Laforgia | Fattore K | E-Book | www2.sack.de
E-Book

E-Book, Italienisch, 246 Seiten

Reihe: Asia

Laforgia Fattore K

L'ascesa della cultura pop coreana
1. Auflage 2024
ISBN: 978-88-6783-516-4
Verlag: ADD Editore
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark

L'ascesa della cultura pop coreana

E-Book, Italienisch, 246 Seiten

Reihe: Asia

ISBN: 978-88-6783-516-4
Verlag: ADD Editore
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark



Siamo in un hotel di Itaewon alla fine degli anni Ottanta, in cerca di un club dove ascoltare un concerto e poi ballare tutta la notte, tra giovani coreani e soldati statunitensi in libera uscita. La base militare qui vicino da decenni contribuisce a diffondere la musica che si ascolta sull'altra sponda dell'oceano: rock, metal, pop, hip hop, r'n'b, techno. Sono i veri inizi di quel fenomeno globale che prenderà il nome di K-pop e scalerà le classifiche internazionali, in una storia lunga più di trent'anni. Con l'approccio meticoloso dei migliori studi di letteratura musicale e di indagine culturale, Laforgia ricostruisce la parabola del K-pop dalle sue origini e il ruolo dei K-drama e del cinema nell'ascesa della cultura coreana, ricorrendo a dettagli e sfumature poco narrate, come l'analogia tra le agenzie di intrattenimento e il sistema di produzione della leggendaria Motown, o le questioni femministe in relazione ai temi di molti drama contemporanei. Illustrando sia il ruolo del governo sudcoreano sia le dinamiche sociali che hanno permesso a questa industria di fiorire, Fattore K offre un nuovo punto di vista su un panorama creativo vibrante, sfidando i preconcetti e l'orientalismo che spesso offuscano la vera portata del successo globale della Corea del Sud.

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INTRODUZIONE


Londra, gennaio 2024. Passeggio dalle parti di Soho, Leicester Square e Chinatown, nel centro della città. Quando vivevo nella capitale britannica prima della pandemia dicevo spesso, scherzando, che uno degli aspetti che preferivo del vivere in un centro multiculturale era poter fingere di essere in Corea ogni volta che lo volessi, senza dover volare dall’altra parte del mondo. Dai supermercati specializzati ai piccoli bar dove mangiare un dolce tipico come il , dalle sale di karaoke (chiamate ???, ) alle sezioni di libri coreani nelle librerie, per non parlare dei numerosi ristoranti, la città ha sempre offerto quel che è necessario per sentirsi almeno per qualche ora a Seoul. Forse in pochi lo sapranno, ma Londra ha anche una piccola Koreatown: è a New Malden, lontana dal centro città, in quella che è definita la zona 4, ed esiste almeno dagli anni Ottanta. Ma oggi, per mangiare autentico cibo coreano, non c’è più bisogno di andare fin lì: un po’ ovunque spuntano nuovi ristoranti ed è un profluvio di insegne in , l’alfabeto coreano. Si possono trovare sempre più facilmente i , cioè hot dog in pastella, un popolare street food, e anche le cabine per le fototessere da fare con gli amici, in tutto e per tutto identiche a quella a due passi dalla mia attuale casa a Seoul. Ne ha aperto una persino a Milano, nella zona dei Navigli. Tutti questi luoghi sono costantemente affollati: non solo da quegli studenti o lavoratori coreani che sentono nostalgia di casa, ma soprattutto da una marea di fan della cultura coreana britannici ed europei.

Questo «aumento dell’interesse internazionale per la Corea del Sud e la sua cultura popolare, rappresentato in particolare dal successo globale della musica, del cinema, della televisione, della moda e del cibo sudcoreani», come l’ha definito il dizionario britannico Oxford nel 2021, è stato chiamato hallyu, «onda coreana». Molti in Occidente l’hanno interpretata come una moda passeggera in procinto di sparire, spesso a causa di radicati pregiudizi nei confronti degli asiatici, ma anche in Corea c’è chi è sorpreso di questa popolarità, soprattutto chi ha avuto meno possibilità di interazione con persone straniere. Solo i meno attenti però lo reputano un cambiamento improvviso e incomprensibile; la realtà è che si tratta di un processo iniziato trent’anni fa e di cui ora vediamo chiaramente i frutti. Stiamo già vivendo quella che è stata definita la quarta fase dell’hallyu, o hallyu 4.0, e c’è chi addirittura afferma che potremmo essere sull’orlo della quinta. L’hallyu 1.0, ovvero gli inizi, coincide con la fine degli anni Novanta, durante i quali l’onda aveva appena iniziato a propagarsi raggiungendo i Paesi asiatici vicini, soprattutto tramite i K-drama. La fase 2.0, corrispondente al primo decennio degli anni Duemila, è quella durante la quale la cultura pop coreana ha raggiunto gli altri continenti, trainata principalmente dal K-pop; la terza, iniziata nel secondo decennio degli anni Duemila, ha visto il consolidamento della popolarità dell’hallyu in tutto il mondo, con drama e musica affiancati da film e videogiochi online. La fase attuale, iniziata con il nuovo decennio, è quella in cui l’onda si è trasformata in un vero e proprio tsunami che sta raggiungendo nuove e sempre più ampie fette di pubblico sparse per il pianeta, tramite ulteriori declinazioni della cultura coreana: la cucina, la cosmesi, i webtoon, ovvero i fumetti digitali leggibili sul cellulare. La pandemia di Covid-19, che ha costretto per due anni miliardi di persone a casa spingendole a trovare nuove attività e interessi per occupare il proprio tempo, ha svolto un ruolo decisivo nella diffusione della cultura coreana nel mondo; se a questo aggiungiamo l’attuale pervasività dei social media e l’avvento di una piattaforma come TikTok, ecco che abbiamo la ricetta perfetta per l’espansione globale.

