Jorjoliani | Tre vivi, tre morti | E-Book | www2.sack.de
E-Book

E-Book, Italienisch, 208 Seiten

Reihe: Amazzoni

Jorjoliani Tre vivi, tre morti


1. Auflage 2020
ISBN: 978-88-6243-448-5
Verlag: Voland
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark

E-Book, Italienisch, 208 Seiten

Reihe: Amazzoni

ISBN: 978-88-6243-448-5
Verlag: Voland
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark



Un romanzo familiare dalle venature noir, dove quella nascosta sotto il tappeto è polvere da sparo, dove tenersi stretta un'esistenza banale si rivela meno semplice che premere il grilletto. E dove storie e passati si intrecciano. Firenze, fine anni '50. Modesto e Aurora sono sposati, fanno gli insegnanti, hanno entrambi l'amante. Si sono conosciuti in un giorno storico, quando Aurora assieme a molte altre italiane ha espresso il suo voto per la prima volta. Ora condividono una quotidianità fatta di cinema del lunedì, battute al vetriolo e perdite d'equilibrio. Finché una lettera non turba la loro placida routine: qualcuno sa di un 'fattaccio' che riguarda Modesto, e che lui pensava sepolto nel passato... Fra Russia e Abruzzo, primi anni '40. Guerino è un giovane soldato, ha un padre vedovo e infiacchito, uno zio spavaldo e fascista. Scampato all'assideramento nella steppa, al rientro in patria si unisce alle milizie repubblichine. Con gli alleati ormai alle porte di Roma, sembra finire per sempre dalla parte sbagliata della Storia...

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2. la fisica delle cose quotidiane

Lui

Il sentore che qualcosa non filasse per il verso giusto Aurora lo ebbe quando il marito, prima di andare a scuola, afferrò con decisione l’asciugamano che lei gli lanciò dalla soglia del bagno.

Il fatto era che in queste cose, come in molte altre, Modesto riusciva a essere il campione dell’indecisione. Se a qualcuno veniva l’idea di lanciargli un oggetto qualsiasi – una scatola di fiammiferi o un barattolo di marmellata – il suo sguardo stralunato proiettato di rimando verso l’oggetto sembrava volesse inchiodarlo lì, a mezz’aria, sfidando tutte le leggi della fisica. Quando però, suo malgrado, l’oggetto continuava a farsi strada verso di lui, Modesto abbozzava un movimento a L che ricordava quello del cavallo degli scacchi: un passo di lato e poi due indietro o in avanti. La sua filosofia di vita era dunque: scansare. Cosicché l’universo intero degli oggetti si divideva in due tipi: quelli che gli andavano, per così dire, incontro, prendendolo spesso alla sprovvista, e gli altri. Questi ultimi erano quelli che stavano fissi al loro posto, discreti, consultabili a piacimento, i libri per esempio, o il trumeau di legno laccato che aveva lasciato a sua moglie una zia con velleità da nobildonna di campagna.

“Ma tu guarda!” sorrise Aurora. “Il signor Pacini che afferra un oggetto!”

“Lo trovi così strano?”

“Ma no” disse lei, entrò nella stanza da letto e si avvicinò all’armadio. “Non così strano.”

Nudo e scalzo, Modesto la seguì saltellando e si soffermò presso la porta, non osando andare oltre. Aurora, nello specchio interno attaccato all’anta del mobile, osservò il marito tremante per il freddo asciugarsi il corpo bagnato: i glutei luccicarono a turno, ora svelando ora nascondendo il pene rattrappito sotto la macchia scura di peli.

Appena ebbe finito, Modesto si trascinò nella stanza e gettò l’asciugamano sul letto, centrandolo quasi in pieno, con una sola cocca che, andando oltre il bordo, tendeva verso il pavimento. Cosa insolita anche questa, considerato il fatto che ogni volta che provava a lanciare un cappello o un pacco di sigarette sul tavolo, falliva miseramente – nel migliore dei casi l’oggetto ne sfiorava l’orlo e poi, rimbalzando, finiva a terra.

