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E-Book

E-Book, Italienisch, 256 Seiten

Reihe: saggi | terra

Meijer Linguaggi animali

Le conversazioni segrete del mondo vivente
1. Auflage 2021
ISBN: 978-88-7452-891-2
Verlag: Nottetempo
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark

Le conversazioni segrete del mondo vivente

E-Book, Italienisch, 256 Seiten

Reihe: saggi | terra

ISBN: 978-88-7452-891-2
Verlag: Nottetempo
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark



Già Fedro ed Esopo dicevano che non siamo i soli sul pianeta ad avere un linguaggio. Certo, i loro animali parlanti erano antropomorfi, e usavano le nostre parole per scopi morali del tutto umani, eppure hanno abitato come creature dotate di logos l'immaginario occidentale, nonostante la tradizione filosofica abbia loro negato ragione e linguaggio fino agli ultimi decenni. Eva Meijer ci segnala cosa sta cambiando e ci mette in ascolto delle segrete conversazioni del mondo vivente: lo studio piú profondo degli 'altri animali' e un'interazione aperta, che si lascia alle spalle il discorso umano come metro assoluto di paragone, ci dischiudono nuove prospettive. In questo modo i linguaggi animali, spesso raffinatissimi e di straordinaria elaborazione, si riappropriano finalmente di significato, mentre parallelamente viene messo in discussione anche ciò che sappiamo del linguaggio in generale. 'Linguaggi animali' racconta storie di uccelli, cani, scimpanzé, delfini, elefanti, api, orche, cavalli, polpi, formiche, topi, perfino funghi mucillaginosi, e rivela in modo chiaro e appassionante, attraverso casi concreti, come questi animali comunicano tra loro e con altre specie (inclusa la nostra), restituendo dignità e complessità di significato a quanto si riteneva puro istinto. Perché la 'cultura' e la creazione di codici comunicativi non sono solo una faccenda umana e la convivenza sulla Terra richiede un'attenta diplomazia interpretativa rispetto agli altri viventi. Ciascuno con la sua intelligenza del mondo, il suo linguaggio, i suoi diritti, la sua etica e una vita degna di spazio e parola.

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Introduzione


Il pappagallo cenerino Alex conosceva oltre cento parole, per mezzo delle quali dimostrava, tra le altre cose, di saper contare e dividere gli oggetti in categorie. Inoltre faceva scherzi e sfruttava il suo vocabolario per influenzare il comportamento delle persone intorno a lui1. La border collie Chaser ha imparato i nomi di piú di cento giocattoli e capisce la grammatica. I delfini selvatici si chiamano per nome. I cani della prateria hanno sviluppato una vera e propria lingua per identificare gli intrusi: possono descrivere la taglia di un essere umano, i colori dei suoi vestiti e dei capelli e gli eventuali oggetti che porta con sé. Gli elefanti in cattività possono emettere parole umane, mentre quelli selvatici ne hanno una specifica per dire “essere umano”, che sta a indicare un pericolo. I linguaggi delle balene, dei polpi, delle api e di molti uccelli sono retti da una grammatica. Le cicale di mare comunicano con i colori e dispongono di dodici canali cromatici, contro gli appena tre umani2. I cani, a differenza dei loro cugini selvatici, i lupi, possono comprendere i gesti delle persone e interpretarne le espressioni facciali3. Gli uistití, piccoli primati dell’America Latina, conversano a turno senza interrompersi e insegnano alla prole a fare altrettanto4.

L’interesse per i linguaggi degli animali risale alla Grecia antica, ma l’etologia, disciplina che studia in maniera sistematica il comportamento e quindi anche la comunicazione animale, si è pienamente affermata solo intorno al 1950. L’attenzione per il tema del linguaggio è poi cresciuta soprattutto negli ultimi anni. Studi recenti dimostrano che gli animali non umani comunicano tra loro secondo schemi piú complessi di quanto si ritenesse in passato. Finora, però, poco è stato scritto sulle implicazioni di questa scoperta per la nostra comprensione degli altri animali e del linguaggio. Si può chiamare “linguaggio” la comunicazione tra animali non umani? Possiamo parlare con loro, e in che modo? Il linguaggio umano è speciale, o lo sono tutti i linguaggi? Ma cos’è, poi, il linguaggio?

Il nostro obiettivo non è passare in rassegna tutti i linguaggi animali: di molti sappiamo ancora pochissimo, ed esiste un’enorme quantità di specie dotate di uno o piú linguaggi. Si tratterà piuttosto di mostrarne la ricchezza e ragionare intorno alle trasformazioni che possono produrre sul nostro modo di pensare agli animali.

Per molto tempo l’intelligenza degli animali è stata valutata in termini umani. Negli esperimenti, per esempio, è stata misurata la loro capacità di risolvere problemi di logica rapportandola a quella della nostra specie. In test simili non otterranno mai punteggi alti, perché i loro sensi si sono sviluppati diversamente dai nostri – agli animali non umani occorrono altre qualità per sopravvivere. Il discorso si può ribaltare: è probabile che gli umani non siano molto intelligenti dal punto di vista di una formica perché non sanno collaborare altrettanto bene, o da quello di un piccione perché hanno una peggiore consapevolezza dello spazio, o da quello di un cane perché non sono in grado di orientarsi con l’olfatto. Nel primo capitolo discuteremo di alcuni esperimenti in cui si è provato a insegnare un linguaggio umano agli animali, e della loro importanza per la comprensione di ciò che rivelano sui meccanismi del linguaggio stesso.

