Lacasella | Liberi di sbagliare | E-Book | www2.sack.de
E-Book

E-Book, Italienisch, 200 Seiten

Reihe: Storie

Lacasella Liberi di sbagliare

Un'estate tra le montagne del giovane Primo Levi
1. Auflage 2025
ISBN: 979-12-5979-357-7
Verlag: People
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark

Un'estate tra le montagne del giovane Primo Levi

E-Book, Italienisch, 200 Seiten

Reihe: Storie

ISBN: 979-12-5979-357-7
Verlag: People
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark



L'amore di Primo Levi per la montagna e per l'alpinismo emerge timidamente dalla sua biografia: altri e più drammatici episodi l'hanno infatti segnata in maniera indelebile. Ma la sua era una passione sincera e in un certo senso salvifica. Negli anni dell'università, Levi saliva in montagna principalmente con due amici, nonché compagni di studi: Sandro Delmastro e Alberto Salmoni. Pietro Lacasella si è spinto tra le montagne su cui arrampicarono, visitando i paesi dove andarono in villeggiatura, le valli che attraversarono in bicicletta e gli alpeggi dove si rifugiarono dopo l'8 settembre 1943. Il risultato è un viaggio alla scoperta di un lato meno raccontato di Levi, un viaggio che si è concluso quando, con lo scorrere dell'anno, le giornate si sono fatte troppo corte. Un viaggio, anche, nel mondo delle ipotesi: non di tutte le avventure in montagna di Levi conosciamo i dettagli, e quindi dobbiamo affidarci al risultato di deduzioni e ragionamenti che, a loro volta, nascono da letture, ricerche e sopralluoghi. Dal tornare a ripercorrere i passi di Primo Levi.

Pietro Lacasella è un antropologo e scrittore interessato ai contesti alpini. Nel 2020 dà vita al blog Alto-Rilievo/voci di montagna. Ha lavorato per il Centro Internazionale Civiltà dell'Acqua. Ha riorganizzato i contenuti della testata online del Club Alpino Italiano Lo Scarpone. Oggi collabora con il quotidiano Il Dolomiti curando l'inserto online L'AltraMontagna. Per People, nel 2024 ha pubblicato insieme a Luigi Torreggiani Sottocorteccia.
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Autoren/Hrsg.


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1. L’anarchia del vento

Primo Levi scopre l’alpinismo

Correnti

Il mio sguardo si lasciava trasportare dalle ingannevoli prospettive dell’orizzonte.

Sedevo sulla battigia di una spiaggia croata. Il frinire assordante delle cicale sovrastava con prepotenza ogni altro suono e nell’aria aleggiava, trascinato da un vento flemmatico, odore di calamari e di aglio.

Fissavo l’orizzonte, dunque, e seguendo con gli occhi i riflessi del sole che si stendevano sull’acqua come la più dritta delle frecce non potevo fare a meno di pensare che là in mezzo, da qualche parte, si trovava una linea netta e al contempo invisibile. Un segmento oltre il quale la massa increspata delle onde a cui stavo dedicando tanta attenzione cambiava di proprietà. Acque territoriali, Fasce contigue, Zone economiche esclusive e così via, perché anche il mare, nel suo stato liquido e dinamico, è imbrigliato da un reticolo di confini. Assecondando i pensieri, alimentati e forse un po’ alterati dalla vastità del contesto, ho concluso che dal punto di vista percettivo non cambiava proprio nulla, perché il colore del mare rimaneva di un blu scuro e profondo e le correnti, indomite e anarchiche, continuavano a mescolare le acque ignorando ogni convenzione.

Appena un mese prima, 2.700 metri più in alto, mi avevano accompagnato i medesimi pensieri. Mi trovavo sui rilievi che vigilano su Bardonecchia, a cavalcioni di un picco all’apparenza precario, denominato Punta delle Quattro Sorelle. Un istmo di roccia friabile lo collegava, come un cordone ombelicale, all’ampio grembo di una catena che, per via delle sue tre vette più marcate, prende il nome dai Re Magi: Gaspare (2.811 metri), Melchiorre (2.952 metri) e Baldassarre (3.156 metri).