Oggi, non incappare in qualcosa di coreano, indipendentemente da dove ci si trovi nel mondo, è quasi più una scelta che un caso. Trascurare l’impatto che i prodotti culturali coreani negli ultimi anni hanno avuto e stanno avendo globalmente, non solo a livello culturale ma anche sul piano economico e politico, non solo sui singoli individui ma su intere industrie e mercati, significa ignorare un fatto importante della storia del nostro tempo. Significa perpetrare una visione occidentalocentrica e limitata del mondo che non corrisponde a quello che il mondo è davvero. La globalizzazione, che si temeva portasse unicamente a un appiattimento delle culture locali in una macrocultura globale imposta dal più forte, ha invece permesso a molte di queste, provenienti da Paesi meno potenti, di raggiungere il resto del mondo. Per quanto oggi possiamo ritrovare gli stessi negozi nei più distanti angoli del pianeta, è un dato di fatto che i prodotti venduti non sono solo quelli della cultura dominante di turno (il più delle volte ancora quella statunitense), ma anche quelli provenienti da culture «periferiche». Con la globalizzazione, culture a noi un tempo sconosciute e lontane sono diventate familiari e vicine. I social media, con tutti i loro difetti, hanno anche il merito di aver dato una voce a chi difficilmente sarebbe riuscito a farsi sentire altrimenti e di aver agevolato la diffusione di culture e prodotti culturali che prima erano relegati ai «confini dell’impero».

Rispetto a quando io ho iniziato ad ascoltare K-pop e a guardare i primi drama intorno al 2006, quando avevo tredici anni, la comunità di appassionati di cultura coreana fuori dalla Corea del Sud si è ingrandita notevolmente. Per noi in Italia aver visto un pubblico di circa 67.000 persone partecipare all’esibizione degli Stray Kids al festival I-days a Milano il 12 luglio 2024 è stato un grande traguardo e una bella rivincita. Quando ero adolescente, la comunità dei fan era piccola e attiva perlopiù online, spesso e volentieri etichettata come una cricca di strambi (etichetta che, purtroppo, viene spesso affibbiata ancora oggi). Confesso che per molti anni ho tenuto questi miei interessi nascosti anche ad amici stretti, e li ho vissuti e coltivati in maniera solitaria, perché la cosa provocava inevitabilmente, se non commenti proprio razzisti sulla scia di «Perché guardi e ascolti quelle cinesate?!», almeno una serie di fastidiose domande che dimostravano poca apertura mentale e prevedevano spiegazioni che non avevo voglia di dare ogni volta, da «Ma dove li trovi?» a «Non ti danno fastidio i sottotitoli?». Capisco però in parte la curiosità. Sono cresciuta a Bari, una città del Sud Italia non particolarmente multiculturale e all’epoca molto meno turistica di come è oggi, e nel 2006 tutto ciò che io e i miei amici sapevamo della Corea del Sud si limitava alle nozioni impartiteci durante una lezione di geografia a scuola. In quegli anni i social media non erano ancora quello che sono oggi, di algoritmi ancora non si parlava, ma faccio pur sempre parte di una generazione cresciuta con internet, che aveva un profilo su MySpace e bazzicava sui forum online. È frequentando il forum dedicato alla cantante pop giapponese Hamasaki Ayumi che ho scoperto il K-pop e i K-drama, la musica e le serie tv sudcoreane.

Può sembrare strano che il mio punto di partenza nella scoperta della cultura coreana sia stata una cantante giapponese, e il fatto potrebbe infastidire alcuni coreani, considerata la storia del rapporto tra i due Paesi: la Corea intera è stata infatti vittima della violenta colonizzazione da parte del Giappone all’inizio del XX secolo, conclusasi con la fine della Seconda guerra mondiale, e tuttora i rapporti non sono completamente distesi. Ma la mia esperienza in realtà è piuttosto comune. Noi nati all’inizio degli anni Novanta siamo la generazione cresciuta guardando in tv e , giocando al Game Boy e alla Playstation e, prima che la musica digitale prendesse il sopravvento, ascoltando musica con walkman e lettori cd Sony. Tutti prodotti giapponesi. All’inizio del millennio, chiunque in Europa avesse un interesse per la cultura pop giapponese aveva probabilità di incappare prima o poi in qualcosa di coreano. È il Giappone infatti il primo Paese straniero in cui si afferma la cantante K-pop BoA: il suo album del 2002 , cantato in lingua giapponese, è il primo album di un’artista coreana, senza distinzione di genere, a conquistare la posizione numero 1 nella classifica giapponese Oricon e a ottenere la certificazione della vendita di un milione di copie dalla RIAJ (Recording Industry Association of Japan, ovvero l’associazione dell’industria discografica giapponese). È giapponese un manga di culto, (conosciuto anche con il titolo inglese ), il cui adattamento coreano in serie tv nel 2009 diventerà per molti di noi in Occidente la porta di accesso al mondo dei K-drama, ben prima della diffusione di Netflix.

Ma anche se gli anime erano trasmessi sulla tv nazionale in Italia, e in alcune piccole città c’erano un paio di fumetterie dove comprare manga, quindici anni fa di musica o serie tv provenienti dal resto dell’Asia invece non si sentiva assolutamente...



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