Lengold / Parmeggiani | La resa | E-Book | www2.sack.de
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E-Book, Italienisch, 176 Seiten

Lengold / Parmeggiani La resa


1. Auflage 2023
ISBN: 978-88-6243-607-6
Verlag: Voland
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark

E-Book, Italienisch, 176 Seiten

ISBN: 978-88-6243-607-6
Verlag: Voland
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark



Una ragazzina senza nome trascorre l'infanzia in una cittadina di provincia con i genitori e il fratello più grande. Ma la malattia e poi la morte della madre, l'infedeltà e l'alcolismo del padre compromettono un già fragile equilibrio, finché il conflitto tra i due uomini della famiglia sfocia in un drammatico epilogo e in un voto di silenzio tra fratelli... Un trittico che racchiude le tre stagioni della vita di una donna, scandita tra infanzia, giovinezza e maturità. Una complicità non voluta, opprimente e inconfessata, intercetta e vanifica ogni legame e impulso. Di tanto in tanto però una voce interiore turba la superficie di un'esistenza stagnante e si ribella a un destino di silenzio, solitudine, rimorso e rassegnazione: tutte sfumature della resa.

Nata nel 1959 a Kru?evac, è tra le voci più significative del panorama letterario serbo. Ha pubblicato diverse raccolte di racconti e poesie e due romanzi. Nel 2011 ha conquistato il Premio dell'Unione Europea per la letteratura con Va?arski Ma?ioni?ar, tradotto in dodici paesi (in Italia Il mago della fiera, Zandonai, 2013). La resa, uscito in Serbia nel 2018, si è aggiudicato il Premio della città di Belgrado per la letteratura.
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***

A volte, mentre passeggiavamo per le strade della nostra piccola città, oppure mentre mi portava in bicicletta, mio fratello mi parlava come se fossi già adulta. Oggi non so più se lo facesse perché non aveva un vero interlocutore oppure perché semplicemente dimenticava che ero una bambina, o se dimenticasse proprio che ero lì e parlasse con sé stesso. Però so che allora ascoltavo i suoi monologhi con totale mancanza di comprensione e ancor più grande venerazione.

– Questo mondo muta incessantemente e se approfondisci un po’ puoi vedere che a ogni passo emerge l’immagine dell’uomo nuovo – diceva. – Là nella città grande, le università, i teatri, l’opinione pubblica, ecco, a duecento chilometri da noi, mentre noi viviamo sotto una campana di vetro, come se non ci riguardasse affatto. Devi andartene il prima possibile, appena ti reggi sulle tue gambe – diceva, e io non capivo perché non ce ne andassimo subito, se le cose stavano così, perché io stavo benissimo sulle mie gambe e, all’occorrenza, sapevo anche correre molto veloce.

Mio padre voleva che mio fratello restasse nella nostra città e che trovasse un lavoro. In diverse occasioni l’aveva portato da certi amici, al comune, al tribunale, una volta addirittura al grande palazzo giallo della stazione ferroviaria, e in ciascuno di quei posti mio fratello avrebbe potuto trovare lavoro. Una volta aveva anche tentato di lavorare, per undici giorni si era alzato presto, aveva indossato una camicia pulita ed era andato in ufficio alla stessa ora. Ritornava a casa nel pomeriggio, mangiava, sfogliava il giornale proprio come faceva nostro padre e taceva. Il dodicesimo giorno mi disse:

– Immagina, per i prossimi quarant’anni dovrei sbattere timbri e preoccuparmi che nel cassetto ci siano graffette a sufficienza, immaginati che vita! Quarant’anni del loro piccolo inferno di provincia. Guarda, – mi mostrò i palmi che davvero avevano ormai un colore malaticcio – le mie mani sono già diventate blu di carta copiativa. Se ci resto ancora un solo giorno, farò un bel falò di quell’archivio, così vedranno che il mondo funziona benissimo anche senza di loro. La gente sa come si chiama, quando è nata, dove è nata e chi sono padre e madre. Immagina che un giorno qualcuno di loro si rifiuti di darti il certificato. Nostra madre smetterebbe di esserlo perché non abbiamo il timbro giusto che lo conferma?

