MCHUGH | Il cane | E-Book | www2.sack.de
E-Book

E-Book, Italienisch, 328 Seiten

Reihe: animalìa

MCHUGH Il cane


1. Auflage 2020
ISBN: 978-88-7452-822-6
Verlag: Nottetempo
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark

E-Book, Italienisch, 328 Seiten

Reihe: animalìa

ISBN: 978-88-7452-822-6
Verlag: Nottetempo
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark



Considerato quasi ovunque il miglior amico dell'uomo, il cane è anche tra quelli di piú antica data: la sua avventura nel mondo si intreccia a quella umana sin dall'era preistorica e, nel corso dei millenni, l'immaginario su questo animale ha permeato la mitologia, la religione, la letteratura, l'arte, il cinema e, soprattutto, moltissimi aspetti della nostra vita quotidiana. Susan McHugh ne ripercorre storia e curiosità, passando dal dibattito sulla discendenza dal lupo a quello sulle razze, dal fenomeno degli allevamenti a quello dei cani da laboratorio, dalle Madonne canine a Flush di Virginia Woolf, a Lassie, al cane-astronauta Laika e a molti altri che hanno popolato la terra e la nostra immaginazione. Scopriremo, cosí, che uno degli animali che piú amiamo ha in comune con noi addirittura piú di quanto normalmente riteniamo.

Susan McHugh vive a Biddeford, nel Maine, e insegna Inglese all'Università del New England. I suoi interessi scientifici includono, oltre alla letteratura, la teoria letteraria, gli Animal Studies e i Plant Studies. Tra i suoi libri, ricordiamo: Animal Stories: Narrating across Species Lines (2011) e Love in a Time of Slaughters: Human-Animal Stories Against Extinction and Genocide (2019).
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1. Le origini del cane


Chiunque scriva sui cani si trova di fronte a un problema: altre migliaia, forse milioni, di persone l’hanno già fatto. I libri sui cani sono numerosi quanto i cani e, in parte proprio per quest’abbondanza di materiale, la letteratura sui cani tende a perdere in coerenza quello che guadagna in completezza: nel tentativo di fondere una quantità eccessiva di informazioni, questi libri finiscono per essere cosí confusionari da risultare tediosi anche agli occhi dei piú cinofili fra noi. Com’è prevedibile, tutto questo materiale sui cani frustra anche i tentativi piú onnicomprensivi di categorizzazione e comporta un forte rischio di dispersione. Eppure, proprio nel loro impianto caotico, questi volumi rendono bene le esperienze, talvolta confuse e sicuramente confondenti, vissute in compagnia dei nostri cani. La difficoltà di rappresentare i cani (si pensi solo al modo in cui sono diventati componente centrale dell’esperienza umana) riflette lo sforzo perenne di arrivare a una definizione univoca di “cane”.

Restringere il campo alla razza piú comune, il cane domestico o Canis familiaris, aiuta poco. Questo gruppo di animali, tra tutti i mammiferi, offre la piú vasta gamma di tipologie e stazze (dai cinquecento grammi ai cento chili), che combinate tra loro possono produrre prole fertile; tra tutti i quadrupedi, mostra la diffusione geografica piú ampia (una popolazione seconda solo a quella umana nella distribuzione sul territorio mondiale); tra tutti gli animali, vanta la storia di addomesticamento da parte dell’uomo piú lunga (svariate migliaia di anni); possiede una straordinaria capacità di generare prole fertile con altre specie, fra cui coyote, sciacalli e lupi (qualità, quest’ultima, che com’è noto indusse Charles Darwin a disperare di poter rintracciare “con certezza” l’origine di questa specie)1. Prese tutte insieme, queste caratteristiche della specie canina (morfologia largamente diversificata, distribuzione, storia e fisiologia riproduttiva) finiscono per impressionare l’immaginazione umana.

Pubblicità delle crocchette Jumbone apparsa sul Maine Sunday Telegram (2 marzo 2003).

Tuttavia, pur rappresentando un ostacolo verso l’approdo di una descrizione univoca dei cani, tutte queste qualità offrono anche molte occasioni di creatività. La diversa stazza di due razze domestiche come chihuahua e danese, per esempio, ispira un gioco visivo e verbale del tipo “cane mangia cane” in una pubblicità delle crocchette Jumbone; lo slogan ti fa capire che, sottraendoti al tuo dovere di consumatore, rischi di indurre il tuo cane a consumare, letteralmente, un suo simile piú piccolo. In modo piú sottile, la pubblicità riguarda un prodotto che a sua volta testimonia il ruolo decisivo dell’economia di mercato nella lunga storia dell’adattamento del cane alla convivenza con l’uomo. La pubblicità del cibo per cani, discendente del primo prodotto alimentare industriale che sia mai stato destinato al mercato degli animali domestici (un biscotto per cani inventato centocinquant’anni fa in Inghilterra), descrive anche la condivisione di una storia moderna che ha visto il cane passare da animale da lavoro ad animale da compagnia. Certo questo ruolo è diventato cosí comune da sembrare banale, eppure attinge chiaramente a quella stessa complessità canina che ha spinto l’immaginazione umana a elaborarne forme espressive sempre nuove, attraverso i millenni e in quasi ogni angolo del mondo; pur causando non pochi inconvenienti a bibliotecari e a ricercatori, la loro caotica onnipresenza assicura ai cani anche un ruolo culturalmente centrale, proprio in quanto essi, piú che semplificare, tendono a complicare le problematiche legate alla rappresentazione.

