E-Book, Italienisch, 419 Seiten
Lim La città indelebile
1. Auflage 2023
ISBN: 978-88-6783-424-2
Verlag: ADD Editore
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark
Hong Kong tradita e ribelle
E-Book, Italienisch, 419 Seiten
ISBN: 978-88-6783-424-2
Verlag: ADD Editore
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark
Le voci di calligrafi ribelli, archeologi in protesta, curatori attivisti e manifestanti in prima linea sono raccolte da Louisa Lim in questo racconto storico e personale della città in cui è cresciuta. La città indelebile ricostruisce il passato di Hong Kong e le vite dei suoi abitanti, sconosciute e appannate dal pregiudizio etnico e dalla dominazione coloniale. Più di tutti, ad attraversare questo libro è il Re di Kowloon, icona di resistenza di Hong Kong, i cui graffiti ante litteram hanno incarnato e ispirato la personalità della città, luogo di scomparsa e ricomparsa, potere e impotenza, perdita e rivendicazione. Per decenni, le narrazioni ufficiali hanno negato le radici di Hong Kong come luogo di rifugio e opposizione. La sua stessa identità è stata oscurata, prima dall'impero coloniale britannico e oggi dal governo cinese, attraverso forme di controllo e repressione che ne hanno soffocato l'aspirazione democratica. Louisa Lim, di padre cinese e madre inglese, ci porta alla scoperta di storie mai svelate prima, costruendo un'immagine di Hong Kong che ne restituisce finalmente la complessità e la forza.
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PROLOGO
Accovacciata in cima a un grattacielo di Hong Kong, con la testa arsa dal sole e il sudore che mi colava negli occhi mentre dipingevo caratteri cinesi carichi di insulti su uno striscione di protesta alto otto piani, mi domandai se avessi appena ucciso la mia carriera giornalistica. L’aria era una brodaglia torrida, nella cui foschia intravedevo la distesa geometrica di tetti incastrati perfettamente tra loro come pezzi del Tetris. Ero venuta per intervistare una cooperativa segreta di pittori di guerriglia urbana, la cui specialità erano mastodontici striscioni pro-democrazia srotolati dalle più alte cime della metropoli. Nel vederli all’opera, però, le mie dita non avevano saputo vincere la tentazione di afferrare un pennello e unirmi a loro.
Era l’autunno del 2019, alla vigilia della Giornata nazionale cinese in cui sarebbero stati celebrati i settant’anni dalla fondazione della Repubblica popolare, il 1° ottobre 1949. Per mesi, milioni di persone avevano marciato per le vie di Hong Kong nella più vasta e duratura manifestazione di protesta antigovernativa cui il territorio avesse mai assistito. Dopo un secolo e mezzo da colonia inglese, Hong Kong era stata restituita alla Cina nel 1997, in un trasferimento di sovranità senza precedenti. Benché Pechino avesse garantito di preservare lo stile di vita di Hong Kong per i successivi cinquant’anni, fino al 2047, il governo cinese si accingeva ora a premere l’acceleratore su una serie di leggi che avrebbe fatto di tale promessa carta straccia.
La banda clandestina di calligrafi era scattata in azione, dispiegando in piena notte i propri scalatori lungo i canyon di cemento della città in modo che, al proprio risveglio, gli abitanti si trovassero davanti immensi striscioni che li esortavano a «scendere in strada per opporsi alla legge ingiusta», o semplicemente a «lottare per Hong Kong». La mole degli striscioni bastava di per sé a trasformare la città stessa in una tela, tesa a riaccendere gli animi della protesta nei momenti più bui. L’audacia degli autori mi aveva sempre affascinata, ma non avevo idea di chi fossero né di come contattarli. Quella mattina, qualcuno che sapeva della mia ossessione mi aveva telefonato di punto in bianco per invitarmi a vederli in azione. Era un’offerta che non potevo rifiutare.
Il tetto riarso del palazzo offriva la privacy e lo spazio necessari a stendere gli enormi teli e a lasciarli asciugare. I pittori erano sette in tutto. Promisi di non divulgare alcun dettaglio che potesse tradirne l’identità, ma fra me e me fui sorpresa di trovarmi davanti non i giovani e atletici radicali che mi ero immaginata, bensì un gruppo di uomini e donne piuttosto avanti con gli anni, la cui reciproca familiarità era evidente nella tacita efficienza delle loro interazioni. Agendo in fretta, dispiegarono un gigantesco rotolo di spesso cotone nero per poi appiattirlo con i piedi sulla superficie del tetto in una rapida danza collettiva. Posarono pietre lungo i bordi per tener fermo il tessuto, poi un anziano calligrafo iniziò a tracciare i contorni dei caratteri con un gessetto bianco. Con gesti fluidi e aggraziati il suo intero corpo mimava la danza del pennello sulla tela, accompagnando il gesso nei contorni curvilinei di quattro enormi caratteri.
Quando l’ultimo carattere prese infine forma, non riuscii a frenare una risata. Le parole che il calligrafo stava tratteggiando con tanta cura erano ????, un volgare e del tutto intraducibile gioco di parole in cantonese – la lingua dominante a Hong Kong e in parte della Cina meridionale – che significa letteralmente «Celebriamo le loro madri!». Il riferimento era al più usato tra gli insulti cantonesi, ????, ovvero «Fanculo tua madre!». In altri termini, il vero senso dello striscione era più o meno «Fanculo la vostra Giornata nazionale di merda!», pensato per deridere e recare massima offesa all’imponente parata militare in programma a Pechino e, al contempo, per sottolineare come gli hongkonghesi non si sentissero parte della Repubblica popolare. Era uno sfrontato schiaffo in pieno viso, al tempo stesso esilarante e mortalmente serio, anche solo perché, se scoperti, i suoi autori avrebbero rischiato di finire in carcere.