Qui terminarono i tentativi di nostro padre di trovare un lavoro a mio fratello. Mio padre era arrabbiato, mentre mio fratello fantasticava sul giorno in cui io e lui ce ne saremmo andati nella grande città.

– Ne ho abbastanza di questo silenzio spaventoso che ronza come il motore di una nave – mi disse mio fratello dopo che mio padre gli aveva detto di levarsi di torno. – Possono abbandonarmi, disprezzarmi, non amarmi, come preferiscono, ma non gli permetterò di fare di me un loro alleato.

Si trattava del suo segreto angolo interiore che compariva soltanto a tratti, quando mio fratello non scherzava con me e quando non si rivolgeva a me col tono che usava con un simpatico cagnetto randagio. Sì, è ovvio che gli volevo bene. Anche così. Anche quando non lo capivo proprio per nulla.

I pranzi smisero di essere allegri. Nessuno chiacchierava con nessuno. I pomeriggi divennero cupi. Appena terminavamo il pasto, mia madre andava in camera a stendersi, lasciava a noi il compito di rassettare. Si lamentava che le faceva male la pancia e non riusciva più a nascondere che con la mano premeva un punto sul ventre da dove evidentemente veniva il dolore. Mia madre portava quasi sempre il grembiule, sopra il vestito da casa. Il grembiule davanti aveva una grande tasca. Fino ad allora quella tasca era servita solo a trarne fuori un fazzoletto per pulirmi se mi sporcavo con qualcosa, ora invece, la tasca era diventata il posto dove si nascondeva malamente il dolore. Raccontai a mio fratello un sogno su quella tasca. C’è il fazzoletto con il quale lei asciuga le mie lacrime ogni volta che mi duole qualcosa, quando cado e mi sbuccio un ginocchio, quando la porta della cantina mi schiaccia un’unghia, sempre quel fazzoletto e sempre pieno delle mie lacrime. Avevo sognato, dissi a mio fratello, che le lacrime erano velenose. Avevano corroso il vestito della mamma, poi la sottoveste e la pelle. Erano entrate direttamente nella pancia della mamma. E continuavano a corrodere, nulla le poteva fermare. Se solo non avessi pianto tanto, penso ogni volta che vedo la mano della mamma che dentro la tasca del grembiule si chiude a pugno e preme su quel punto.

Sul viso di mio fratello, intorno agli occhi e alla bocca, si intuisce già la sottile rete di rughe che avrà un giorno. La fronte è un po’ lentigginosa e un ciuffo di capelli castano chiaro gli ricade sulla tempia dove ha una piccola cicatrice. Le narici si allargano mentre mi ascolta, come quando si annaspa alla ricerca di aria oppure si vede qualcosa di importante e grande, come quando vicino al fiume troviamo una rara specie di insetti oppure quell’erba che punge e che saltiamo sempre. Distrattamente gentile e sereno, siede al tavolo accanto a me, aspettiamo che nostro padre vada a fare la sua passeggiata pomeridiana. Poi mi prende per mano e mi porta fuori. Ci lasciamo alle spalle la casa silenziosa, nostra madre che sonnecchia in camera, e usciamo fuori, al sole, dove ci aspetta un intero coro di uccelli, più un passero solitario che sta davanti alla porta semiaperta di casa nostra, come se aspettasse noi. Mio fratello gli lancia delle briciole di pane e il passero senza timore comincia a becchettare, con rapidi movimenti della testa. Apriamo, quanto più silenziosamente possibile, il nostro stridulo cancello di metallo, e ci avviamo lungo la strada.

– Non c’entrano le tue lacrime, neanche il fazzoletto – mi dice mio fratello e poggia una mano sulla mia spalla. – Alla mamma fa male il posto dal quale siamo usciti sia io che tu. La nostra unica forma. La nostra culla.

