è la riflessione tecnica di un’esperta. Quella che voglio presentarvi è una visione globale, una visione-sistema. Una visione politica, la mia, necessariamente soggettiva, che cerca di confrontarsi con spazi di riflessione inesplorati, stretti tra tecnologia e politica.

Nonostante i dubbi e gli interrogativi voglio entrare nel nuovo secolo e continuare il lavoro critico; progredire e sperare; difendere il «ritorno del politico»; riattivare la promessa di progresso, quello scientifico, quello della conoscenza e quello della giustizia, a condizione di «superare la nostra stessa propaganda» come diceva Paul Virilio.4 Questo è il progetto di Tecnopolitica.

Nuove equazioni politiche da risolvere


La Storia ricomincia da capo: frammentazione del mondo e nuove rivalità


Nel 1989 Francis Fukuyama profetizzava la fine della Storia. Una tesi provocatoria, comprensibile nel contesto dell’epoca: il crollo del Muro di Berlino, la fine della Guerra fredda, la vittoria del modello delle democrazie liberali su un comunismo moribondo. Al di là della punchline, bisognava intendere la fine della Storia come fine delle ideologie o, piuttosto, dello scontro tra ideologie, «il punto d’arrivo dell’evoluzione ideologica dell’Umanità»,5 il trionfo del modello liberale mondialista, l’egemonia della «superpotenza» americana.6 La questione sembrava risolta. Non avremmo dovuto crederci: la Storia è fatta solo di sorprese, incidenti ed eccezioni. Alcune potenze emergono, dominano, collassano, ma ne appaiono altre, in un ciclo eterno, o quasi.

La Storia ha deciso di rimettersi in movimento. Una nuova coppia si sfida: questa volta gli Stati Uniti non si confrontano più con il blocco sovietico o con «l’asse del male» post 11 settembre, bensì con la Cina. La rivalità alimenta abbondantemente articoli, dibattiti, convegni, conferenze, tavole rotonde, trasmissioni televisive. Il panico e l’eccitazione sono tornati, sta succedendo di nuovo qualcosa!

La rivalità strategica sino-americana delinea la trama, ma la Storia ha deciso di manifestarsi anche in un mondo multipolare fatto di coalizioni fluide, profonde interdipendenze economiche, aspirazioni alla disoccidentalizzazione e al decentramento. Nel disordine mondiale si stanno formando alleanze alternative che ambiscono ad aggregare quella parte di mondo in crescente rottura con un Occidente che ha perso il proprio monopolio e parte della propria influenza, ma non il potere. Superpotenze e potenze regionali si affrontano, si mettono alla prova, si scrutano. E un ritornello assillante, semplicistico e pericoloso, torna dolcemente a farsi sentire: quello dello «scontro delle civiltà» teorizzato da Samuel Huntington nel 1996. In fondo, in questa riconfigurazione mondiale in forma di rete, gigantesca ragnatela intessuta di rivalità, interessi e interdipendenze, che cosa intendiamo oggi per «Occidente»? Il crepuscolo di un mondo che avevamo sognato saggio e privo di asperità costringe le democrazie occidentali a reinventare il loro paradigma, a ridefinire il loro spazio. La questione tecnologica è al centro dei rapporti di forze. Le rivalità si concentrano intorno a una competizione tecnologica serrata tra Cina e Stati Uniti. Intelligenza artificiale civile, riconquista dello spazio, climate tech, crittografie quantistiche e post-quantistiche, armi autonome e sistemi di intelligenza artificiale a uso militare... La competizione è a tutti i livelli, a colpi di pressioni, coercizioni, cooperazioni, nuove alleanze e minacce. Schiacciati tra la Cina e gli Stati Uniti, l’Europa, l’India, la Corea del Sud e quanti aspirano a «entrare nel gruppo», si schierano per conquistarsi un ruolo nella riconfigurazione del mondo.

Diffrazione dello...




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