Josephson | Surrealisti ed espatriati | E-Book | www2.sack.de
E-Book

E-Book, Italienisch, 506 Seiten

Reihe: Introvabili

Josephson Surrealisti ed espatriati

La Parigi letteraria degli anni Venti
1. Auflage 2024
ISBN: 978-88-3389-563-5
Verlag: minimum fax
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark

La Parigi letteraria degli anni Venti

E-Book, Italienisch, 506 Seiten

Reihe: Introvabili

ISBN: 978-88-3389-563-5
Verlag: minimum fax
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark



Dopo gli studi universitari e la frequentazione della bohème del Greenwich Village, oppresso dal provincialismo del suo paese, Matthew Josephson fugge in Europa e inizia un lungo sodalizio con i surrealisti e le altre avanguardie. I «ruggenti anni Venti» a Parigi sono i veri protagonisti del libro: l'emigrazione letteraria nordamericana, la febbre dei fondatori di riviste, i dibattiti tra scrittori che diventano comizi, quella che Gertrude Stein battezza come la «generazione perduta». Campeggiano sulla scena Tristan Tzara, Louis Aragon, André Breton, mentre James Joyce sta emergendo ed Ezra Pound sorveglia gli esordi di T.S. Eliot ed Ernest Hemingway. Attore e spettatore di quegli anni, Matthew Josephson rievoca la cronaca, il pittoresco, ma anche la sostanza, di un'avanguardia che ha posto le premesse, ancora attive, di tanta arte d'oggi. «C'erano tutti: T.S. Eliot, Ernest Hemingway, E.E. Cummings, Paul Éluard, Jean Cocteau, Ezra Pound, Charlie Chaplin, André Breton,Giorgio de Chirico... Josephson fa risorgere il decennio più irriverente e inimitabile del ventesimo secolo». Kirkus Review

1899/1978 è nato a Brooklyn da genitori immigrati ebrei (padre romeno e madre russa). Dopo la laurea alla Columbia University ha iniziato a lavorare a Wall Street. La passione per la letteratura francese lo ha spinto a trasferirsi a Parigi dove ha solidarizzato sia con gli esponenti dei nuovi movimenti letterari sia con la comunità degli scrittori americani. Ritornato negli Stati Uniti, ha proseguto l'attività di critico letterario, fondando varie riviste.
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1 INTRODUZIONE


Man mano che gli anni Venti retrocedono nel passato, parecchi di noi che all’inizio di essi erano sulla ventina sono tentati di volgersi indietro e ricapitolare, guardando dalla distanza di un terzo di secolo le nostre avventure, le nostre amicizie, le nostre follie, i nostri piccoli trionfi, tali quali erano. Il periodo 1920-1930 conserva tuttora un interesse notevole. Senza dubbio, per il fatto che proprio allora cominciava, molti di noi lo ricordano come un tempo spensierato e festoso, tanto «più felice» del presente. Come Stendhal, che spesso tornava sulla storia della sua vita «senza illusioni in proposito» in quegli scritti segreti destinati alla posterità, anche noi siamo curiosi di sapere chi eravamo. Retrospettivamente, sembra che la generazione letteraria di quel tempo costituisca un’epoca a sé nella storia, come può dirsi di quella degli anni Cinquanta.

La nostra vita portava per lo più l’impronta di un’esperienza comune. Eravamo nati a cavallo del secolo, avevamo avuto qualche contatto con la prima guerra mondiale, breve e inglorioso eppure tale da sollevarci dalla banalità della vita quotidiana; durante i nostri anni di tirocinio avevamo viaggiato in Europa, stringendo rapporti con i nuovi movimenti culturali e con i loro giovani rappresentanti. Per alcuni anni Parigi fu la nostra seconda patria e, lo confesso, tutte le volte che dovetti lasciarla per tornare negli Stati Uniti mi assalì la paura di non poter essere mai più altrettanto felice. Eppure, prima o poi, tornammo in patria tutti quanti per adattarci di nuovo alla vita negli Stati Uniti durante un periodo di prosperità senza pari che finì con il grande anno climaterico, il 1929.