Le infiammazioni, le punture di api e pulci, le crosticine sulle ginocchia, il vomito per il mal di autobus, lo capisco. Questo non lo capisco, ma taccio, so che è qualcosa di importante. E per quanto mio fratello continui a convincermi del contrario, è chiaro che tutto ciò ha un legame oscuro con noi. La nostra unica forma, ha detto. Mio fratello ha una forma completamente diversa da me e vorrei chiedergli com’è la nostra forma, ma la sua mano riposa ancora sulla mia spalla mentre camminiamo, e in qualche modo mi comunica che ogni altra domanda è superflua. Mi trasformo tutta in passi e ascolto. Svoltiamo in una strada, poi una seconda, poi la terza. Si sente già un poco l’odore dell’acqua di fiume anche se è ancora distante. Sui marciapiedi calcio le foglie cadute dagli alberi, che qui restano ammonticchiate come germogli morti. L’aria è secca e fredda, profuma proprio come la nostra recinzione di metallo. Sul lastricato improvvisamente compaiono le nostre ombre, che si allungano e si allontanano da noi.

– Resteremo qui, nascosti – dice lui.

Siamo esattamente sotto la scalinata della scuola. Questa è la scuola dall’altra parte della città, non quella che frequento io e che ha frequentato mio fratello. Davanti a noi c’è una inferriata e su di essa un viticcio rampicante, senza fiori. Due casse di plastica dalla dubbia pulizia sono accanto a noi e mio fratello mi dice che mi ci posso sedere se sono stanca. Si guarda intorno, trova un giornale, lo mette sulla cassa e mi sistema lì. Lui resta in piedi e guarda oltre le sbarre dall’altra parte della strada. C’è una casa che non ho mai visto prima. Le persiane verdi di tela tra le finestre doppie sono abbassate a metà, su tutte le finestre rivolte alla strada. Non si muove nulla. Mio fratello prende dalla tasca due caramelle e me le porge.

– Sforzati di non avere sete, per favore. Aspettiamo ancora un po’.

Annuisco e scarto la caramella, facendo meno rumore possibile. Non me l’ha detto ma capisco che dobbiamo essere silenziosi e passare inosservati.

Nella scuola suonò la campanella e uno scalpitio di bambini si riversò sulle scale sotto cui stavamo noi. Proprio quando volevo chiedere a mio fratello se avesse un’altra caramella, lui afferrò con entrambe le mani le sbarre. Il corpo era teso e lo sguardo rivolto alla casa di fronte.

– Eccolo! – disse mio fratello. – Eccolo, sta uscendo!

Mi alzai dalla cassetta e guardai. Sul cancello c’era nostro padre e accanto a lui una donna sconosciuta. Vidi mio padre che si voltava a destra e sinistra lungo la strada, come se non sapesse da che parte andare. La donna teneva una mano sul suo braccio, mentre mio padre faceva un altro passo e usciva dal cortile. Era molto più bassa di lui, salì sulle punte e lo baciò, proprio sulla bocca. Vidi la testa di mio padre tremare appena e guardare ancora tutto intorno a sé. Io e mio fratello ci accucciammo, nel nostro nascondiglio di vilucchio secco. Allora la donna si voltò come per ritornare in casa e mio padre, invece di andarsene, fece un passo indietro nel cortile e le diede una pacca sul sedere. Sentimmo la donna ridere forte e salutarlo volta all’indietro. Mentre si allontanava, mio padre camminando si strinse la cravatta, si tolse qualcosa di invisibile dalla giacca e sistemò il bavero. Ben presto lo perdemmo di vista, svoltò in un’altra strada.

Anche noi poi ci raddrizzammo e uscimmo dal nostro nascondiglio.

– Viene qui ogni giorno – disse mio fratello, quando ci avviammo verso casa. – Ma non possiamo parlarne con nessuno. Nessuno! Giuramelo! La mamma non lo deve sapere, soprattutto non adesso.

Giurai per il silenzio eterno.

Risuonò la campana della chiesa, risuonò ancora la campanella di scuola richiamando gli alunni a...



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