Oggi la biologia definisce l’intelligenza come la capacità di far fronte a sfide proprie di ogni specie5. La comunicazione è il prodotto dello specifico habitat di un animale e delle sue facoltà fisiche e cognitive. Le balene, per esempio, fanno ampio ricorso ai suoni perché sott’acqua le onde sonore si propagano rapidamente, mentre i segnali olfattivi e visivi risultano meno utili nell’oceano. Gli elefanti possono mantenersi in contatto a chilometri di distanza comunicando con toni molto gravi. I pipistrelli, invece, emettono suoni acutissimi per decifrare l’ambiente mentre lo percorrono e cacciano; inoltre, hanno sviluppato sistemi di comunicazione di grande complessità, per certi versi simili al linguaggio umano. Nel secondo capitolo osserveremo piú da vicino alcuni linguaggi animali nel mondo vivente.

Poiché la maggior parte degli animali non si esprime nel linguaggio umano, siamo portati a credere di non poter risalire ai loro pensieri. Comprendiamo gli altri esseri umani perché parlano: la lingua ci dà accesso al loro mondo interiore. Dato che gli animali non lo fanno, ne deduciamo che per noi rimarranno sempre un mistero. A ben vedere, però, potremmo chiederci se ci sia davvero modo di sapere con certezza cosa pensa o prova un nostro simile. Il linguaggio può ingannare, causare malintesi: qualcuno può dire di amarvi e poi negarlo, o magari quella che voi avete letto come una dichiarazione romantica era in realtà una manifestazione di amicizia. Il linguaggio non è inequivocabile, cosí come non lo sono nemmeno gli esseri umani. Non si possono produrre prove inconfutabili su cosa stia pensando una persona; anzi, secondo alcuni filosofi non si può nemmeno dimostrare che pensi tout court. Inoltre, siamo sicuri che la comune appartenenza a una certa specie sia determinante per la comprensione di un altro individuo? Agli esseri umani piace ragionare per categorie, ma anche se gli altri animali si esprimono e percepiscono il mondo diversamente, presentano molte affinità con noi. La specie non determina la comprensione; i fattori sociali sono altrettanto importanti. Quando si conosce a fondo un animale – il proprio animale domestico, per esempio – si è spesso in grado di capirlo meglio di un nostro simile che appartiene a una cultura molto lontana. Nel terzo capitolo parleremo delle conversazioni tra gli umani e gli animali con cui condividiamo la vita di tutti i giorni (cani, gatti, criceti e pappagalli, ma anche pecore, maiali e mucche), mentre nel quarto analizzeremo il ruolo del corpo nel pensiero e svilupperemo un approccio fenomenologico alla ricerca sugli animali.

Nel quinto capitolo ci concentreremo sulle strutture di alcuni linguaggi animali. Si è a lungo creduto che solo le lingue umane poggiassero su una grammatica, supponendo che i linguaggi degli animali servissero soprattutto a esprimere in modo diretto le loro emozioni immediate. Studi recenti hanno dimostrato che non è cosí: i linguaggi animali possono presentare strutture complesse, essere simbolici e astratti, riferirsi a situazioni passate o future oppure, piú in generale, non vincolate al qui e ora.

Una delle modalità di comunicazione tra gli animali è il gioco e, quando giocano, possono anche dire qualcosa sul gioco in sé. È quella che chiamiamo “metacomunicazione”, cioè comunicazione sulla comunicazione. Nel sesto capitolo volgeremo lo sguardo al rapporto fra gioco, linguaggio, metacomunicazione e regole, discutendo anche della moralità degli animali.

Aprire una riflessione sui linguaggi animali può sembrare forzato – come se esistesse un divario insormontabile tra le nostre forme di comunicazione e le loro, come se il linguaggio umano fosse superiore e del tutto inaccessibile agli altri animali. Fino a non molto tempo fa, tuttavia, si pensava che le donne non fossero esseri razionali, né in grado di assumere decisioni politiche6, cosí come in epoca coloniale le popolazioni non occidentali non erano considerate quali interlocutori degni di rispetto. Fu a partire da questo presupposto, per esempio, che non fu riconosciuto il diritto di proprietà degli aborigeni australiani, in quanto strideva con il sistema di leggi e norme dei colonizzatori europei. Nel settimo e ultimo capitolo discuteremo dell’importanza del linguaggio nella politica. Riflettere sui linguaggi degli animali e sui nostri scambi comunicativi con loro può aiutarci a dar forma a nuove comunità e relazioni, e a farci assumere uno sguardo critico sulla posizione degli animali nella nostra società.

Quando si usa una lingua per scrivere o ragionare di linguaggio, si è sempre sotto l’influenza di quella lingua. Ecco perché lo studio del linguaggio è una faccenda tanto delicata: Wittgenstein lo paragona al tentativo di riparare una tela di ragno con le dita7. Il linguaggio può indurci in errore; la sua forma rende identiche cose che non lo sono. Prendiamo a esempio la parola “animali”: crea l’impressione che esista un confine tra gli esseri umani e tutti gli altri animali, mentre, come ha osservato Jacques Derrida, ci sono meno affinità fra un gorilla e un ragno che fra un essere umano e un gorilla8. Gli antichi Egizi non disponevano di un termine collettivo per designare l’insieme degli animali non umani, ma solo di nomi per le varie specie9. Avendo noi una parola che raggruppa tutti gli animali, siamo portati ad avvertire con maggior forza il confine tra gli umani e le altre specie. Questa percezione, di conseguenza, ha l’effetto di accrescere l’antropocentrismo, cioè l’idea per cui l’essere umano sarebbe al centro dell’esistente10, il che a sua volta può condurre a situazioni di oppressione o perfino di violenza sugli animali.

Le parole hanno potere. Il vocabolario che utilizziamo riflette i punti di vista della nostra cultura e li influenza. Il linguaggio è un’espressione della realtà e al...



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