Meijer | I limiti del mio linguaggio | E-Book | www2.sack.de
E-Book

E-Book, Italienisch, 120 Seiten

Reihe: Figure

Meijer I limiti del mio linguaggio

Piccola indagine filosofica sulla depressione
1. Auflage 2024
ISBN: 979-12-5480-115-4
Verlag: Nottetempo
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark

Piccola indagine filosofica sulla depressione

E-Book, Italienisch, 120 Seiten

Reihe: Figure

ISBN: 979-12-5480-115-4
Verlag: Nottetempo
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark



I limiti del mio linguaggio è un'analisi brutalmente onesta e tagliente della depressione - tempo immobilizzato, presente paludoso, 'grigiore che risucchia tutto il colore finché non ne rimane che il ricordo'. Ma per Meijer (e per molti di quelli che ne soffrono), la depressione è anche una ricerca inesausta delle cose grandi e piccole che danno respiro e valore alla vita, perfino quando la terra 'ti attira a sé con più forza del normale': che siano la musica o correre sulla spiaggia con un cane, la scrittura, il conforto di un gatto o il silenzio che dilata lo spazio. In questa 'piccola indagine filosofica', la depressione è ben più di un problema chimico: le domande che pone, infatti, sono essenzialmente umane e toccano questioni fondamentali che riguardano l'autonomia dell'individuo, le relazioni di potere, la solitudine, il rapporto tra corpo e mente. Non va soltanto 'trattata' (con farmaci o psicoterapie), ma compresa: per questo l'autrice dà voce alla propria esperienza depressiva, sondando 'i limiti del linguaggio' che tenta ogni volta di ricucire 'i buchi del mondo', di dare forma a ciò che sembra sottrarsi a ogni forma. Il racconto autobiografico incrocia l'umor nero di Ippocrate, la melanconia di Freud, il Tractatus di Wittgenstein, le indagini sulle relazioni tra follia e potere, o tra neoliberismo e depressione; ma non dimentica mai gli animali, gli alberi, gli altri, l'arte, tutto ciò che può dare consolazione, speranza e significato alla vita.

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1. Sullo sbiadire dei pensieri e la morte a tavola: una piccola storia


Il maggio del 1994, nei miei ricordi, fu un mese insolitamente soleggiato e caldo1. A ogni intervallo i miei compagni di scuola andavano a sedersi sul prato, intrecciavano margherite e suonavano la chitarra – il mondo luccicava, la vita era un’unica, grande promessa. Mentre loro correvano spensierati incontro al futuro, io a ogni passo sprofondavo sempre più in una melma invisibile. Era come se la terra mi trascinasse giù per un eccesso di forza di gravità. Avevo quattordici anni e conoscevo l’oscurità già da un pezzo.

Quando compii otto anni, per esempio, mia zia mi portò in un negozio di giocattoli perché scegliessi un regalo. Mi decisi per una cesta con una cagnolina di peluche e i suoi cuccioli. La trovavo dolcissima, ma allo stesso tempo avevo la sensazione che non fosse giusto, che avrei dovuto fare una scelta più responsabile. La festa di compleanno non fu divertente, ci furono delle liti e la giornata prese una piega strana, grigia. C’era qualcosa che non andava, lo sentivo – perché gli altri facevano finta di niente? Questa sensazione tornò varie volte fino a quando, in quel mese di maggio, non prese il sopravvento, relegando inesorabilmente sullo sfondo tutto il resto.