Il piacere di rinnovare nel ricordo quei momenti del nostro passato, quando eravamo giovani e lontani da casa e ci lanciavamo con tanto fervore all’inseguimento della felicità, ha ispirato numerosi libri di ricordi prima di questo. Mi è sembrato tuttavia che fosse utile, oltreché divertente, presentare qualche altro «fatterello vero» finché ne è vivo il ricordo, anziché farcelo attribuire dalle pubblicazioni altrui. Invece di fare in queste pagine un’apologia di me stesso, tenterò di dipingere un «ritratto d’insieme» del circolo di amici e di conoscenti che negli anni Venti parteciparono attivamente ai movimenti letterari e artistici. Scopo del mio piano è stato anche rintracciare la catena di idee che inseguivamo più o meno consapevolmente, condividendo certe esperienze comuni. In effetti, si tratterebbe di riprendere in esame la storia del tempo nel contesto delle esperienze di un gruppo particolare: un gruppo i cui membri individuali troppo spesso, ahimè, convenivano «in tutto tranne che nelle opinioni».

Senza dubbio vi erano molte altre e più notevoli fra gli artisti di quell’epoca, che erano al di fuori del mio campo d’osservazione o di cui avevo soltanto una conoscenza superficiale; e tuttavia i loro membri si mescolavano spesso con noi, e noi con loro. Il luogo d’origine fosse Chicago o Brooklyn o Cambridge nel Massachusetts, tutti i quadri della americana in quegli anni avevano i loro delegati alle grandi assise che si riunivano nei caffè di Montparnasse. Parlerò tuttavia principalmente di quelli del mio circolo, con molti dei quali sono ancora in relazione dopo quattro decenni (ci siamo cordialmente azzuffati per molti anni), anche se oggi ci si veda a lunghi intervalli, e alcuni siano morti.

La mia esperienza di turista letterario degli anni Venti fu particolarmente fortunata anche sotto un altro aspetto: molte delle mie amicizie transatlantiche con europei di avanguardia durano da più di un terzo di secolo. Alcuni di questi – dadaisti, surrealisti o astrattisti – sono diventati figure storiche o, in ogni caso, fanno parte della storia delle idee del nostro tempo. Per mezzo di giovani americani come me, i giovani europei trasmettevano agli Stati Uniti le loro idee più avanzate; e allo stesso tempo noi giovani americani eravamo, in certo modo, i portatori in Europa di tendenze e influenze del nuovo mondo.

Fra l’altro, partecipai attivamente come collaboratore e come condirettore a parecchie delle «rivistine» che in quegli anni venivano pubblicate dagli americani all’estero e in patria: costituivano uno dei «mezzi» offerti a ragazzi di talento, spesso destinati a divenire famosi, per fare i primi passi nel mondo della stampa, sì che mi trovai in ottima posizione per seguire quel processo di fioritura.

Parecchio è stato già scritto da ricercatori e studiosi sui «brillanti anni Venti»; eppure, dopo aver letto solo una parte di quella letteratura in continua crescita, ho notato, con un senso di vivo rammarico, come abbondi di errori di fatto e di interpretazione. Naturalmente la perfetta verità storica è un fuoco fatuo, ma sono rimasto di stucco nell’imbattermi in una certa scandalosa storiella, ripetuta più volte in numerose pubblicazioni, su tre poeti, ora celebri, che capitati a casa mia «in Francia» si sarebbero divertiti a bruciare un mucchio di libri di scrittori a loro sgraditi nel caminetto, per poi estinguere le fiamme col volgare procedimento praticato dall’eroe di Rabelais, Gargantua. Ma ciò non avvenne in casa mia; e io mi trovavo allora in un altro paese, al di là dell’oceano.