Aurora si girò di scatto.

“Insomma, cos’è questa storia?”

Modesto rimase nudo e immobile nel centro della stanza. “Quale storia?”

“Dio, quale storia!” la moglie afferrò con un sospiro l’asciugamano steso sul letto e lo lanciò in faccia al marito.

“Stai bene, Aurora?” disse lui senza muoversi. Guardò prima lei, poi l’asciugamano che era scivolato ai suoi piedi.

“Sto benissimo!”

“Non ne sarei così sicuro.”

Aurora indicò l’asciugamano steso sul pavimento. “Non capisci che è così che sarebbe dovuto cadere?”

“Ma in che senso, Aurora?” Modesto abbassò gli occhi sul tessuto a spugna che gli toccava la punta del pollice ancora bagnato. “Io non ci sto capendo niente.”

Lei allora si sedette sul bordo del letto e nascose il viso tra le mani.

Lei

Faceva squillare il telefono di bachelite nero tre volte, prima di rispondere.

Era curiosa di come si accordavano, si intrecciavano le cose, più delle cose stesse. Al matrimonio in sé non aveva mai pensato, a differenza delle sue amiche. Era stato tutto quel giorno, nel suo svolgersi dall’alba al tramonto, nella luce di cui era soffuso, nella Firenze del ’46, a decidere come si sarebbero combinate le cose nel tempo.

Aveva visto la chimera etrusca, al mattino, assieme al suo babbo. Poi si erano diretti verso la stazione, lei, giovane e allegra, avvinghiata al braccio di quell’uomo dal volto cupo sotto un cappello sulle ventitré. D’un tratto lei aveva detto:

“Chissà perché qualcuno ha avuto bisogno di dare forma a un animale del genere.”

Il babbo aveva guardato davanti a sé. “Quale animale?”

“La chimera” la figlia gli aveva stretto il braccio con forza. “Non te la ricordi più?”

“Ah, già.”

“Leone, capra e serpente uniti in un unico corpo. Che strano.”

Anche lei si era messa a fissare la strada davanti a sé. La facciata di una chiesa, alla loro sinistra, scintillava sotto il sole di marzo. Finiti da poco gli studi all’istituto magistrale, Aurora aveva la sensazione che la sua vita fosse a una svolta, che bastasse leggere i segni e avrebbe capito tutto. C’era un gruppo di ragazzini che stava giocando a rimpiattino in mezzo al marciapiede. Padre e figlia, assieme a qualche altro passante, avevano dovuto aggirarli.

Mentre quelli zampettavano e gridavano alle loro spalle, il babbo si era aggiustato il cappello e aveva detto: “È soltanto una metafora. Di un monte. Forse di un vulcano.”

Lei all’inizio non aveva capito. La chimera, certo. Aveva allora annuito. In realtà, avrebbe avuto qualcosa da obiettare, ma era il babbo a parlare, e il suo tono comunque dubbioso, cosa assai rara visto che si faceva un punto d’onore di avere un unico dubbio nella vita (riguardava la morte), era un chiaro segno d’affetto, lei lo sentiva. E poi erano già arrivati davanti alla facciata di pietra forte della stazione e avevano entrambi fame.

Sotto la bacheca delle partenze, in piedi, avevano mangiato pagnotte comprate da un venditore ambulante, e guardando i treni che venivano e ripartivano lei aveva ripensato ad alcune donne greche che aveva visto sulla copertina della “Domenica del Corriere” di qualche settimana prima: fiere e sicure, con le camicie e i pantaloni dai colori vivaci, le mitragliatrici spianate, assaltavano un convoglio.

