E-Book, Italienisch, Band 75, 230 Seiten
Reihe: Rimmel
Massa Il lobbista
1. Auflage 2025
ISBN: 979-12-80845-84-9
Verlag: Laurana Editore
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark
E-Book, Italienisch, Band 75, 230 Seiten
Reihe: Rimmel
ISBN: 979-12-80845-84-9
Verlag: Laurana Editore
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark
Fabio Massa, giornalista e scrittore, scrive su 'Il Foglio', è firma di 'Affaritaliani.it' e voce di RadioLombardia. Ha condotto programmi su Telelombardia. È proprietario di una azienda editoriale e di organizzazione eventi, ha realizzato negli ultimi anni un ciclo di convegni con oltre millequattrocento relatori tra politici, istituzioni, aziende, manager, intellettuali e stakeholder. È presidente della Fondazione Stelline di Milano.
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Capitolo 1
All’inizio di questa vicenda c’è tanto caldo. È estate, e ci sono io che sudo, bagnando la camicia. Ci sono io che mi incazzo, anche. Perché è irrispettoso e maleducato (che cosa direbbe mia nonna, buonanima?) nutrire pensieri impuri (come sto facendo), mentre sto davanti alle tombe del Monumentale. Ripenso alla ragazza con cui stavo poco fa, della quale neanche riuscirei a pronunciare il nome. Ammesso di volerlo sapere, e non è così. L’ho pagata, ed è finita neppure un’ora dopo che era cominciata.
Le mie scarpe sportive radical chic di marca scricchiolano sui sassolini e sullo sterrato del grande cimitero dei migliori talenti meneghini, morti e sepolti. Il caldo a Milano è feroce. La camicia bianca diventa acquosa, trasparente sulla schiena, rendendo visibile la voglia e il tatuaggio. Addirittura il monogramma, in rigoroso azzurro cielo, diventa blu, inzuppato.
A.F.M., Alberto Francesco Morelli. Bella fortuna avere due nomi. Promette nobiltà. In Italia tutti vogliono essere nobili, anche se i nobili sono degli straccioni a cui rimane solo l’anello del bisnonno aristocratico.
Ogni giovedì, ormai da qualche mese a questa parte, mi concedo un po’ di svago tra le tombe. Prima della gita al camposanto mi dedico a una ossessione perversa che mi porta a Chinatown. Ho una missione da compiere.
Un amico giornalista mi ha detto che la favorita del premier morto, sepolto e tanto rimpianto, gli ha confidato che esiste un posto a Chinatown dove fanno massaggi “particolari” su grandi tavoli di marmo. Massaggi spettacolari. Epici. Meglio delle cene eleganti, per capirci. La mia missione è trovare quel posto. Che io non trovo.
Magari non esiste proprio, è come l’Eldorado. Ma non importa: tiro fuori una banconota da cinquanta euro, per capire dove si nasconda quel Santo Graal della perversione. È la sfida e null’altro a muovermi.
Alla fine mi ritrovo con meno tempo e meno soldi, e neanche una stilla di piacere vero. Questi cinesi non parlano. E poi sanno di aglio, confondono i loro odori con quelli delle cucine di via Sarpi e via Giordano Bruno . Una quindicina di anni fa si ribellarono, i cinesi e le cinesi di Milano, anche se nessuno se lo ricorda più, notizia antica sepolta nelle cronache cittadine. Si sollevarono, ma non perché abbiamo impedito loro di prostituirsi o vendere ravioli.
No: perché volevamo impedirgli, noi italici, figurati un po’ te la vita quanto può essere comica, di parcheggiare ovunque. Volevamo l’isola pedonale.
A momenti ci scappò il morto e l’incidente internazionale. Ma il colmo, perché qui nella Milano cosmopolita alla comicità non c’è fine, è che a fomentare la rivolta c’era un monarchico. Uno di quelli che blatera sempre di invasioni, sangue, tradizione, re, e tutte le altre balle. Invece in quella rivolta difendeva il diritto dei cinesi ad andarsene in giro con i loro camioncini e con i loro carrelli contro gli oppressori italici. Tutto vero: giuro!
Io non ho niente contro i cinesi e le cinesi. Meglio chiarirlo, visto che con loro non si può scherzare. Un amico giornalista mi raccontava che una volta un giardiniere del Comune, dovendo piantare dei fiori, aveva trovato interrato sotto un melo un sacco nero con dentro un cadavere fatto a pezzi. Pare fosse di uno che andava a troie e non le pagava. Lo hanno sgozzato, tagliato per bene, e sotterrato in mezzo alle radici. Per questo quando entro dalla signorina di turno metto subito mano alla banconota da cinquanta euro. Poi sparo fuori la mia domanda: “Sai dove fanno i massaggi sui tavoli di pietra? Magari qui vicino? Magari qualcuno che conosci? Hai mai visto una tipa di nome Nicole? Era famosa, si vedeva in tv…” Metà delle volte manco capiscono. Manipolazione, emissione, fine. “Non conosco Nicole. Alla volta”.
E dunque, più povero e più tapino me ne vengo qui, sotto al sole, a riflettere sui massimi sistemi della vita. In questo caso, lotto strenuamente con l’immagine della cinesina di poco fa. Non sarebbe rispettoso, al Famedio. Fuori i rumeni si fregano il rame delle grondaie. Una piaga che sinistra e destra non hanno mai debellato. Come le zanzare: non c’è rimedio.
