E-Book, Italienisch, 173 Seiten
Reihe: Finestre
L. Pio Abreu Come diventare un malato di mente
1. Auflage 2010
ISBN: 978-88-6243-257-3
Verlag: Voland
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark
E-Book, Italienisch, 173 Seiten
Reihe: Finestre
ISBN: 978-88-6243-257-3
Verlag: Voland
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark
Tutti abbiamo il diritto di essere un po' fobici o paranoici, leggermente ossessivi, istrionici o schizoidi: ecco un perfetto manuale per chi abbia intenzione di iniziare una carriera come malato di mente. Partendo dalle sei classificazioni proposte dalle istituzioni psichiatriche statunitensi, J. L. Pio Abreu fornisce al lettore una serie di consigli pratici, con rigore medico-scientifico e al tempo stesso con ironia e senso del paradosso.
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INTRODUZIONE
Fronte
Quando, svariati decenni fa, decisi di intraprendere la carriera di psichiatra, non avevo idea di quello che mi aspettava. Allora ero convinto, come molti che iniziano adesso le loro carriere di ‘psic’, che individuando e diagnosticando le malattie mentali sarebbe stato possibile curarle tramite procedimenti specialistici che la scienza aveva o avrebbe scoperto. Ero arrivato addirittura a pensare che migliorando le persone sarebbe migliorata anche la società. Oggi so quanto quell’illusione fosse folle.
L’esperienza di curare un malato di mente è paradossale. Da una parte gli ammalati reali, quelli cioè che si possono individuare con facilità, non ammettono di esserlo e perciò rifiutano la terapia. Di solito hanno subìto pressioni per andare dallo psichiatra, col quale iniziano a giocare al gatto e al topo con esiti incerti. A volte accettano che gli sia fatto di tutto, meno che la terapia adeguata. Altre volte si muniscono di una tale quantità di informazioni irrilevanti da convincere il migliore degli esperti a darsi per vinto. È come se la lotta per la difesa della loro malattia si fosse trasformata in una lotta per la sopravvivenza. Ed è un peccato, perché le terapie attuali sono efficaci, ma non esiste ancora un metodo telecomandato e segreto per somministrarle.
D’altra parte, ci sono anche persone che vanno dallo psichiatra per libera scelta. Lo fanno per i motivi più disparati, tranne manifestare i sintomi di una malattia chiara, di quelle segnalate in tutti i libri. Con una certa dose di buona volontà, lo psichiatra può cogliere qualche sintomo abbastanza vago e molti problemi. Lo psichiatra, però, non ha le risorse di un mago, né quelle di un giudice, di un poliziotto, di un avvocato, di un politico o di un assistente sociale. Non può neppure cambiare il modo di essere delle persone, se mai questa fosse una soluzione. Le uniche risorse di cui dispone sono alcune terapie che curano malattie note. Quando però la malattia non c’è, resta poco da fare.
Esistono due risposte possibili per questo genere di pazienti. La prima consiste nell’ammettere la propria incompetenza e nel suggerirgli di andare da un avvocato, da un assistente sociale, o anche da uno psicologo. Sarebbe la risposta più onesta, ma dolorosa per lo psichiatra perché gli ridurrebbe la clientela. Anche il paziente di solito non accetta una simile risposta: ha le sue buone ragioni per trovarsi lì e non altrove, e gli altri professionisti non sono così disponibili. Un medico, compreso uno psichiatra, è pur sempre un medico, con il suo prestigio, la sua esperienza e la possibilità di essere pagato dallo Stato.
Resta la risposta numero due: tentare di fare una diagnosi, anche infondata, e prescrivere un’adeguata terapia. Lo psichiatra si sente utile e il paziente gli è riconoscente e rimane soddisfatto (benché il grado di soddisfazione vari a seconda delle diagnosi più alla moda). Con un po’ di cooperazione e di adattamento alle reciproche aspettative, può anche succedere che il paziente cominci a mostrare tutti i sintomi della malattia diagnosticata. Come il lettore vedrà, gli attuali criteri di diagnosi sono abbastanza permissivi perché questo possa accadere. Però, dal momento che alla diagnosi deve far seguito una terapia, che altera qualcosa nel cervello, può anche derivarne una malattia diversa da quella diagnosticata.
Tutto ciò è fonte di malintesi e frustrazioni. Ed è anche logorante, perché costringe a incontri e scontri, a frequenti scambi di coppia, senza che nessuno degli attori abbia mai preso lezioni di ballo. È uno spreco eccessivo di tempo e di energia. Ma allora non esiste soluzione?
Questo libro saggia una possibile soluzione. Se insegnassimo alle persone a diventare veri e propri malati di mente, gli equivoci psichiatrici finirebbero. Chi desiderasse ricorrere a uno psichiatra, può presentarsi con i sintomi adeguati a una diagnosi, in accordo col consenso americano del DSM-IV ( 4th Edition, American Psichiatric Association. I criteri diagnostici del DSM-IV non sono un segreto per nessuno, ma i testi che li divulgano raramente spiegano in che modo riuscire a conseguirli. Come si vedrà in seguito, la cosa non è tanto difficile, ma è necessario iniziare per tempo e, a volte, poter contare sulla collaborazione della propria famiglia. Anche i risultati non sono malvagi, dato che ci si munisce di ottime scuse per le fesserie che si combinano, ci si dimentica dei problemi reali, e svanisce il difficile compito di cercare di risolverli.