Il fatto che siano state pubblicate dichiarazioni e affermazioni riguardo alle mie attività che sono mille miglia lontane dal vero mi ha rafforzato nella decisione di offrire il contributo dei miei ricordi. Vedo chiaramente che l’era industriale incombe anche sul campo letterario, e che gli errori vengono raccolti, ripetuti e accumulati dalla presente generazione degli storici della letteratura. Tanto più necessario, perciò, che qualcuno di noi ripeta quello che veramente avvenne, prima che l’errore metta così salde radici da non permettere più ai posteri di distinguere la realtà dalla fantasia.

Nessuno può pretendere di essere il portavoce autorizzato di un’intera generazione. L’idea stessa di generazione è un mero artificio mentale: dopotutto non si sa dove cominci la propria generazione o dove finisca, né se fu «perduta» o trovata; comunque, i nostri ricordi di testimoni personali possono offrire un’utile documentazione sul movimento delle idee in un dato periodo. Non vi è dubbio che i giovani americani, come la loro stessa nazione – le cui forze militari avevano traversato di recente l’Atlantico per unirsi al conflitto delle Grandi Potenze – fossero nella fase dei . Dopo la prima delle grandi guerre che hanno contrassegnato questo secolo, molti di loro erano in preda a una viva inquietudine, frutto dell’estrema giovinezza e dello spirito del tempo. Alcuni si spostavano dalla campagna o dalle città di provincia ai grandi centri urbani, Chicago o New York; altri andavano in Europa (parecchi c’erano già stati durante la guerra), tornavano a casa, ripartivano di nuovo. In breve, come già gli artisti dei primi tempi della Repubblica, aspiravamo a un cambiamento di cielo, ansiosi di perfezionarci con viaggi e studi all’estero: ma questo non significa che fossimo «perduti».

Sbarazziamoci una volta per tutte del diffuso errore della «generazione perduta». Per quale ragione questa ingannevole definizione è stata cosi largamente usata? Non fummo noi a perdere il fiore della gioventù nella prima guerra mondiale, bensì gli Alleati e le Potenze dell’Europa centrale. Le forze di terra americane parteciparono attivamente al conflitto solo negli ultimi quattro o cinque mesi. So di pochissimi scrittori americani che abbiano servito al fronte; ne conosco invece un numero considerevole che nel 1917-18 operarono come volontari non combattenti nelle ambulanze e nel Corpo sanitario, e che ebbero occasione di osservare la guerra nelle retrovie e senza incorrere in seri pericoli. Il caso di Ernest Hemingway è un’eccezione: era anche lui un non combattente che dopo poche settimane di servizio nella Croce Rossa in Italia si offrì per farsi mandare in prima linea al tempo della disfatta dell’esercito italiano e fu gravemente ferito. Per un bel numero di anni andò in giro la storia che Hemingway era stato sepolto vivo per quattro giorni in seguito allo scoppio di una granata; la notizia era stata messa in giro e pubblicata in una rivista «colta» da un amico, ma lui stesso mi disse che i quattro giorni di tumulazione erano un mito bello e buono.

Certo, l’influenza della prima guerra mondiale sul destino dell’America fu immensa, ma è una sciocchezza ritenere che una generazione di giovani americani andasse «perduta» o trascinata alla disperazione in seguito a un conflitto tanto breve. Quell’aggettivo, allora, voleva suggerire l’idea che un considerevole numero di giovani andò perduto moralmente, cioè «perduto alla virtù»? A dire il vero, lo sforzo di guerra comportò qualche rilassamento delle costrizioni sociali, il che non era nulla di nuovo nella storia degli Stati Uniti, ma dov’è la prova che il giovane del 1919-29 fosse più libidinoso dell’ di altri tempi?

L’origine dell’inappropriata definizione – «la generazione perduta» – va rintracciata nel romanzo di Ernest Hemingway , il quale porta come epigrafe una frase rivolta da Gertrude Stein al giovane autore in tono di stizzoso rimprovero e divenuta poi tanto famosa: «Siete tutti una generazione perduta!» Il romanzo, perdipiù, fu accettato ovunque come il quadro di un tipico gruppo di giovani, uomini e donne, che espatriati...



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