Jabotinsky | I cinque | E-Book | www2.sack.de
E-Book

E-Book, Italienisch, 320 Seiten

Reihe: Sírin

Jabotinsky I cinque


1. Auflage 2018
ISBN: 978-88-6243-395-2
Verlag: Voland
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark

E-Book, Italienisch, 320 Seiten

Reihe: Sírin

ISBN: 978-88-6243-395-2
Verlag: Voland
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark



Città di frontiera, caravanserraglio di popoli e culture, l'Odessa che stregò Aleksandr Pu?kin e Mark Twain rivive nei Cinque di Vladimir Jabotinsky in un sorprendente affresco d'inizio '900 ricco di contaminazioni. Il narratore - un giovane giornalista ebreo 'russificato' - compie un nostalgico viaggio immaginario nel luogo della sua giovinezza, la vivace città portuale sulle coste del Mar Nero. Attraverso la storia della famiglia Mil'grom, emblema della borghesia ebraica, e le vicende dei suoi cinque figli - Marusja, Marko, Lika, Serë?a e Torik - viene raccontato il destino e il mondo perduto degli ebrei odessiti in tutto il suo colore e la sua vitalità, tra vulnerabilità storica ed eterno ottimismo.

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II. SERËŽA

Qualcuno in seguito mi disse che la ragazza dai capelli rossi apparteneva alla famiglia Mil’grom; e, lasciando il teatro, mi ricordai che ne conoscevo già un componente.

Ci eravamo incontrati di recente, in estate. Soggiornavo allora da alcuni conoscenti che trascorrevano la fine di agosto in una dacia proprio sulla spiaggia di Lanžeron3. Una mattina, mentre i miei ospiti dormivano ancora, scesi a fare il bagno e poi mi venne voglia di remare un po’. I miei amici possedevano una barca dal fondo piatto con due coppie di remi; con non poca fatica la trascinai sulla ghiaia grossa (o più semplicemente ‘sabbia’, come diciamo noi) per metterla in acqua e solo allora mi accorsi che qualcuno, durante la notte, aveva spezzato entrambi gli scalmi sulla sponda destra. Altri di scorta non ce n’erano. Sul nostro litorale gli scalmi erano alquanto rudimentali – semplici asticelle di legno alle quali, per mezzo di corde, si attaccavano goffi remi dall’impugnatura larga; era necessaria una certa maestria per impedire che i remi si girassero e battessero sull’acqua di piatto. In compenso però, non era necessaria alcuna abilità per costruire una scalmiera del genere, era infatti sufficiente piallare qualche piccolo pezzo di legno. Ma non ci avevo nemmeno pensato. La nostra era una generazione cresciuta senza un barlume di manualità: quando si staccava un bottone, chinavamo il capo afflitti e fantasticavamo di una vita familiare, sognavamo una moglie, meravigliosa creatura che non teme simili imprese, che sa dove comprare l’ago e dove il filo, e semplicemente sa come affrontare tutto questo. Stavo immobile davanti alla barca, affranto e a testa bassa – come davanti a una macchina estremamente complessa in cui un misterioso elemento si era rotto – in attesa di Edison e del suo necessario intervento per cavarmi d’impaccio.

Nel mezzo di quell’afflizione, un giovane ginnasiale sui diciassette anni mi si avvicinò; venni a sapere più tardi che di anni ne aveva appena sedici, ma era davvero alto per la sua età. Osservò i resti degli scalmi con l’occhio pratico dell’uomo navigato e mi fece serio una domanda:

– Chi è il guardiano del vostro lido?

– Cubcik, – dissi io – un tale Avtonom Cubcik, un pescatore.

Rispose con tono sprezzante:

– E questo spiega tutto, Cubcik! Persino gli altri pescatori gli danno dello scalzacani.

Sollevai il capo giulivo. L’autentica passione della mia vita è sempre stata la linguistica, ma vivendo in un ambiente illuminato dove tutti si sforzavano di pronunciare le parole correttamente, alla maniera granderussa, mi ero ormai disabituato alla parlata popolare dei quartieri di Fontan, Lanžeron, Peresyp’ e dei Giardini del Duca. “Gli danno dello scalzacani.” Che meraviglia! Gli danno, ossia lo considerano. Quanto a scalzacani – è assolutamente impensabile spiegarlo; in una sola parola è racchiusa un’intera enciclopedia di peggiorativi. Il mio giovane interlocutore proseguì la conversazione con lo stesso stile, il guaio è che io ho dimenticato la parlata della mia città natale e quindi riporterò la gran parte delle sue parole in una lingua banale, con la dolorosa consapevolezza che ogni frase non è quella autentica.

– Aspettate un po’, – disse – è semplice ripararli.

Mi stava di fronte un uomo di un’altra specie, un uomo che sapeva come usare le sue dieci dita! Per prima cosa, aveva in tasca un coltello, non un semplice temperino, ma un vero pugnale finlandese, di quelli che si usano per cacciare. Non gli ci volle poi molto a procurarsi il legno necessario: diede un’occhiata in giro, per assicurarsi che nessuno lo vedesse, quindi si avvicinò sicuro al capanno dei vicini, una costruzione che comprendeva alcuni gradini, e staccò dalla ringhiera la balaustra inferiore. La spezzò in due metà uguali aiutandosi con il ginocchio; levigò una delle due metà e verificò che entrasse nel piccolo foro dello scalmo, quindi la levigò un altro po’; eliminò i mozziconi dei vecchi scalmi e inserì quelli nuovi. Ci mancava solo che concludesse solenne: “Allora, vecchio, è pronta ormai…”4 E invece, con la stessa intraprendenza di chi spavaldo va dritto allo scopo, mi suggerì il modo per sdebitarmi:

– Mi portate a fare un giretto in barca con voi?