Dopo maggio arrivò giugno, e ogni cosa diventò sempre più grigia, come in un cartone animato nel quale, una goccia dopo l’altra, il colore sbiadisce finché tutto rimane in bianco e nero. Un bianco e nero in cui, poi, si dissolse il contrasto: il bianco si andò appannando, alla fine solo il grigio restò grigio. Il mondo intorno a me si trasformò in un mondo diverso, dove le cose non si sarebbero sistemate tanto facilmente, anzi, era molto più probabile che non si sarebbero sistemate mai più. Mentre questa pesantezza s’impossessava del mio corpo, i pensieri si addensavano intorno a un unico tema: era meglio non esistere. Da allora, per anni, ho detestato il mese di maggio, il profumo della primavera, il verde e il germogliare della natura, e neanche adesso mi rallegro all’annunciarsi dell’estate, non riesco a gioire, come certe persone, al pensiero di ciò che verrà.

In quel periodo lessi per la prima volta di Jean-Paul Sartre2 in cui il protagonista, Roquentin, vive esattamente la stessa percezione di insensatezza. Fu una lettura inquietante. Le cose che provavo, e che Sartre descriveva, sembravano sfiorare una verità nuda, una desolazione che, una volta scoperta, sarebbe rimasta per sempre. Questa nudità, per Sartre, non è solamente negativa: è anche il presupposto della libertà. Noi esseri umani, in quanto tali, non possediamo soltanto un corpo ma anche una coscienza e, per elevarci al di sopra della nostra contingenza fisica, abbiamo il dovere di affrontare l’assurdità e la vacuità della vita. Non dobbiamo camuffarle con l’idea di un dio, l’illusione di un conforto, o con la volontà di esaudire i desideri altrui; dobbiamo aspirare a essere liberi, possiamo realizzare noi stessi facendo le nostre scelte, e assumendocene la responsabilità. All’epoca, però, di quella libertà non sapevo nulla. Leggevo di Roquentin che svolge in biblioteca la sua ricerca storica, del suo progressivo straniamento e della conseguente consapevolezza che non dipende da lui: è il mondo che è fatto così. La sua nausea non è una reazione a eventi dettati dal caso, ma una crescente presa di coscienza della realtà. L’Autodidatta, che frequenta la stessa biblioteca di Roquentin, e tutti gli altri che credono nella bellezza e nel bene sono ingenui e sprovveduti. Dietro il male non abbiamo nulla da cercare; non prendiamoci in giro.

Gli adolescenti e gli esistenzialisti comprendono qualcosa di vero, di inconsolabile, a proposito della vita. I bambini, forse, non vivono in un mondo sicuro – è già quello reale, dove i gatti finiscono sotto le macchine, gli animali vengono mangiati e altri bambini (o loro stessi, in buona parte del pianeta) devono fare i conti con la guerra – ma in genere non hanno ancora la durezza tipica degli adulti, o l’abitudine a quella durezza. Il loro mondo è magico e vibrante, tutto è ancora possibile. Quello degli adolescenti, invece, si manifesta nella sua piena intensità. I primi amori possono essere smisurati, il sentimento è qualcosa che prorompe al di fuori di te, in ogni direzione. L’assurdità dell’esistenza si può presentare anche così: le cose stanno come stanno, ecco la verità sulla vita, e chiunque ne goda e basta, vive in un’illusione.

Ero convinta che la situazione non sarebbe mai migliorata, che mi sarei sentita per sempre così, e oltre a provare sensi di colpa di ogni tipo, pensavo spesso alla morte. La morte, la mia stessa morte, in quel periodo prese forma, come un’ombra che mi seguiva ovunque. Non avevo un piano concreto, ma al tempo stesso era una presenza costante. Ne parlavo con gli amici, a scuola e con svariati psicoterapeuti, i quali credevano che mi sarebbe passata. In quel periodo indossavo abiti dai colori sgargianti e questa, per la sfilza di psicologi e psichiatri che mi seguirono, fu una delle ragioni per non prendermi sul serio. Uno di loro scrisse letteralmente che non c’era da preoccuparsi perché, anziché vestirmi tutta di nero, portavo un berretto di lana verde con una farfalla e inoltre, a suo parere, avevo molto talento per ogni genere di cosa. Bevevo molto, marinavo la scuola, bisticciavo con i professori, e cantavo. Tutto questo un po’ mi aiutava, mi sollevava appena per tirare avanti. Non mi sentivo malata, pensavo di essere una brutta persona e le cose che facevo servivano a rimuovere quel pensiero, o a metterlo da parte. Ogni sera mi sedevo alla finestra a fumare e ad ascoltare musica, e intanto scrivevo poesie e canzoni, o anche lettere che a volte finivo per bruciare. La mia vita gravitava attorno a un abisso: le cose stanno come stanno, sono sola al mondo, sto sbagliando tutto – a ripetizione.