Il capostazione aveva fischiato, si erano avvicinati al binario e il babbo, prima di salire sul treno, con l’altoparlante che riempiva l’aria di parole indistinte, si era toccato il cappello con un dito, le aveva sorriso e le aveva detto: “Signorina.”

Quando il treno si era mosso, lei era rimasta immobile sulla banchina con la sua gonna e giacchetta a righe. Non l’aveva più visto, in mezzo a tutta quella gente dietro il finestrino. Aveva però scorto il suo cappello, sempre sulle ventitré, e forse, di sfuggita, aveva intravisto anche la sua espressione seria con qualche segno di concessione al dubbio di prima. Benché di questo, di averlo guardato in faccia, nel tempo e in modo inversamente proporzionale, sarebbe stata sempre meno certa e più bisognosa, dato che quella era stata l’ultima volta che l’aveva visto.

Sin da bambina aveva sentito dire agli adulti che il suo babbo era un patriota, con all’attivo molte notti piene di pallottole, ponti e sentieri. A quasi un anno dalla fine della guerra, era andato a Roma a incontrare alcuni compagni. Non era più tornato e non se n’era più saputo nulla. Di suo le erano rimasti soltanto una foto e un coltello a serramanico tedesco (marca Solingen) con l’impugnatura di legno da cui si allungava anche un punteruolo. “L’ho tolto a un lurido fascista” le aveva raccontato una volta. Lei, negli anni, l’aveva tenuto sempre sulla consolle a specchiera.

Quel giorno di marzo, però, lei tutte queste cose non le poteva sapere. Mentre passeggiavano nel giardino del museo, qualche ora prima, sostando un attimo sotto il grande tasso, il babbo le aveva detto:

“Mi raccomando, va’ a votare.”

“E tu?”

“Io ho altro da fare.”

“Cambierà qualcosa?”

“Sarà come rompere la crosta del tempo. Vedremo cosa ne esce fuori.”

Un po’ come scolpire un bizzarro animale a tre teste mai visto prima.

Aveva deciso di andarci subito, appena fuori dalla stazione, a passo sciolto, le spalline imbottite della giacchetta che formavano angoli e davano tagli netti all’aria. Correva a votare come le aveva detto il babbo, senza ragionarci su più di tanto, compresa com’era del ruolo politico assegnato alle donne per la prima volta, della chimera etrusca, di lui che le diceva “signorina”.

Quando era uscita dall’edificio della scuola adibito a seggio elettorale, si era d’un tratto accorta di quel ragazzo che era sceso proprio dallo stesso treno su cui era salito suo padre. Portava giacca e pantaloni blu di lana pettinata abbastanza frusti e aveva un modo di camminare che sembrava non volesse trattenere i piedi sulla terra un minuto di più. Così saltellando, quando si fermava era come se rollasse, ansando, assieme all’imbarcazione su cui si trovava e, scrutando un punto in lontananza, mancava poco che si mettesse a gridare dalla coffa, a seconda del caso: “Terra!”, oppure: “Pericolo!”

Aveva detto invece, appena le era stato vicino: “L’ho seguita dalla stazione” e lì si era fermato, guardando un punto nel cielo, sopra il semicerchio della nuca di lei, rotto da una forcina un po’ sghemba. Poi aveva aggiunto un sorriso. La ragazza, in tutta risposta, si era voltata all’indietro, come a dire: se c’è qualcosa da vedere alle mie spalle, la voglio vedere anch’io. Non c’era nulla, a parte il sole, la fila di donne e uomini che aspettavano il loro turno per votare e la musica di una banda che giungeva da non molto lontano.

Tornando a fissarlo, gli aveva detto: “Allora?”

E lui: “Sono di un paese vicino Roma, e sono stato un partigiano.”

Lei: “Proprio come il mio babbo.”

Lui, quasi sussurrando: “Io non ho più nessuno.”

Lei, abbassando lo sguardo: “Hai fame?”

Si erano incamminati spediti verso la piazza, brulicante di una festosa...



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