Manzi | Non è mai troppo tardi | E-Book | www2.sack.de
E-Book

E-Book, Italienisch, 172 Seiten

Manzi Non è mai troppo tardi

Alberto Manzi, una vita tante vite
1. Auflage 2014
ISBN: 978-88-6783-076-3
Verlag: ADD Editore
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark

Alberto Manzi, una vita tante vite

E-Book, Italienisch, 172 Seiten

ISBN: 978-88-6783-076-3
Verlag: ADD Editore
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark



Nel centenario della nascita il libro viene riproposto con una prefazione di Matteo Saudino (BarbaSophia). Alberto Manzi è stato un educatore, scrittore e pedagogista italiano, noto per aver rivoluzionato il mondo dell'insegnamento. In Italia è ricordato per aver condotto la trasmissione Non è mai troppo tardi, con cui ha contribuito all'alfabetizzazione di migliaia di persone. I suoi romanzi, tradotti in più di 30 lingue, sono un inno all'inclusione, al progresso sociale e all'istruzione. Giulia Manzi ne delinea la figura più inedita, tra vita privata e il suo impegno sociale. «Non sono mai stata molto favorevole a 'distribuire' pezzi di mio padre al di fuori dell'ambito privato e familiare. Da piccola non riuscivo a capire perché dovessimo presenziare a inaugurazioni, intitolazioni e cerimonie che lo riguardavano. Un giorno mia madre mi ha detto che aveva registrato un'intervista: 'È un regalo per te' aggiunse. Era certa che un giorno avrei voluto sapere».

Manzi Non è mai troppo tardi jetzt bestellen!

Autoren/Hrsg.


Weitere Infos & Material


I. UN PACATO AVVENTURIERO


Il Sudamerica


.

.

.

L’Amazzonia e il Sudamerica hanno sempre fatto parte della mia vita. Papà me ne parlava spesso; mi raccontava di fiori e piante giganteschi, colori e profumi totalmente diversi dai nostri. Narrava di formiche capaci di divorare un asino in poche ore e di indios tagliatori di teste; di giaguari e anaconde uccisi da frecce imbevute di curaro; di costellazioni che nel nostro emisfero non esistono… I suoi racconti erano un altro modo per trasmettermi l’amore che aveva per le scienze naturali e la biologia, ma per me, ancora bambina, era un mondo magico, con cui ho sempre voluto entrare in contatto. Andavo nello studio di mio padre e lui mi mostrava i fori delle frecce nella pelle d’anaconda o in quella di giaguaro; mi faceva vedere le formiche giganti che aveva conservato in un vasetto e mi raccontava della vita dei Kiwari, con le loro capanne, i loro archi con cui pescavano e le loro usanze. Era un’avventura tuffarsi nei ricordi di papà tramite la sua stessa voce ed ero orgogliosa di affermare che mio padre aveva vissuto esperienze che, per me, erano raggiungibili solo tramite i libri. Esperienze che mostravano un lato di papà, quello avventuroso, che pochi hanno conosciuto.

È facile immaginarsi mio padre come maestro pacato, tranquillo e mite, come colui che parlava con voce dolce e chiara alla televisione e insegnava a leggere e scrivere a milioni di italiani. Quest’immagine cozza con alcune delle sue attività sudamericane. Ha passato anni a recarsi in Perù per istruire gli indios, a liberare i suoi amici incarcerati dalla polizia boliviana, solo perché insegnavano a leggere e a scrivere a un popolo schiavizzato dalla sua stessa ignoranza, perché portavano parole d’uguaglianza, invece che d’obbedienza. Assieme a don Giulio, un suo amico missionario in quelle terre, tentavano di difendere la dignità dell’uomo, a volte lanciandosi in imprese davvero pericolose e finendo spesso nei guai.

Quella delle bombe nella conserva fu solo l’ultima delle sue peripezie sudamericane. Eppure, per quanto segnasse la fine della vita “avventurosa” di mio padre, per me è la più importante e significativa. Non solo perché è stata quella che mi ha raccontato lui direttamente, ma perché si è svolta pochi mesi dopo che i miei genitori avevano deciso di vivere la loro storia. Un’ultima volta, papà ha deciso di mettere la propria vita in pericolo per aiutare i suoi amici. Per un’ultima volta, ha avuto la possibilità di decidere se restare là a combattere, oppure tornare a Roma, ai suoi affetti. La scelta di mio padre di tornare in Italia, ha permesso ai miei di sposarsi e di farmi nascere.

Lui e mamma stavano insieme da poco – era la fine di dicembre 1983 – quando una persona, all’aeroporto di Fiumicino, gli portò una statuetta tribale con dentro alcuni microfilm contenenti foto di luoghi ben specifici. Non era raro che gli giungessero richieste insolite dai suoi amici sudamericani, tramite messaggi in codice. Quella volta, gli chiesero di partecipare al tentativo di far evadere Hernan, uno dei capi della guerriglia del movimento di liberazione, dalle prigioni boliviane. Per l’operazione, serviva una persona poco nota alla polizia.

.

