Lipsyte | Hark | E-Book | www2.sack.de
E-Book

E-Book, Italienisch, 304 Seiten

Lipsyte Hark


1. Auflage 2020
ISBN: 978-88-3389-172-9
Verlag: minimum fax
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark

E-Book, Italienisch, 304 Seiten

ISBN: 978-88-3389-172-9
Verlag: minimum fax
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark



In un'America sconvolta da rivolte politiche, scontri tra culture e degrado ambientale, non c'è quasi essere vivente che non cerchi pace, salvezza, o forse semplicemente qualcosa su cui poter fare affidamento. Ed è qui che entra in scena Hark Morner, la cui tecnica di «tiro con l'arco mentale» - una combinazione di meditazione, mitologia, invenzione storica, yoga e, appunto, tiro con l'arco - attrae masse di cultori trasformandolo in una sorta di messia. È un ruolo che Hark non ha mai cercato, e che è totalmente impreparato a coprire. Ma la sua cerchia di seguaci ha altri programmi sul suo conto, e ben presto attorno al nuovo guru entrano in azione personaggi di dubbia provenienza: veterani e sequestratori, miliardari e pesci gatto. Tutti vogliono qualcosa da Hark, e nessuno è disposto a lasciarselo scappare. Muovendosi tra una satira scatenata, il grottesco, la poesia della lingua quotidiana, Sam Lipsyte offre un ritratto collettivo buffo e partecipe di una società alla deriva, nella quale uomini, donne e bambini si dibattono in cerca di un senso e di una dignità all'interno di un mondo caotico, ridicolo e spesso pericoloso.

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2


Oggi Hark e Fraz sono in viaggio per il nord, verso delle colline sopra il fiume Hudson.

Pickering, nello stato di New York, che una volta era il più grosso produttore di waffle surgelati del paese, ha invitato Hark a tenere una conferenza sui rudimenti del tiro con l’arco mentale. Vicino alla cittadina omonima c’è un antico cartellone che sporge da un dirupo. Raffigura dei ragazzi con caschi di plastica in toni autunnali e in mano dischi marroncini retinati dal gelo. Lo slogan dice: SIGNORI, ACCENDETE IL TOSTAPANE. Fraz si ricorda di quella campagna pubblicitaria da quando era bambino, ma a lui era rimasta impressa come . Forse con la sua versione la ditta sarebbe sopravvissuta più a lungo? Fraz si rimprovera per quelle illazioni stupide, poi rimprovera il suo rimbrottatore introiettato per aver soffocato sul nascere dei pensieri giocosi o avvincenti, poiché proprio da quelle pigre peregrinazioni nelle grotte mentali può sbocciare la profondità: il germoglio scuro e rigoglioso dell’immaginazione.

Ma ora sta pensando troppo. Le masse di pensieri troppo meditati si accumulano e lo obnubilano.

Fraz passa alla modalità mente vuota, e guarda scorrere il mondo lungo la strada: campi, case, centri commerciali, fiumi, centri commerciali.

Nel tiro con l’arco mentale questo si chiama togliere la corda al proprio arco.

Hark allenta spesso la corda al suo arco. Ricade nel silenzio, dentro di sé. Fraz si gira a esaminare Hark, l’elettricità morbida di quegli occhi verdi con le pagliuzze dorate, i tendini da ninja del collo, la meringa puntuta e cremosa dei suoi capelli. A volte Hark sembra nato da una tribù leggendaria di una piega dello spazio. Oggi è un giovanotto su un autobus. Si ingobbisce, scarabocchia su un taccuino giallo malconcio.

Quando Hark parla, la sua voce è un fiume incantato con fragori e silenzi e anse compatte e cristalline. Scava un percorso che Fraz possa seguire, verso il quale possa affluire, fuori dal suo fetido acquitrino, dal suo tanfo schifoso.

Fraz aveva conosciuto Hark per caso, in una libreria. Era entrato per sfuggire al caldo estivo e far passare il tempo prima di andare a dare ripetizioni. Le strade erano una griglia unta e rovente, e Fraz era determinato ad ammazzare un minuscolo segmento di tempo.

E poi voleva un libro. Era depresso per la congiuntura politica e voleva un libro che parlasse della congiuntura politica, o non ne parlasse affatto. Quel libro avrebbe dovuto spiegare con esattezza infallibile quanto era difficile e schifosa la congiuntura politica, oppure trasportarlo da qualche altra parte, in un bosco magico privo di schifezza, per esempio, o magari in un’altra epoca, al cospetto di un tempo che non facesse una piega davanti alla determinazione di Fraz nell’ammazzarlo, che non si gettasse strettamente (ma, naturalmente, non in senso stretto) in ginocchio (ammesso che il tempo abbia delle ginocchia, impossibile di per sé) a implorarlo di risparmiargli la sua vita inetta.

Ebbene sì, era depresso. O era solo sensibile? Forse la sua era la reazione più sensata alla congiuntura, alla congiuntura politica, la congiuntura economica, quella a casa con Tovah e i ragazzi. Oppure, per usare la concentrazione predicata da Hark, la congiuntura con Tovah. Quella che in realtà, probabilmente, in senso stretto Tovah chiamava la congiuntura con Fraz.

Bisognava inquadrare al volo queste cose.

Lui era ben consapevole dell’insoddisfazione di Tovah, della sua stanchezza. Le qualità di Fraz che una volta diceva di adorare forse non erano più delle qualità così adorabili.

Voleva un libro che gli dicesse cosa fare in tutte quelle congiunture. Sapeva che esistevano libri del genere, anche se non li aveva mai letti. Ma in libreria non ne aveva visto nessuno. Invece aveva visto un tizio, e una decina di altre persone sedute su sedie di metallo. Sul tavolo un cartello scritto a mano diceva: TIRO CON L’ARCO MENTALE CON HARK MORNER.

