E-Book, Italienisch, 485 Seiten
Reihe: Sotterranei
Lieberman Città di morti
1. Auflage 2018
ISBN: 978-88-3389-015-9
Verlag: minimum fax
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark
E-Book, Italienisch, 485 Seiten
Reihe: Sotterranei
ISBN: 978-88-3389-015-9
Verlag: minimum fax
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark
Paul Konig è il medico legale e anatomopatologo più noto e apprezzato di tutta New York. Duro e irascibile, è molto temuto da colleghi e poliziotti, ma tutti ricorrono a lui perché nessuno ha la sua arte e il suo intuito nel leggere i morti, e le storie che i loro corpi raccontano. Proprio mentre sta cercando di ricostruire l'identità delle vittime di un efferato delitto - che l'assassino ha fatto a pezzi allo scopo di renderle irriconoscibili - riceve una serie di telefonate anonime da cui apprende, in un crescendo di angoscia e dolore, che sua figlia Lauren è stata rapita. Si apre così una battaglia su due fronti e un'autentica corsa contro il tempo che coinvolge il sergente Flynn, impegnato nella ricerca dell'assassino, e il detective Haggard, a cui Konig si è rivolto perché lo aiuti a scovare i rapitori di sua figlia. Città di morti è un thriller elegante nella sua brutalità, un infernale viaggio al confine tra la vita e la morte, tra la superficie e l'abisso, ma anche la storia di un uomo e della sua caduta. Sullo sfondo, ma vera coprotagonista del romanzo, si staglia una città di corpi straziati, attraversata da suoni ingigantiti dall'angoscia e dalla tensione: un telefono che squilla, un rubinetto che perde, un susseguirsi di grida senza volto.
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1
Il lamento delle sirene. L’urlo delle auto della polizia dirette a nord. Le ambulanze che si affannano a tenere il passo. Più avanti, il grigio e intricato reticolo del Queensboro Bridge. Sulla riva opposta, le ciminiere a righe bianche e rosa della centrale elettrica dalla Consolidated Edison eruttano fumo verso il cielo. Subito dietro si profila l’orrenda sagoma del Queens. Chiatte e rimorchiatori avanzano pigri controcorrente. In alto, i gabbiani volteggiano e stridono.
Come uno sciame in movimento, le auto di pattuglia si lanciano sulla sopraelevata all’altezza della Novantesima Strada, spariscono sfrecciando nell’ombra umida e scura per poi rispuntare dalla parte opposta, alla luce del sole. Spaventati, gli autisti scartano, affrettandosi a togliersi di mezzo.
A sinistra sulla Novantaseiesima Strada e a ovest, verso Madison. Da lì, a nord fino ad Harlem – la Centottesima e la Centosedicesima, quindi a sinistra sulla Centoventiseiesima, lungo la strada sudicia e fitta di case popolari con l’ingresso a scalini. Si tratta della zona Sei, tristemente famosa per l’elevato tasso di omicidi, il più alto di tutta New York. Le strade, cosparse di rifiuti, sono intasate dal traffico. Ragazzini cenciosi con cartelle piene di libri e cestini del pranzo unti gridano e saltano da una scalinata all’altra, euforici in quell’inaspettato trambusto.
Più giù, le auto di pattuglia avanzano caute in mezzo alla folla brulicante, una parete umana cedevole ma restia ad arretrare davanti alle sirene che ululano, ai lampeggianti che roteano e ai cellulari neri dal muso schiacciato.
L’auto che guida la fila svolta in un’area delimitata da funi, mentre il lamento delle sirene si affievolisce poco a poco. La polizia scientifica è già sul posto, gli sportelli posteriori del furgone spalancati. Una dozzina di agenti si affanna a contenere la folla di curiosi.
Un uomo alto dai capelli grigi, sceso dal sedile posteriore della prima auto, è subito costretto a confrontarsi con un muro di facce nere, ingrugnite, ansiose, indignate.
