E-Book, Italienisch, 400 Seiten
Reihe: Sírin
Markovic / Di Sora Noi diversi
1. Auflage 2020
ISBN: 978-88-6243-450-8
Verlag: Voland
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark
E-Book, Italienisch, 400 Seiten
Reihe: Sírin
ISBN: 978-88-6243-450-8
Verlag: Voland
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark
Un bambino tenta di decifrare il mondo intorno a lui per conoscere il proprio destino: le ombre sul portico, le nuvole, le foglie di betulla sono tutti segni da interpretare. Una bambina si crogiola incantata sotto una luce blu che tinge ogni oggetto e la trasporta in una dimensione fantastica. Poi il mondo ammutolisce, perché un tragico incidente corrompe qualsiasi significato nascosto nella natura, mentre il faro ipnotico non è altro che lo strumento di una terapia per curare un raro disturbo della pelle. Anni dopo il ragazzo è alla ricerca di un testimone, per riannodare i fili del passato e tornare a leggere la realtà. La ragazza lavora nell'archivio della polizia e tenta di risolvere un caso dimenticato da anni, per vincere la diffidenza altrui e capire sé stessa... Considerato tra i più importanti romanzi della letteratura serba contemporanea, con l'andamento di un racconto poliziesco Noi diversi esplora le svolte inattese che il caso può imprimere alle nostre vite.
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Non ha battuto ciglio. Si è tirato su dalla sedia, più alto di me quasi di un’intera testa, si è sporto sul tavolo per stringermi la mano – tenendo la giacca sbottonata con la mano libera – e mi ha invitata ad accomodarmi.
“Mi scusi solo un attimo” ha detto sedendosi di nuovo, e ha continuato a scorrere gli stessi fogli che stava esaminando anche prima che bussassi alla porta socchiusa dello studio.
Come ho riempito quei pochi minuti mentre me ne stavo seduta lì, in silenzio, su una scomoda sedia di legno sul lato cieco della scrivania? Pensavo al suo primo sguardo. Cercavo di capire quanti anni potesse avere quell’uomo, e qualcosa mi diceva che con ogni probabilità non arrivava a venticinque. I capelli gli davano un aspetto ancora più giovanile: castano chiaro, tagliati corti e, anche se erano stati evidentemente pettinati, rimanevano piuttosto indisciplinati e ribelli. Mi aspettavo di trovare una persona più anziana, e così mi ero convinta che fosse soltanto un assistente incaricato di chiedere le mie generalità, e anche di spiegare cosa ci si aspettava da me, in attesa che arrivasse qualcun altro. Osservavo la sua scrivania ordinata, forse persino troppo, chiedendomi se i libri fossero suddivisi in quella maniera per caso o di proposito, in modo che le tre torri frastagliate avessero la stessa altezza. Guardavo le ombre geometriche create dalla luce sul muro di fronte alle finestre aperte. Dall’esterno, da una grande distanza, proveniva un ronzio sordo e monotono – forse quello di un martello pneumatico. Un pezzettino di cielo blu scuro e la coda di una nuvola lucente si erano conficcati tra la cornice della finestra e l’edificio di mattoni giallo opaco sul lato opposto della strada. Avevo infilato i piedi sotto la sedia, perché lui non notasse che la pelle delle mie scarpe era rugosa e lacera. Per lo stesso motivo avevo posato la borsa sul tappeto, accanto al tavolo. Il ronzio si era arrestato all’improvviso, per ricominciare pochi istanti dopo. La nuvola si era dissolta. Nella strada passava invisibile un tram.
Raccolse tutti i fogli in una cartella e disse: “Mi scusi ancora per l’attesa.” Avevo l’impressione che in verità non cercasse nulla, che avesse continuato a girare quei fogli senza uno scopo preciso, sempre alla stessa velocità, semplicemente per abituarsi alla mia presenza. E anche se rimarrò in questa stanza per un’altra ora, lui quella cartella non la riaprirà più. E non perderà mai, tranne per un brevissimo istante, verso la fine della “lezione”, il controllo. Si scoprirà, invece, che quel viso innocente dai lineamenti morbidi e quasi infantili – un volto al quale mi sono sentita di poter confidare i miei segreti – era in realtà una diga oltre la quale si nascondeva un mondo interiore. Mentre gli raccontavo la storia della mia vita, speravo che avrebbe detto, o almeno avrebbe provato a dire, qualcosa che potesse consolarmi, ma la sua espressione rimase invariata per tutto il tempo e le sue labbra serrate, e soltanto alla fine si limitò a mormorare: “Sì, va bene.” Non è la prima e, purtroppo, temo non sarà l’ultima volta che sbaglio a valutare una persona.
D’altronde, cosa potevo aspettarmi? Che uno sconosciuto si alzasse in piedi, mi abbracciasse e si mettesse a piangere insieme a me?
“È lei che ha messo di recente un’inserzione sul giornale?” gli chiedo.
“Sì, è venuta nel posto giusto. Prima di iniziare, però, la pregherei di riempire questo questionario.”
Dopo averlo tirato fuori dal cassetto, mi consegna un foglio. Nome, cognome, indirizzo, telefono… Troppi dati per i miei gusti.
“Se la ritiene una violazione della sua privacy,” dice dopo aver interpretato correttamente la mia esitazione “allora può inserire solo nome e cognome. Magari il numero di telefono. Il questionario serve soltanto come… garanzia per me.”
Si confonde e si ferma. Non riesce a esprimere con gentilezza il pensiero: “Come garanzia che la gente non mi inganni.”
Non tralascio nessuna casella. A pensarci bene, cosa avrei dovuto nascondere? Sono venuta qui per raccontare la mia vita. Non è forse più importante rispetto a una via e a un numero dietro cui si nasconde il mio bilocale?