Quanto a quelli che sono già malati, forse per loro non cambierà niente. Intanto però, possono aggiungere al fatto di essere malati la consapevolezza di esserlo, il che è già di per sé un passo avanti. Inoltre, arriveranno a conoscere il modo di complicare irrimediabilmente la loro situazione, evitando così di dover giocare al gatto e al topo con lo psichiatra, cosa che porterebbe, sì, allo stesso risultato ma a prezzo di una tremenda fatica per tutti.
Ho scritto questo libro per un pubblico ampio e ho evitato perciò ogni linguaggio specialistico. Tuttavia, qualunque iniziato potrà constatare come vengano qui descritti molti meccanismi e circostanze che la scienza spiega in modo più complicato. Come potete immaginare, sono sempre stato immerso in queste questioni fino al collo e mi sento di garantire al lettore il massimo dell’. Oltre a questo, descriverò una quantità di piccoli trucchi che non si trovano nei libri, ma che ho imparato dai malati che ho seguito. Sono convinto della loro efficacia, anche se riconosco che la letteratura scientifica non ne parla. L’ultima parola spetterà sempre al lettore, dato che neppure la scienza è il depositario ultimo della verità.
In realtà, la scienza fa soltanto quel che può, con la storia e le risorse di cui dispone. Quanto alla storia, le scienze ‘psic’ non sono particolarmente salvaguardate, dato che devono affrontare innumerevoli preconcetti e le retoriche del potere. Non dimentichiamoci che ci muoviamo sul terreno proprio del potere (inteso come la capacità di far sì che gli altri si adeguino alle nostre aspettative), per cui non conviene che le conoscenze siano di dominio pubblico. Per quanto riguarda le risorse, la ricerca costa soldi e a finanziarla sono sempre più spesso le imprese private. Ora, i privati che si interessano di questo campo ricavano utili spropositati dalla vendita di prodotti sofisticati e costosi. E non hanno ovviamente nessun interesse a scoprire rimedi più semplici in grado di danneggiare i loro affari.
Esistono dunque poche verità scientifiche sulle malattie mentali. Quello che sto dicendo vale quanto qualunque altra opinione, ma vi garantisco che è il risultato di una vita di ricerche e di riflessioni. Intanto invito i lettori a fare la prova su se stessi. Sono convinto che i consigli forniti daranno buoni risultati. Altrimenti, pazienza. In quest’ultimo caso, considerate il tutto un esercizio di fantasia e di umorismo (soprattutto di quel supremo umorismo che consiste nel ridere di se stessi). Aver comprato il libro è già un buon inizio.
Retro
In tutta franchezza, l’idea di scrivere queste pagine mi è venuta mentre cercavo di spiegare agli studenti di Psichiatria i meccanismi psicologici determinati da certe malattie. Nella letteratura psichiatrica esistente, raramente questi meccanismi vengono descritti in modo sistematico. E quando lo sono, sono così avviluppati in quadri teorici da diventare irritanti e incomprensibili. Siccome siamo tutti un po’ dottori e un po’ pazzi, non c’è niente di meglio che immaginare questi stessi meccanismi dentro di noi. È questo, credo, il principio della comprensione. E per capire (e curare) i nostri malati nulla vale quanto il comprenderli.
Entusiasmandomi al progetto, ho cominciato a far leggere ad alcuni pazienti il capitolo che riguardava più da vicino la loro patologia. Oltre a darmi una mano a correggere il testo, le loro reazioni sono risultate interessanti: dopo un certo shock iniziale finivano per partecipare, e sorprendentemente miglioravano. Alcuni specialisti potranno capire quanto questo miglioramento sia logico: si tratta della paradossale terapia sostenuta da Watzlawick e dalla Scuola di Palo Alto1.
È ovvio che non potevo contare sulla collaborazione di qualunque malato. Ho potuto comunque contare sulla collaborazione di persone intelligenti che ho avuto l’onore di seguire. Devo però avvertire gli incauti che sono proprio le persone intelligenti a frustrare più rapidamente negli psichiatri il giusto ma ingenuo desiderio di curarle. Proprio come omaggio a loro mi arrischio a pubblicare questo libro. Tuttavia, visto che le persone intelligenti sono sempre in maggior numero (benché non possa dirsi altrettanto delle altre qualità umane), penso di poter contare su un pubblico ragionevolmente ampio.
Ho approfittato di questo libro anche per divulgare molte conoscenze raccolte nel corso di decenni di lavoro clinico, ma che sorprendentemente incontrano poco sostegno nella letteratura scientifica. Alcune sono attualmente oggetto di ricerca, ma ancora lontane da un consenso unanime. Mi sarebbe impossibile al momento divulgarle secondo il taglio accademico a cui mi sottopongo per altre pubblicazioni. Ma nessuno se la prenderà se le inserisco in un libro senza pretese come questo. Ne accetto dunque lo status di semplici ipotesi, come invito alla ricerca e alla sperimentazione clinica e personale. Spero si rivelino altrettanto buone come lo sono state nella mia esperienza. In...