Le prove materiali della presenza dei cani nella nostra vita riflettono una gamma enorme di pratiche sociali e, pur incutendoci soggezione, risultano stimolanti anche per chi non si definisce cinofilo (ossia, amico dei cani)2 nel momento in cui si accorge che queste pratiche sono cosí tante perché cosí vasta è la popolazione canina. La scarsa comprensione di cui gode oggi, nel suo complesso, la documentazione relativa ai cani, fa sí che essi stessi alla fine si ritrovino a subire le conseguenze del modo confuso e conflittuale con cui valutiamo il loro ruolo. Per i cani, oggi, il pericolo è reale: uccisi a milioni, ogni anno, in quanto cuccioli indesiderati, randagi o cavie per esperimenti, i cani domestici sono vittime di un doppio legame; destinati a condividere molte delle malattie e dei vantaggi del cosiddetto benessere, soccombono, e in una misura tale che oggi non sappiamo ancora quantificare, alle stesse stragi di massa cui vanno incontro gli esseri umani piú poveri e la maggior parte delle specie animali. La lunga storia dell’atteggiamento conflittuale che gli uomini hanno adottato verso il cane illumina tutte queste attualissime contraddizioni.

Vignetta tratta da 49 Dogs, 36 Cats, & A Platypus (1999). “Antropomorfismo - Ecco come si fanno i soldi”.

Nessun cane incarna quest’ambivalenza meglio di quelli della galassia disneyana. Come dice una nota battuta, se Pluto è il cane di Topolino, cosa diavolo è Pippo? Una battuta da bambini, che colloca però queste due icone globali agli estremi di tutta una serie di concezioni moderne del cane: da una parte c’è Pluto, il fedele e amato cane domestico, che grazie al nome classico e al carattere, quintessenza della discrezione e dell’empatia, assurge allo status di “animale umanizzato”; dall’altra, Pippo, l’aiutante goffo e tontolone che, pur sapendo parlare, usare le mani e camminare eretto, devia molto sia dall’ideale dell’uomo sia da quello del cane. Anche quando non viene deriso e disprezzato, Pippo è considerato, seppur con simpatia, come un essere umano inferiore3, un tipo di critica che, inconsapevolmente e ironicamente, viene rivolta ai cani. Nel suo essere una macchietta, Pippo diventa simile agli stereotipati personaggi “animaleschi”, come Zip Coon, tipici dei minstrel show americani sui neri, che dal palcoscenico passarono poi ai cartoni animati. Oggi che i prodotti Disney hanno un mercato mondiale, questi estremi interdipendenti (l’umanizzato Pippo e il cane domestico Pluto) non solo suscitano forti emozioni verso i cani, ma testimoniano storicamente delle differenze culturali che connotano il rapporto degli spettatori verso gli altri animali e anche verso le altre persone.

Fortunatamente, l’onnipresenza dei cani porta a una continua revisione di questo tipo di rappresentazione. La doppia concezione disneyana del cane, oscillante tra due poli – clown vestito o creatura muta e nuda –, è una prova della creatività e malleabilità degli archetipi canini: nel Novecento l’acronimo FIDO indicava, nel mondo anglosassone sia le monete con difetto di conio (Freaks, Irregulars, Defects and Oddities), sia certi sistemi di dispersione della nebbia (Fog Investigation & Dispersal Operation), mentre Rover, grazie alla prima star cinematografica canina, protagonista nel film Rescued by Rover del 1904, divenne il nome piú diffuso per gli animali domestici. L’accostamento di due caratterizzazioni tanto diverse ha molto da insegnare sull’antropomorfismo e sulla proiezione di concetti umani sugli animali; d’altro canto, il fatto che i film Disney continuino a riproporci queste tipizzazioni con sequel o remake a decenni di distanza (film come Geremia, cane e spia, La carica dei 101, Air Bud), rispecchia l’instabilità intrinseca dello status naturale e culturale non solo degli animali, ma anche degli uomini. Pippo e Pluto guidano la schiera dei cani famosi, ma non si limitano a riprodurre o suggerire gerarchie sociali consolidate: spesso anzi ne ispirano la critica, e aiutano a immaginare nuove dinamiche sociali.

Per capire meglio questo loro ruolo cardine, verranno analizzati gli approcci storici alla scrittura e alla riflessione sui cani, nel tentativo di determinare come e quando questi animali siano diventati oggetto di un interesse estetico, sessuale o scientifico, senza trascurare i casi, piú rari, in cui essi hanno contribuito a storiche trasformazioni sociali e culturali. Questo capitolo si concentra in particolare sulle controversie inerenti alla comparsa dei canidi comuni agli albori della civiltà umana, per illustrare come le contrastanti teorie sulla loro origine biologica si intersechino con piú ampi tentativi di definirli da un punto di vista filosofico o linguistico. Poiché può nascere da un incrocio e a sua volta incrociarsi per riprodursi, il cane rappresenta una sfida alle concezioni della storia basate sulla specie; i numerosi miti di origine diffusi nelle arti e nelle scienze non evidenziano, cosí, soltanto i problemi legati alla collocazione tassonomica del cane. Sarebbe facile spiegare le piú diffuse rappresentazioni culturali dei cani come semplici distorsioni intenzionali di una realtà naturale data, o del buonsenso; ma la “natura” dei cani da cui tali rappresentazioni traggono origine è costruita, e discende a sua volta, da precisi conflitti infra- e interculturali che hanno avuto luogo nella storia.

Fotogramma dal film di Charles Barton, Geremia, cane e spia (1959).

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