A fianco c’era un mucchio di dépliant graffettati.

Fraz prese posto mentre Hark parlava con la sua voce d’acqua sorgiva, fluviale e piacevole, della forza di una freccia immaginaria.

E Fraz, un tipo che in realtà da anni non riusciva più a concentrarsi su niente troppo a lungo – dai tempi in cui preparava i compiti di storia per i suoi allievi (Chi guidò l’intervento svedese nella guerra dei trent’anni? Prendendo in considerazione l’incendio alla fabbrica di bluse Triangle, di che tipo di bluse si trattava?) – cominciò a concentrarsi. Le congiunture, le inquadrature, si ritirarono da quella che lui stesso esitava a definire la propria mente.

Se questa non era la risposta, forse era il sentiero che conduceva a trovarne una. Avrebbe seguito le orme di quel giovanotto, come il ragazzo nella neve dietro a quel buon re della Boemia, anche se Fraz sperava che non c’entrasse niente con : aveva finito da un pezzo di fare l’artistoide.

Cosa aveva detto Hark che aveva cambiato così tante cose?

Hark aveva detto «Ragazzo». Hark aveva detto «Spazio». Hark aveva detto «Mela».

Hark aveva detto «Tempo».

Un giorno anche voi capirete.

«Mi chiamo Meg Kenny», dice la donna alla stazione di Pickering. «Siamo felicissimi che abbiate deciso di venire».

Perché la gente saluta Hark in questo modo? Sì, hanno deciso di venire, per i soldi naturalmente, per avere l’occasione di condividere le tecniche di Hark e magari salvare il pubblico dal venditore di felicità o dall’evangelista delle proteine che sarebbe potuto arrivare al loro posto.

Meg guida Hark verso la sua auto. Fraz li segue con l’attrezzatura, l’arco nella custodia di tela, una faretra di tessuto con qualche freccia, dei dépliant e una mela Fuji matura per la parte su Guglielmo Tell. Il tiro con l’arco mentale non implica che si usi davvero l’arco, ma è un arredo scenico fondamentale, oltre che un oggetto transizionale molto efficace per i principianti. Le frecce sono solo per fare scena, o forse – e Fraz spera che quel giorno non arrivi mai – per un debole tentativo di autodifesa. Le punte smussate non perforerebbero un bel niente. Forse potrebbero riuscire a stordire un piccione.

Meg percorre strade consunte fiancheggiate da case costruite durante il boom dei waffle. Passano davanti a una struttura di legno e vetro il cui tetto angolare, con la sua fila di paletti, suggerisce volutamente la griglia di una piastra da waffle. Un’altra casa ha il garage che si curva con la stessa forma di una bottiglia di sciroppo d’acero. Fanno una curva secca per entrare nella piazza principale e parcheggiano vicino alla statua in bronzo di un tipo con parrucca e abito coloniale.

«Quello chi è?», chiede Fraz.

«Chi?»

«Il tipo della statua».

«Chi se ne importa?», dice Meg.

Sembra svuotata, più che ostile.

«A me interessa un po’».

«Di sicuro c’è una targa».

Fissano la statua.

«Scusami. Mi sono comportata da persona disturbata», dice Meg.

«Prego?»

«È la statua di Hector Pickering. Nato e cresciuto qui. Ha combattuto nell’esercito continentale. Gli inglesi lo impiccarono in quanto spia, anche se non c’erano prove che lo fosse. In effetti le sue ultime parole furono: “Non ci sono prove che io sia una spia”».

«La città si chiama così in suo onore?», chiede Fraz.

«No, di suo padre. Un proprietario terriero che si chiamava Priam Pickering».

«Lei è davvero ferrata in storia».

«Sono la storica ufficiale della città. Sono anche capufficio e coordinatrice dell’assessorato alla cultura. Quando avevamo un budget dignitoso, portavamo persone esaltanti qui».

«Grazie tante», dice Hark.

«Ah, ma allora sa parlare!», dice Meg a Fraz. «Scusi. È stata una primavera difficile. Todd mi ha lasciata per quella stronza della fiorista».

«Deve cercare di dimenticarsi Todd», dice Hark. «Presto verrà a prenderselo il cane magro, il cane affamato».

«Il cane affamato? Che roba è? Per caso lei è una specie di indovino? Legge anche i tarocchi? Spero che non sia di questo che parla la sua conferenza».

«Proprio per niente», dice Fraz. «Hark ha un messaggio molto serio da comunicare».

«Sono qui per aiutare la gente a concentrarsi».

«Concentrarsi su cosa?»

«Lui non si occupa del . Il è quello che divide i cuori».

Hark sobbalza sul sedile e picchietta l’unghia sul cruscotto varie volte.

«È in ansia», dice Fraz. «Diamoci una mossa».

«Va bene», dice Meg. «Tanto, un po’ di concentrazione potrebbe farmi bene. Nel frattempo vi farei firmare delle carte. Poi possiamo sistemarvi nello spazio previsto. Vi siete portati dietro dei libri da vendere?»

«Degli opuscoli», risponde Hark.

«Priam Pickering scriveva opuscoli. Parlavano soprattutto di come scoprire i furti di focacce da parte della servitù. Li abbiamo in esposizione».

«I nostri probabilmente sono un po’ diversi», dice Fraz.

Un’ora dopo Hark è all’ombra di una tribuna coperta per la banda. Ma hanno mai avuto una banda qui? Molti anni fa, ipotizza Fraz. Il pubblico pare anziano, ingobbito in vari stadi di tormento reumatoide sulle assi di legno delle sedie. Pensionati. L’ultima generazione che ha avuto il permesso di andare in...



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