«Ok, fatevi indietro, muoversi, muoversi, fate largo».
«Forza, lasciatelo passare».
«Da questa parte, capo».
La folla indugia, fa qualche passo indietro mentre l’uomo alto e robusto avanza zoppicando, poi si richiude lentamente alle sue spalle. Un silenzio carico di presagi cala sulla scena. Il risentimento è quasi palpabile.
Al 315 della Centoventiseiesima Ovest, un corridoio lurido tappezzato di graffiti: , , Il puzzo di pesce fritto e urina. Occhi spaventati che sbirciano attraverso gli spiragli delle porte socchiuse; volti che scrutano dalle balaustre pericolanti, due piani più su. L’uomo che chiamano «capo» sale le scale passando lentamente davanti e in mezzo alla folla azzittita, rampa dopo rampa.
«Su, fate largo».
«Da questa parte, capo. Quassù».
«E piantala di spingere».
«Indietro, tu. Indietro».
«Forza, tutti dentro. Tornatevene a letto. Perché non andate a fare colazione?»
Il capo viene condotto lungo un corridoio fetido e opprimente – il pavimento è disseminato di rifiuti, tutte le porte sono chiuse e imbrattate da altri graffiti – fino all’unico appartamento aperto.
All’interno, la scena brulica già di poliziotti e detective. I flash delle macchine fotografiche esplodono a intermittenza; i tecnici della scientifica, in ginocchio, sono a caccia di impronte; solerti e decise, le matite dei disegnatori tracciano diagrammi sui blocchi, stridendo.
Il capo si fa strada lentamente in quella che è senza ombra di dubbio una camera da letto. Un materasso spoglio e coperto di macchie giace abbandonato sul pavimento. Sopra al materasso una lampadina pende da un cavo elettrico logoro. Accanto al letto un avanzo di pesce fritto in decomposizione è appoggiato su un foglio di carta unto.
«Giorno, capo».
«Ok, cosa abbiamo qui, Flynn?»
«Un puttanaio». Il detective sergente Edward Flynn lancia uno sguardo torvo alla stanza. «Ecco, cosa abbiamo qui».
«Risparmiami la lagna, ti dispiace?»
«Lagna un cazzo. Sono le nove di mattina e ne ho già fin sopra le orecchie: sei omicidi, un gruppo di capelloni che ha organizzato un picchetto intorno alla stazione di polizia, e ho appena mandato giù una dozzina di compresse di Maalox».
«Non mi interessano i tuoi problemi, Flynn. Mi bastano i miei. Allora, dov’è?»
«Nel cesso», risponde il sergente, immusonito. «Segui il tuo naso. Non puoi sbagliarti».
Due agenti grossi e nerboruti si fanno da parte. L’uomo alto dai capelli grigi entra in un gabinetto ripugnante – un bagno comune in fondo al corridoio dell’ultimo degli appartamenti – un cubicolo umido e puzzolente con l’intonaco che cade a pezzi e una finestra con un buco al centro, al quale sono ancora attaccate pericolose schegge di vetro. L’elemento principale è una viscida vasca di porcellana muffita, con le gambe arcuate e inaspettatamente eleganti. È piena per metà, e nell’acqua è seduto un bel giovane di colore sulla trentina: gli occhi aperti, le mascelle serrate, la bocca contratta in una smorfia orribile, come se stesse ridendo rivolto al soffitto. Il manico di un punteruolo per il ghiaccio sporge dal centro del torace. Il sangue colato dalla ferita ha tinto l’acqua tiepida di un rosa pallido.
L’uomo alto dai capelli grigi borbotta qualcosa, si piega dolorosamente sulle ginocchia e un istante dopo, mentre i flash gli esplodono tutt’intorno, procede a esaminare la ferita al centro del petto. Il punteruolo è entrato dritto nello sterno, giù fino al manico.
«Una meraviglia, Flynn».