Papà era consapevole dei rischi: le aveva fatto capire che era un viaggio pericoloso e che poteva non tornare più. Mamma disse che non avrebbe deciso per lui. Se la situazione avesse preso una piega diversa, se ci fossero stati problemi, se Hernan fosse morto, lui avrebbe potuto sentirsi in colpa perché lei glielo aveva proibito. La decisione doveva essere sua e dei suoi amici, con cui aveva condiviso tante esperienze. Non poteva dirgli di andare o di restare. Questo la faceva soffrire. Aveva paura.

Papà decise di partire. Quando lui era stato in prigione, don Giulio e gli altri lo avevano aiutato e viceversa. C’era un forte legame tra loro, una specie di fratellanza. Papà non avrebbe mai rinunciato ad aiutarli, così iniziò a preparare il viaggio. Aveva iniziato a raccontare non solo a mamma, ma anche ad alcuni amici la sua esperienza del Sudamerica e anche quello che sarebbe andato a fare. Forse per lasciare una testimonianza, un ultimo lascito nel caso in cui non fosse tornato. Partì la mattina del 12 febbraio, verso le sette.

.

Durante quel mese, papà tenne un diario, conservato al Centro Studi di Bologna. In questo scritto, parla di sé in terza persona, con l’appellativo “El”.

È un raccolta di frasi sconnesse, di episodi, di pensieri e di sfoghi. Alcune parti sono rovinate o illeggibili, ma il senso generale del testo è di angoscia, solitudine e tanta voglia di tornare a casa.

Papà, difatti, non incontrò subito gli altri membri dell’operazione. Arrivò in Bolivia da solo ed ebbe un colpo di fortuna inaspettato: nella corriera traballante e puzzolente, gremita di gente, incontrò la figlia del commissario che teneva in prigione Hernan. Quando la conobbe, non sapeva chi fosse. La ragazza attaccò bottone con lui, come riportato da papà:

La corriera arrancava ansando.

El inchiodato sul sedile, stretto tra un indio con fagotto e una donna che teneva attaccato al mio (…) un bambino. Gli altri quattro bambini erano asserragliati addosso ai tre adulti.

Gli altri passeggeri della corriera non erano in condizioni migliori.

Sette ore. Per sette ore arrancando, sbuffando, fermandosi.

Non poteva alzarsi perché doveva stare con il collo piegato; il tetto dell’auto era troppo basso.

– È italiano?

… Forse era meglio non dirlo… Non poteva nemmeno dire che era spagnolo.

– Francese.

Si spacciò per francese per non svelare la sua vera identità. La ragazza si mostrò affascinata e incuriosita dal suo viaggio e cominciò a fargli domande su domande. Dal diario di papà si deduce che, una volta arrivato al paese, lei cercò più volte di incontrarlo, mentre lui, insofferente, doveva mostrarsi gentile per arrivare al commissario. Questa parte della storia mi ha sempre tanto divertita per il contrasto tra questa donna, lieta di aver conosciuto un uomo del vecchio continente, e papà che progettava di andare a buttarsi fra le fauci del lupo. Mio padre sapeva essere un ottimo attore e, soprattutto, un uomo affascinante e carismatico. Non dev’essere stato difficile per lui far credere alla ragazza di provare interesse, avvicinandosi così alla sua cerchia familiare.

Nei giorni successivi al suo arrivo nel paese, papà era completamente solo. Alloggiava in un alberghetto fatiscente e, giornalmente, andava a perlustrare la zona per scoprire dove si trovasse il carcere. Le pagine del diario sono pervase di nervosismo e insoddisfazione:

Era meglio vedere come si mettevano le cose. (L’alberghetto è fuori del paese… lungo la strada.) Nella notte dà un’occhiata in giro per vedere se scopre dov’è il carcere…

La mattina è di nuovo fuori, incazzato nero.

C’è un muratore, lo vede dalla finestra, sta montando un muro di cinta…

Un mattone… della calcina… poi lo poggia con la mano, lo calca con la mano, toglie ciò che avanza della calcina con la mano… Sta mezz’ora a guardarlo dalla finestra…

In mezz’ora l’uomo ha messo 6 mattoni. Gli viene quasi voglia di scendere e dirgli: levati, ti faccio veder io… ma che gli importa?

L’uomo ogni tanto si ferma, controlla col filo a piombo se il muro è bene squadrato (ma perché fare un muro proprio lì? Non c’è niente altro, che si deve recintare?)

Non alza mai lo sguardo… lavora,...



Ihre Fragen, Wünsche oder Anmerkungen
Vorname*
Nachname*
Ihre E-Mail-Adresse*
Kundennr.
Ihre Nachricht*
Lediglich mit * gekennzeichnete Felder sind Pflichtfelder.
Wenn Sie die im Kontaktformular eingegebenen Daten durch Klick auf den nachfolgenden Button übersenden, erklären Sie sich damit einverstanden, dass wir Ihr Angaben für die Beantwortung Ihrer Anfrage verwenden. Selbstverständlich werden Ihre Daten vertraulich behandelt und nicht an Dritte weitergegeben. Sie können der Verwendung Ihrer Daten jederzeit widersprechen. Das Datenhandling bei Sack Fachmedien erklären wir Ihnen in unserer Datenschutzerklärung.