Dentro alle mura del Monumentale si ricordano quelli che hanno fatto grande Milano. Tipo i Bracco, grandi imprenditori farmaceutici. Si racconta che l’ultima rampolla abbia chiamato i due cani (la leggenda vuole che siano, indovinate un po’, due bracchi: ma mi sembra eccessivo e dunque inverosimile) con il nome e il cognome di uno che le stava antipatico. Lui era stato per breve tempo a capo delle Esposizioni Universali prima che lei lo silurasse.
Poi c’è Campari, che Dio l’abbia in gloria per il bitter e per averci regalato la fantastica saga dei successori, nella quale hanno litigato madre contro figlia, con azioni perse e ritrovate e scatole cinesi, in una serie che manco Netflix. Segue, più avanti, qualche anno fa, l’ideologo dei populisti che si sono fatti un partito guidato da un comico, finendo per essere al rimorchio di un avvocato: praticamente il circo equestre. E poi l’ex sindaco che creò il Servizio Sanitario Nazionale, ignorato e dimenticato da tutti, forse perché era uno serio.
Ci sono i politici, soprattutto. Perché i politici, al Famedio, ci vogliono finire a tutti i costi. È un po’ come avere il nome scritto sulla lapide nello scalone di Palazzo Marino, dove regna pro tempore il sindaco di Milano. Eternità. Ci sono nobildonne che si sono messe a fare il sindaco di Milano, che è pagato meno del parrucchiere della Camera, solo per quella scritta e per il mezzobusto al primo piano di Palazzo Marino. E per essere seppellite qui, al Famedio, dopo la dipartita.
Dalla tomba del Manzoni, guardando verso nord, si vede il viale centrale del Monumentale. Il caldo è feroce. Il deserto del Sahara padano, solo che questo è umido. La palma più vicina è in piazza Duomo, dove ce l’hanno piantata gli americani, che fanno il caffè più costoso di Milano: una comica pure questa.
Mi inoltro nella parte destra del cimitero, dove c’è un po’ di ombra. Cammino per quasi un quarto d’ora pensando ai fatti miei, e ai massimi sistemi della vita e della morte. Poi mi viene uno stimolo impellente. Ed è un problema grosso. Grossissimo. Perché io certi stimoli non li reggo proprio. Ci sono cose per me insopportabili. , come diceva mio nonno buonanima, che sta in un camposanto fetente di periferia. E non so proprio come fare, sto a un quarto d’ora di strada dal vespasiano più vicino, che sarebbe comunque troppo sporco e puzzolente e io non ci entrerei neanche se me la stessi facendo sotto.
Il problema idraulico brucia nei lombi, come il sole sulla pelle. Allora trovo la soluzione perfetta. Scelgo una tomba seminascosta dove non si legge più il nome, consumato dalle nebbie e dall’afa. E mi libero. Zampillo felice sull’ultima dimora di uno sconosciuto. Quasi sicuramente se lo meritava, che qualcuno pisciasse sulla sua tomba.
Il tempo di tirarmi su la patta per la seconda volta nel pomeriggio e l’orologio intelligente si illumina. Ho appuntamento al Clotilde con Chiara-la-Vacca. Non si chiama così, ovviamente, ma rende bene l’idea. Talmente bene che devo fare uno sforzo per evitare di appellarla così, quando la vedo, anche se sul calendario del telefonino l’incontro l’ho proprio segnato così: “Appuntamento Bar Clotilde con Chiara-la-Vacca”. Mi ci vorranno almeno trenta minuti per arrivare, ma lei sarà comunque in ritardo. Va in giro sempre in bicicletta perché lei è , dice. È l’ultimo must dei milanesi, pure quelli di destra. Che poi abbiano in garage una Maserati nuova fiammante fa niente.
Chiara fa la giornalista, ma non disdegna di frequentare i lobbisti come me. Sai mai che c’è qualche marchetta da fare all’azienda o al potente di turno. Per comprarsi il piumino nuovo di Moncler, o per andare in vacanza in Salento una settimanina. O per spararsi un po’ di acido ialuronico nell’incavo delle tette. Gli anni passano per tutti, e una volta non c’era uomo a cui quel particolare non facesse sangue. Ora un po’ meno, ma non molto. .
Chiamo il taxi, che arriverà tra cinque minuti. Asciugo il sudore con un fazzoletto di stoffa, profumato con un po’ di dopobarba, vezzo anni Cinquanta che fa figo, mentre siedo sul pilone di cemento che delimita la parte anteriore del Monumentale. Sbatto un po’ le scarpe impolverate e poi mi infilo nella macchina. Puzza, come tutti i taxi di Milano. Ma non è la vettura, per una volta, a offendere i miei sensi. È proprio lui, il tassista. L’odore acre delle sue ascelle mi entra nelle narici. Andiamo in via Montesanto. So già che questo olezzo mi rimarrà nella memoria: questo tassista mi ha appena regalato un ricordo alla Proust. L’automobile accelera silenziosissima, elettrica e bianca. La radio è piantata su una trasmissione politica. “Ma guarda questi stronzi che ci rubano tutto. Bisognerebbe impiccarli”, attacca. Rimango in silenzio, e dopo venti secondi faccio: “Eh già, del resto”. Frase killer di qualunque conversazione. Di quelle utili in ascensore col vicino odioso e chiacchierone. Non vuol dire niente se non “Passo e chiudo”. Vai a dire le tue stronzate a qualcun altro, merdaccia a quattro ruote, che manco avrai la carta di credito, alla fine.
Allungo una banconota al tassista, scendo al Clotilde e Chiara è già là. Stranissimo che sia puntuale. Ha gli occhi lucidi, e parla al telefono concitata. Ci manca solo il dramma che tra poco mi dovrà raccontare. Quasi quasi torno sul taxi, ma quello sta ripartendo, e l’odore di...