«Ero certo che ti sarebbe piaciuto».
Ancora dolorosamente inginocchiato accanto alla vasca, il capo scrive qualcosa su un blocchetto. Prende nota del grado di rigor mortis per determinare l’ora del decesso; esamina l’area del collo in cerca di segni di legatura; controlla la sclera per verificare la presenza di un’emorragia petecchiale.
Mentre infila il blocchetto nel taschino interno, scorge un piccolo taglio sulla superficie anteriore del polso sinistro e sul pollice destro del ragazzo.
«Ferite da difesa», mormora tra sé e sé.
«Quel povero cristo non ha avuto scampo», osserva il detective, in piedi dietro di lui.
Il capo si alza faticosamente. «È tutto tuo. Quando hai finito chiama il mio ufficio. Fallo impacchettare e speditelo giù da me. Assicurati che gli leghino le mani. Più tardi voglio esaminare le unghie».
Mentre si fa largo tra i flash della polizia, i tecnici della scientifica iniziano a trasferirsi nel minuscolo e disgustoso gabinetto; alcuni sono già inginocchiati davanti alla vasca con la figura zuppa d’acqua che sembra sorridere, intenti a cercare impronte sul manico del punteruolo conficcato nel petto.
Tornato nel corridoio, l’uomo alto dai capelli grigi viene accolto dai mormorii della folla, che gli fa spazio con riluttanza.
«Ok, andate a casa. Lo spettacolo è finito».
«Indietro, fate largo».
Due poliziotti con una sacca di tela passano davanti all’uomo alto.
«Hai tempo per un altro cadavere?», chiede Morello, il detective capo.
«Dov’è?»
«A pochi isolati da qui, sulla Centotredicesima».
«D’accordo», sospira il capo. «Andiamo». Si volta per un istante a guardare la piccola, truce sagoma del detective Flynn, occupato a scribacchiare su un bloc-notes. «Chiamami nel pomeriggio, Flynn. Dovrei aver già ricevuto i risultati del test sierologico. Trova quel bastardo, ora. E Flynn, lascia perdere il Maalox. Provoca stitichezza».
Di nuovo in strada, mentre l’auto di pattuglia avanza lentamente tra la folla, il rumore dei pugni che battono sul parafango posteriore destro riecheggia per tutto il veicolo. I cupi e silenziosi occupanti non si disturbano neanche a voltarsi.
8.45 del mattino. La Centotredicesima tra Seventh ed Eighth Avenue. Altri ingorghi. Altri cellulari della polizia. Altre auto di pattuglia che ululano con i lampeggianti in azione. Altri cordoni e megafoni. Sei piani più in alto, le teste dei poliziotti si affacciano dai tetti per guardare la strada intasata e coperta di rifiuti.
Sei rampe di scale fino a un pianerottolo lurido, vicino a una porta da cui si accede al tetto: altri tecnici di laboratorio, altre esplosioni di flash.
«Cosa abbiamo qui?», chiede il capo.
Il sergente di turno legge dai documenti trovati in un dozzinale portafogli di vinile rosso: «Rosales Barbara. Diciannove anni. Prostituta. La conoscevano tutti, da queste parti».
Per la seconda volta quel giorno, il capo si china, stavolta davanti al corpo straziato e accartocciato di una ragazza spagnola dalla pelle rovinata e dall’aspetto piuttosto volgare e ordinario.
«Era anche una tossica», dichiara il capo, lasciando ricadere sulla superficie fredda delle scale il braccio ancora molle e costellato di buchi.
«Probabilmente stava facendo un servizietto», dice Morello, guardandosi intorno. «Ha pescato il pesce sbagliato, stavolta».
«I rischi del mestiere». Il capo si inginocchia e registra mentalmente una serie di informazioni mentre esamina il cadavere.
La ragazza è in posizione semiseduta, distesa per metà su un fianco, la spalla...