Facendomi ombra con la mano, seguivo con gli occhi il profilo gibboso di quel crinale che divide il cielo francese da quello italiano con la stessa precisione di un bisturi. Il Gruppo dei Re Magi, infatti, a dispetto del nome evangelico, non unisce, bensì separa. In esso è stata individuata la linea netta e rigida della frontiera. L’Italia da un lato, la Francia dall’altro.

Tuttavia, il mare di roccia che mi circondava, con le sue onde meno dinamiche ma pur sempre slanciate e appuntite, anche in quell’occasione sembrava non appartenere a nessuno se non a sé stesso e all’aria che, replicando l’anarchia delle correnti marine, si divertiva a valicare la frontiera, sfruttando le traiettorie del vento o aggrappandosi alle ali dei rapaci e, senza conoscere confini, volava libera nel cielo.

Punta Melchiorre: un’impresa più grande di lui

Il medesimo desiderio di libertà, ma anche e soprattutto l’aura di eroismo e di anticonformismo emanata dagli alpinisti all’inizio del secolo, nel 1933 motivarono il quattordicenne Primo Levi a tentare un’impresa più grande di lui, del suo gracile fisico e della sua ancora scarsa confidenza con le verticalità alpine.

Non è facile stabilire di chi fu l’idea. Ciò che è certo è che Primo ebbe due complici: il coetaneo Giorgio Diena e Luigi Firpo, di due anni più grande, un dettaglio che lo portò a proclamarsi capo spedizione. Grazie a quell’impresa avrebbero guadagnato l’ammirazione degli altri ragazzi in villeggiatura e, perché no, anche di qualche adulto; ma, soprattutto, sarebbero finalmente riusciti a soddisfare la curiosità di esplorare le pieghe più intime di quel massiccio montuoso – i Re Magi – che incombe su Bardonecchia. L’impresa, nella testa dei tre, consisteva nell’attraversarlo in giornata, salendo dal paese fino a Punta Melchiorre, la vetta centrale della catena, per poi planare, in picchiata, sulla retrostante Valle Stretta. Da lì, rientrare sarebbe stato un gioco da ragazzi, abbandonandosi al ritmo regolare dei boschi e dei prati che scivolano dolcemente verso il basso.

Per ovvi motivi, il loro piano era segreto e tale doveva restare sino a esperienza conclusa. La minima rivelazione sarebbe potuta risultare compromettente: i coetanei, invidiosi, con tutta probabilità avrebbero provato a emularli, magari partendo in anticipo per appropriarsi del primato; per non parlare delle famiglie, che di sicuro avrebbero bloccato sul nascere quell’acerbo slancio alpinistico. Per prevenire questi rischi, convennero di tenere la bocca chiusa fino al giorno prestabilito. Quando quel giorno arrivò, si trovarono nel primo pomeriggio. Il sole irrorava con raggi diafani il paesaggio. Non sappiamo di quale scusa si servirono per allontanarsi da casa, fatto sta che dopo essersi scambiati sguardi determinati, come per scacciare paure e ripensamenti, senza aggiungere alcuna parola iniziarono l’avventura, in un’atmosfera carica di eccitazione.

In un torrido mercoledì di inizio agosto sono approdato a Bardonecchia per osservare da vicino i paesaggi dove si svolse questo episodio della vita di Primo Levi.

Con me c’era mia mamma, la mia prima compagna di avventure verticali. Non era stato facile – e la comprendo – stanarla dal suo amato Altipiano dei Sette Comuni, dove trascorre buona parte dell’estate, ma in quell’occasione siamo partiti insieme, come ai vecchi tempi, ed è stato bellissimo. Io e lei, soli, tra lande sconfinate di larici e sfasciumi di roccia.

Attraversata la Pianura Padana e la Val di Susa, scesi dal treno ci siamo precipitati in hotel: il tempo di scaricare i bagagli ed eravamo già sulle tracce del giovane Levi, con un paio di borracce e quattro pesche nello zaino.