Io, ovviamente, accettai, ma poi lanciai un’altra occhiata alla sua coccarda da ginnasiale e, giusto per mettermi la coscienza a posto, domandai:

– A pensarci bene, però, l’anno scolastico è già iniziato… E voi collega, a quest’ora non dovreste essere in classe per la prima lezione?

Le cadet de mes soucis* – replicò indifferente, già occupato a infilare negli scalmi gli anelli di corda con i remi. La risposta gli era sfuggita in francese istintivamente, non era una posa: venni poi a sapere che in casa Mil’grom i più piccoli avevano in effetti avuto delle governanti francesi (non così Marusja e Marko, dal momento che all’epoca il padre non guadagnava ancora abbastanza per potersele permettere). In generale il ragazzo non si dava molte arie e, come se non bastasse, non si preoccupava affatto del suo interlocutore, né di quello che costui potesse pensare, ma era assorbito dalle sue faccende: verificò i nodi sugli anelli; sollevò il tavolato – per controllare che non ci fosse acqua; aprì la cassetta sotto il sedile di poppa – per accertarsi che lì ci fosse la gottazza; picchiò in qualche punto, sfregò qualcosa. Nel frattempo riuscì a riferire che aveva deciso di marinare la scuola poiché aveva saputo da un compagno che viveva a pensione dal greco – che era in realtà un ceco che insegnava lingua greca – che questi quel giorno aveva stabilito di chiamare alla lavagna proprio lui, il mio nuovo amico. Aveva dunque lasciato un messaggio alla madre (che si alza tardi): “Se passa il sorvegliante, digli che sono andato dal dentista”, affidato lo zaino al vicino mercante di tabacco e proseguito verso Lanžeron.

– Un tipo davvero amabile vostra madre – approvai sinceramente. Stavamo già remando.

– Sì, ci sta, – confermò lui – tout à fait potable*.

– Ma per quale motivo abbandonare lo zaino dal vicino? Dal momento che vostra madre era d’accordo, avreste potuto lasciarlo a casa.

– Impossibile a causa di papà. Non ci ha ancora fatto l’abitudine. Va fuori di sé quando firmo al suo posto sotto i voti. Ma non importa, si abituerà. Domani scriverò un intero messaggio con la sua bella grafia: ‘Mio figlio, Mil’grom Sergej, della quinta classe, è stato assente il giorno tal dei tali a causa di un violento mal di denti.’

Ci eravamo allontanati parecchio; era davvero un ottimo canottiere e conosceva a fondo il linguaggio marinaro. Oggi il vento – non un vento qualunque, ma precisamente la ‘tramontana’ – rinfrescherà di nuovo verso le cinque. “Scìate un po’ a tribordo o finirà che urteremo quella battana laggiù.” “Guardate – una focena morta” e indicò la carcassa di quello che a me sembrava un semplice delfino, ributtata dalla tempesta del giorno precedente sullo spiazzo inferiore di un frangiflutti non lontano dal faro.

Nelle pause tra una nota nautica e l’altra, mi diede parecchie e frammentarie informazioni sulla sua famiglia. Il padre ogni mattina “si precipita in ufficio con l’omnibus”, e proprio per questo è così pericoloso, una vera mina vagante, quando Sergej non ha voglia di andare al ginnasio – visto che gli tocca uscire insieme a lui. La sera, a casa, è un ‘pigia pigia’ (e cioè affollato come il mercato delle pulci la domenica); vengono in visita dalla sorella maggiore i suoi ‘passeggeri’, per lo più studenti. E poi c’è Marko, il fratello maggiore, un tipo niente male, passabile quanto basta, ma ‘stordo’ (non conoscevo questo termine, evidentemente parente di citrullo o forse fannullone). Marko “quest’anno è nietzschiano”, e Serëža gli ha dedicato questi versi:

Con i pantaloni strappati, ma dai pensieri raffinati;

Ragazzo studente e tre volte ripetente.

– A casa, – aggiunse – questa è la mia specialità. Marusja pretende dei versi per ognuno dei suoi ‘passeggeri’.

Lika, l’altra sorella, anche lei più grande di Serëža, “si è mangiata le ultime unghie rimaste e adesso si annoia e ce l’ha con tutta Odessa”. Il più giovane di tutti è Torik, ‘il sostegno del trono’: egli “giudica tutto in maniera così corretta che subito ci si deprime”.

Quasi dimenticavo di raccontare come giungemmo dalle parti del faro: scorgendo da lontano la battana contro la quale avremmo urtato, se non avesse dato l’ordine di ‘scìare’, Serëža si ricordò che a quell’ora al molo Androsov c’era una miriade di piccole imbarcazioni provenienti da Cherson e cariche dei cocomeri dei conventi.

– Si va laggiù, volete? E mangiamo lì: offro io.

Era divertente con lui, stavo bene, e comunque alla dacia nessuno avrebbe avuto bisogno della barca fino a sera; in più promise che per il viaggio di ritorno avrebbe imbarcato ‘uno della gargotta’: quello avrebbe vogato e io mi sarei riposato. Accettai l’invito e così, dopo aver doppiato il faro – manovra che richiese circa tre ore a causa del vento, delle onde e per la necessità, ogni mezz’ora, di aggottare da sotto la pavimentazione della barca l’intero Mar Nero – ci presentammo al porto.

– Ammiragli terrestri sono! – imprecò Serëža all’indirizzo dei miei amici che si erano occupati in maniera tanto negligente della barca.

Al molo dovemmo aprirci...



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