Nel Albert Camus si chiede se la presa di coscienza sull’assurdità della vita debba necessariamente portare al suicidio3,4. Si tratta, secondo lui, di un problema filosofico fondamentale. La vita è caotica e arbitraria e assurda – noi poniamo domande e il mondo risponde con un irragionevole silenzio, senza darci il senso o il significato che cerchiamo. A questo si può reagire con la fede in un dio che ha creato l’universo a sua immagine, conferendogli un ordine e un fine. Oppure si può accettare l’assurdità dell’esistenza e compiere il gesto estremo perché la vita, essendo priva di senso, non vale la pena di essere vissuta. Ma c’è anche una terza via: abbracciare l’assurdità. In un mondo in cui l’insensatezza prevale, noi essere umani possiamo scegliere di affrontare l’assurdo e le contraddizioni che esso comporta (e cioè, per quanto anche questo sia assurdo, possiamo volerlo combattere o sfuggirgli). Se abbracciamo questa via la soluzione non è togliersi la vita ma, anzi, è viverla il più ampiamente e intensamente possibile. Come Don Giovanni, che insegue le sue passioni in modo insensato ma in piena coscienza, come l’attore che vive innumerevoli vite, come l’artista che non tenta di dare un significato all’assurdo, ma di rappresentarlo così com’è.

Ovviamente Camus ha ragione, quando ci esorta ad abbracciare l’assurdo. L’insensatezza della vita è anche una fonte di felicità, e l’ironia è una delle nostre armi migliori per combatterla. Ma è anche una delle cose che vanno storte quando si soffre di depressione, e di quell’assurdità non si apprezza più il valore, né il lato divertente. Le relazioni perdono di significato, così come l’arte; ci si allontana da se stessi e dal mondo. Durante la mia prima depressione i miei amici, quelli veri, sapevano come stavo, ma questo non mi era di nessun aiuto: poiché ritenevo di aver finalmente capito di essere sola, effettivamente lo ero. I miei pensieri mi isolavano. Ed era tutto grigio, io ero completamente grigia, un bozzolo in cui avevo rinchiuso i miei sentimenti. Nessuno si accorgeva di questo grigiore, o di com’ero davvero, e le piccole attenzioni degli altri non facevano che confermare l’odio che provavo per me stessa. Non c’era via d’uscita. Ogni tanto mia madre diceva che gli anni delle superiori sono i più belli della nostra vita.

Nonostante le assenze ingiustificate e la cattiva condotta superai l’esame di maturità senza problemi, e poi partii per l’Inghilterra per studiare canto. Un nuovo inizio che affondava le radici nel passato. Qualche mese dopo mia zia si tolse la vita. Non fu un gesto del tutto inaspettato; soffriva da tempo di gravi nevralgie, sapevamo che voleva farla finita e in precedenza aveva già fatto un mezzo tentativo. Allo stesso tempo, però, ci colse di sorpresa, un fulmine a ciel sereno che divise il mondo in due, un prima e un dopo. La morte divide sempre il mondo in due, ovviamente, ma nel mio caso cambiò davvero il modo in cui vedevo le cose. Non c’è sempre un lieto fine (certe fratture rimangono, a distanza di oltre vent’anni). Può anche accadere l’impensabile, e non parlo di un lutto o di un dolore. Sì, c’era anche quello, per quanto il...



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