Mia mamma non è un’alpinista, ma nemmeno un’escursionista. Il suo modo di vivere la montagna non si presta alle categorie, alle etichette. Diciamo che le piace camminare, ma non lo fa con ambizioni sportive. Spesso la smania della performance la sfiora, però non è mai riuscita ad afferrarla: le sue amiche corrono, partecipano a gare di trail running, ma lei no. Cammina tanto, veloce e un po’ a scatti, come chi è abituato ad andar per monti in compagnia di un cane esuberante. Lei ne ha due, di cui uno vivacissimo. Per questo motivo non è semplice seguirla. A volte accelera in modo eccessivo, andando inevitabilmente “fuori giri”. Così, non appena l’acido lattico divampa nelle gambe, lei frena in modo brusco e per qualche minuto cerca di apparire disinvolta, parlottando per mascherare il fiato grosso. Poi, quando l’incendio si placa e i polpacci si sfiammano, torna a galoppare.

La sua montagna termina insieme al verde dei pascoli. Raramente si spinge più in alto, dove le rocce e i ghiacci fanno da padroni: a quelle quote, ormai l’ho capito, non si trova a suo agio. Al grigio-bianco dei quattromila metri preferisce il colore variabile delle stagioni; ai licheni dei tremila, il muschio e i funghi dei mille e due. Non si lascia sfuggire un lampone, è ghiotta delle fragole di bosco. Quando ne trova una ritorna bambina e io, meno entusiasta nell’attesa, al suo fianco mi sento un vecchio disincantato.

Da quando ho memoria, mia mamma porta i capelli castano chiari a caschetto, e nei suoi occhi azzurri ogni tanto si deposita la rugiada di certi fiorellini primaverili. È gentile. A volte anche troppo. Dispensa complimenti a tutti e questo, in alcuni contesti, mi imbarazza un po’. Allo stesso tempo, è una donna risoluta e non la schiodi di un centimetro dalle sue convinzioni. Avanza a testa bassa, come un mulo, e a testa bassa procedeva anche quel pomeriggio di inizio agosto, decisa a salire il più in alto possibile, «finché il sole ce lo permette». Col suo incedere irregolare abbiamo raggiunto un formidabile punto panoramico, il Poggio Tre Croci: un balcone affacciato su Bardonecchia, la Val di Susa e le numerosissime piste da sci che rigano i pendii come lacrime indelebili. Ma spingendosi un po’ più in su era anche possibile godere di un’ottima vista sulla catena dei Re Magi.

Il fiore della passione

A causa dell’inesperienza, Primo Levi, Giorgio Diena e Luigi Firpo sottovalutarono la difficoltà e soprattutto la lunghezza della traversata. D’altronde, le montagne sono abili prestigiatrici quando si tratta di alterare la percezione prospettica, e in quest’opera manipolatrice non ragionano mai per difetto: tutto è più distante di quanto appare. A volte, con il passare delle ore, le profondità invece di diminuire sembrano aumentare, e così una guglia che al primo sguardo pareva vicina da un momento all’altro diventa lontanissima. Ci vogliono anni di escursioni e di scalate per imparare a prendere le misure, a muoversi con cognizione di causa, e questa esperienza ai tre giovani amici mancava.

Il sedicenne Luigi Firpo, il capo spedizione, aveva stimato che per raggiungere Punta Melchiorre avrebbero impiegato circa tre ore. A giudizio di Primo, più ottimista, ne sarebbero state sufficienti appena due. Era convinto che, dopo aver toccato la vetta, sarebbero riusciti a tornare per cena senza grossi problemi.

A mano a mano che il sole scivolava verso il tramonto come una cascata placida e rosata, i tre iniziarono a comprendere quanto imprecisi fossero stati i loro calcoli. Dopo due ore erano ancora così in basso da riuscire a distinguere con chiarezza i tetti e le strade di Bardonecchia; dopo tre erano appena a mezza costa. Come se non bastasse, la fame iniziava a mordere lo stomaco e le gambe, ormai stanche, rallentavano ulteriormente l’andatura.

Superati i boschi di larice, la catena si apre in tutta la sua vastità. I Re Magi però, tutt’altro che nobili ed eleganti, sono un enorme coagulo di detriti, di rocce instabili e di rottami senza tempo. La dolcezza offerta dai sentieri disegnati nel sottobosco lasciano il posto a un...



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