“Vuole che le ordini un succo di frutta dal circolo universitario?” mi chiede mentre scrivo.
“La ringrazio, ma non ho sete.” Gli restituisco il foglio e aggiungo: “Prima di parlarle di me, mi piacerebbe conoscere le ragioni che l’hanno spinta a mettere un annuncio del genere.”
Rimane di stucco. “Certo, posso chiarire, non è un segreto, ma temo che finirei per annoiarla.”
“Può darsi di no.”
“Per esperienza so che il mio mestiere risulta noioso per la stragrande maggioranza delle persone, e anche parecchio. Se dovessi spiegare tutto, sarebbe come farle una lezione.”
“Non si può dire che io assomigli alla maggioranza delle persone.” Se non mi sono sbagliata riguardo alla sua età, è più giovane di me. A stento riesco a immaginarlo come un docente. “Inoltre, sono venuta qui per parlare della mia condizione a uno sconosciuto. A mia volta chiedo di conoscere il senso di tutto ciò. Non è uno scambio equo? Altrimenti mi rifiuto di partecipare.”
Un sabato mattina, mentre facevo colazione, avevo aperto il giornale sul tavolo e mi ero messa a guardare distrattamente gli annunci, nella vana speranza di trovare un altro lavoro dove fossero disposti ad assumermi. Proprio allora notai un’inserzione che iniziava in maniera insolita: “Vi è mai capitato un miracolo, qualcosa che descrivereste con le parole ‘una volta su un milione’? Vorreste raccontarlo a qualcuno?” In calce si specificava che bisognava presentarsi presso la facoltà di matematica. C’era scritto il numero dello studio, ma nessun nome.
Eccome se ne avevo di cose da raccontare. La verità è che non avevo un particolare desiderio di parlare di me stessa, ma ero curiosa di scoprire quale nesso ci fosse fra i miracoli e la facoltà di matematica. Avevo subito ritagliato l’annuncio e l’avevo attaccato ai fornelli con un magnete. Ci avevo pensato e ripensato per alcuni giorni, in preda all’agitazione, incapace di decidermi, quando poi la curiosità ebbe la meglio.
“D’accordo, glielo spiego, se è ciò che desidera” dice. “Sono un docente di questo dipartimento e in più sto scrivendo una tesi di dottorato sulla teoria della probabilità. Lei ne sa qualcosa?”
“Pochissimo.”
Il nemico non l’ho mai conosciuto da vicino.
“In parole povere, la probabilità è data dal rapporto tra il numero dei casi favorevoli e il numero dei casi possibili. Se scommettiamo sulla croce prima di lanciare una moneta, esistono due possibilità, di cui soltanto una a noi favorevole. Per questo motivo la probabilità di vincere la scommessa è una su due, ossia la metà, a condizione, ovvio, che nessun lato della moneta sia più pesante dell’altro. Tuttavia, se dovessimo scommettere di tirare fuori da un mazzo di carte la donna di cuori, la probabilità sarà soltanto una su cinquantadue, il che significa circa lo 0,02. La probabilità è sempre un numero compreso tra zero e uno, mentre la somma delle probabilità di tutti gli eventi è sempre pari a uno. A me interessa la probabilità molto vicina allo zero. Ciò che è molto, molto improbabile ma comunque può accadere. O, con più precisione, quello che dovrà accadere, prima o poi.”
“Perché mai dovrebbe accadere? Non ha detto lei stesso che la probabilità è molto scarsa, quasi inesistente? Allora, di fatto potrebbe non accadere mai.”
“No, accadrà invece, questo è poco ma sicuro. I grandi numeri sono una cosa piuttosto strana, e la concezione dell’infinito lo è ancora di più. Un evento quasi improbabile difficilmente si verificherà in un numero limitato di tentativi, ma se i tentativi aumentano, lo stesso accadrà anche per le probabilità che l’evento si verifichi, per diventare persino inevitabile in un numero di prove infinito. Se dovessi lanciare quella monetina in aria adesso, uscirebbe fuori testa o croce. Ma se continuassi a lanciarla senza sosta, ancora e ancora, prima o poi cadrebbe di taglio. E rimarrebbe dritta in quella posizione. Si manifesterebbe quindi un terzo inaspettato risultato di un esperimento per il quale si riteneva ci fossero soltanto due esiti possibili. Un simile ragionamento lo possiamo applicare anche agli esseri umani. Supponiamo che le persone siano attive per almeno otto ore al giorno. E che ogni secondo facciano, vedano o sentano qualcosa. Questo significa circa trentamila accadimenti ogni giorno, oppure un milione ogni mese. In uno di questi milioni di casi potrebbe accadere loro anche qualcosa la cui probabilità di verificarsi sia una su un milione. Inoltre, al mondo vivono oltre cinque miliardi di individui, e prima della fine del secolo il loro numero è destinato a superare i sei. Le cose più insolite, le combinazioni più strane – sono destinate ad accadere con probabilità sempre maggiore. Tranne ben inteso ciò che per la fisica è impossibile: la monetina a un certo punto finirà di taglio, ma non volerà mai nella stratosfera. Molte di queste cose strane sono a tal punto insignificanti che le persone non le notano nemmeno. Ma se capita che se ne accorgano, allora sono propense a chiamarle miracoli.”
“Questa parola di solito è associata alla religione.”
“Non dovrebbe essere così. Nelle religioni e nelle mitologie i miracoli sono stati inventati allo scopo di illustrare qualcosa. Io invece sto parlando dei miracoli della vita quotidiana, quelli che avvengono intorno a noi.”
Cosa cerca di dirmi esattamente?...