Mentre li guardavo afferrare latte di vernice e accovacciarsi in silenzio ai bordi del telo per riempirne i caratteri, mi sforzai di tenere i desideri a freno. Per mesi, le mie due identità di hongkonghese e giornalista erano state impegnate in un tacito braccio di ferro per la tutela della mia neutralità professionale, resa ogni giorno più ardua dal progressivo sgretolarsi del mondo familiare in cui ero cresciuta, con le sue granitiche certezze. In superficie Hong Kong era ancora la stessa città, pulsante dell’energia di orde di persone sciamanti nelle vie costeggiate da grattacieli, del caratteristico segnale sonoro dei semafori agli attraversamenti pedonali, delle insegne a LED che si contendevano lo spazio aereo, del fetore acre di pesce essiccato delle botteghe di medicina cinese misto al ricco aroma di corteccia bruciata dei banchi che vendevano uova marinate nel tè; ma ciò che sottostava a tale cacofonia sensoriale stava cambiando, e in modi che non potevo più ignorare.
Anziché garantire la nostra sicurezza, i poliziotti si comportavano da criminali, picchiando e arrestando bambini perché indossavano vestiti di uno specifico colore, per essersi trovati in una data via a una data ora, oppure per nessun motivo. Anziché agire da arbitri imparziali, le corti di giustizia emettevano sentenze politiche che bandivano dai pubblici uffici i legislatori eletti dal popolo e incarceravano i cittadini per aver preso parte a proteste pacifiche. Anziché promulgare e applicare le leggi, gli ufficiali governativi erano svaniti alla vista del pubblico, limitando la propria interazione con il popolo alle violenze commesse in loro nome dalla polizia. Da un giorno all’altro, il mondo si era capovolto.
Le regole d’ingaggio valse fino a quel punto sembravano non valere più, e ciò riguardava anche il lavoro di noi giornalisti. Invece di proteggerci in quanto cittadini, la polizia ci prendeva di mira con spray urticanti, lacrimogeni, getti pressurizzati d’acqua bollente mista a inchiostro blu indelebile; ci puntavano pistole addosso, ci picchiavano, ci arrestavano. Iniziammo a indossare gilè fluorescenti e caschi con le scritte PRESS e ??, ma divenne ben presto ovvio che così facendo stavamo solo rendendo i nostri corpi e le nostre teste bersagli ancor più facili.
A causa del denso groviglio di condomini, viuzze e mercati di Hong Kong, pochi tra i residenti scamparono alla violenta repressione con cui il governo reagì alle proteste. Quasi nove abitanti su dieci furono vittime dei lacrimogeni, chi stando in fila per uno spuntino notturno a base di spaghetti e polpette di pesce, chi facendo una tranquilla passeggiata domenicale sul lungomare, e chi addirittura in casa propria, improvvisamente invasa da nubi urticanti levatesi dalle strade e penetrate attraverso infissi e sfoghi dell’aria condizionata. Un hongkonghese su tre iniziò a manifestare sintomi da stress post-traumatico. In certi momenti, l’impressione era che il governo avesse dichiarato guerra al proprio stesso popolo.
Io però avevo anche un’altra sensazione: e cioè che la faccenda, in qualche modo, fosse anche personale. L’appartenenza è da sempre per me un tema spinoso, essendo per metà inglese e per metà cinese, nata in Inghilterra ma cresciuta a Hong Kong. La mia famiglia vi si era trasferita quando avevo cinque anni, così che mio padre, nativo di Singapore, potesse assumervi un impiego da funzionario pubblico. La città era stata la mia casa da che avevo memoria. Insomma, pur non essendo nativa di Hong Kong, è Hong Kong ad avermi reso ciò che sono; ha formato i miei valori, in particolare il rispetto per il duro lavoro e la più ostinata tenacia. È ciò che gli hongkonghesi chiamano «spirito di Lion Rock», in omaggio a una popolare serie televisiva su una colonia di occupanti abusivi ai piedi di un’icona locale: una collina sormontata da una formazione rocciosa simile a un leone cinese accovacciato, pronto a spiccare un balzo. In me lo spirito di Lion Rock si esprime nella ferrea volontà di battermi in difesa dei miei valori, a prescindere da quanto sia potente l’avversario.
Nell’arco dei dieci anni trascorsi in Cina come giornalista, quello stesso spirito mi aveva spinto a scrivere storie a cui sentivo di dovere dar voce, non importava quanto politicamente scomode. Mi spronò a lasciare Pechino per scrivere un libro sulla sanguinosa repressione attuata dal Partito comunista verso i moti di protesta dell’89, e su come ogni ricordo di tali atrocità fosse stato efficacemente rimosso dalla coscienza collettiva. Sapevo che il libro mi avrebbe impedito di tornare in Cina per parecchi anni, ma sapevo anche che quella storia andava raccontata. Eppure, sebbene i movimenti di protesta fossero il mio personale settore di competenza giornalistica, mai avrei immaginato che uno di essi avrebbe un giorno investito in modo tanto travolgente la mia amata città. Quando avvenne, non ebbi dubbi sulla necessità di occuparmene. Allo scoppio dei disordini mi trovavo già a Hong Kong, in congedo dal mio lavoro di insegnante di giornalismo a Melbourne per motivi di ricerca....




