E-Book, Italienisch, 224 Seiten
Reihe: Saggi
Issaa Educazione rap
1. Auflage 2021
ISBN: 978-88-6783-330-6
Verlag: ADD Editore
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark
E-Book, Italienisch, 224 Seiten
Reihe: Saggi
ISBN: 978-88-6783-330-6
Verlag: ADD Editore
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark
Dopo 'Vivo per questo', che lo ha portato nelle università americane e nelle scuole italiane, Amir Issaa ha cominciato a usare il rap come strumento didattico. Rileggendo in chiave rap elementi di poetica, fa scoprire ai ragazzi che le canzoni che ascoltano dal cellulare sono anche il risultato di un esercizio linguistico. 'Educazione rap', oltre a essere il racconto delle esperienze peculiari vissute da Amir nelle scuole e università, è anche uno strumento per un percorso che mette al centro gli studenti e la parola, le emozioni e la lingua, la vita e l'esercizio. Per i ragazzi ormai è chiaro che l'aspetto che più mi affascina del rap è la scrittura. Il lavoro sulla scrittura per raccontare la realtà, la propria storia e quelle altrui utilizzando le rime, costruendo uno stile. Da anni vado nelle scuole a combattere stereotipi e pregiudizi usando il potere delle parole: identità, seconde generazioni, diritti, George Floyd, periferie, America, femminismo. Ecco come comincia la parte pratica dell'educazione rap, in cui gli studenti diventeranno protagonisti scrivendo i loro versi. Mani che si alzano: 'Ci sono delle regole per scrivere il rap?' 'Sono le regole della poesia?' 'Ma senza musica come si fa?'. Anche i più sfacciati, messi davanti al foglio, prendono tempo. - Amir Issaa
Autoren/Hrsg.
Weitere Infos & Material
#caropresidente 2012-2021
Più di mezzo milione di persone
Che vivono nascoste, stranieri in questa nazione
Ci sta Daniel ci sta Amir c’è Simone
Vogliamo i nostri diritti non chiediamo un favore […]
Il futuro è adesso questa è la realtà
Andate a guardare nelle scuole, nelle università
E se l’Italia è in Europa come Londra e Parigi
Stesso sangue scorre dal Po fino al Tamigi
Ius soli, ius sanguinis non fa differenza
Parlo di esseri umani che usano l’intelligenza
Caro Presidente, una mano sulla coscienza
Se la sfida è il futuro abbiamo perso in partenza.
Caro Presidente
Nel 2012 mi ha contattato Elisa Finocchiaro, una ragazza della mia età che da poco tempo aveva intrapreso una collaborazione con change.org. Avevo la sensazione di aver già sentito parlare di questa piattaforma che raccoglie petizioni, ma immaginavo fosse collegata soprattutto alle questioni ambientali. Proprio non capivo cosa potessero volere da un rapper.
«Amir vogliamo fare qualcosa per le seconde generazioni e abbiamo pensato a te.»
Ecco, ho pensato, è l’ennesima proposta di collaborazione gratuita che arriva da una delle tante associazioni che già in quel periodo si occupavano a tempo pieno della “battaglia” per il riconoscimento della cittadinanza italiana alle ragazze e ai ragazzi nati qui da genitori stranieri.
Sbagliato.
Questa volta la richiesta era diversa, più strutturata. Avevano un piano d’azione dettagliato e un budget da investire.
Elisa aveva ascoltato alcune mie canzoni come Straniero nella mia nazione in cui affrontavo questa tematica, quindi mi aspettavo che mi chiedesse di scrivere un pezzo nuovo da usare come lancio della campagna.
Sbagliato, di nuovo.
Mi ha proposto di scrivere un appello destinato al presidente della Repubblica per chiedergli di parlare delle cosiddette seconde generazioni durante il discorso di fine anno, quello trasmesso in televisione a reti unificate, perché farlo avrebbe sensibilizzato l’opinione pubblica su un problema legislativo che toccava tantissime persone.
Mi sono preso un paio di giorni per riflettere e capire come usare al meglio quell’occasione. Ho proposto a Elisa di farmi realizzare una canzone che sarebbe stata veicolata sul web grazie a un videoclip, e che a quel videoclip avremmo legato il link alla lettera al presidente. Quando le ho parlato avevo già tutto chiaro nella mia testa: sapevo chi poteva farmi la base, chi avrebbe messo a disposizione lo studio di registrazione, e chi sarebbe stato il regista del videoclip. Tutta gente del mio giro e con cui avevo già lavorato. Elisa ha accolto subito la mia idea e si è proposta di aiutarmi per il testo, in cui abbiamo usato alcune parole che alle mie orecchie suonavano ancora poco chiare, come ius sanguinis e ius soli. Lei mi ha spiegato meglio il significato di queste due espressioni, e quali conseguenze hanno sulla vita delle persone. Le parole sono questo: lettere con un bel suono che aggregate significano qualcosa, e quel qualcosa condiziona la nostra esistenza.
Secondo la legge, che è stata introdotta nel 1992, il solo modo di acquisire la cittadinanza è lo ius sanguinis, un’espressione latina che significa “diritto di sangue”: un bambino è italiano se almeno uno dei genitori è italiano. Un bambino figlio di genitori stranieri, anche se nato in Italia, può chiedere la cittadinanza solo dopo aver compiuto 18 anni e se fino a quel momento ha vissuto “legalmente e ininterrottamente” in Italia.
Questa legge è ormai fuori dal tempo e dalla realtà: sono decine di migliaia i bambini figli di genitori stranieri nati e cresciuti in Italia, e serve una nuova legge adeguata ai tempi.
Si parla quindi di ius soli, altra espressione latina che significa “diritto legato al territorio”: chi nasce in un certo Stato ottiene automaticamente la cittadinanza, come succede negli Stati Uniti, in Canada, in alcuni Paesi dell’America Latina, e in alcuni Paesi dell’Unione Europea, come la Francia per esempio. Questa forma è quella che si definisce ius soli puro, invece la legge che è stata presentata al Senato nel 2015 parla di ius soli temperato, secondo il quale un bambino nato in Italia diventa automaticamente italiano se uno dei due genitori si trova legalmente in Italia da almeno cinque anni.
È vero che avevo già scritto brani in cui parlavo di queste cose, ma lo avevo sempre fatto in modo istintivo e senza pensarci troppo, utilizzando uno stile diretto e senza usare parole di cui non conoscevo il significato, e di certo il latino non era parte del mio linguaggio…
Lì per lì mi sembrava strano ritrovarmi a scrivere un pezzo rap in cui inserivo parole e figure retoriche che mi venivano suggerite da un’altra persona ma, a pensarci bene, non stavo facendo niente di nuovo…
Rap è riciclo
Facciamo un passo indietro, e ci ritroviamo nel futuro. Qualche mese fa Rondo Da Sosa, uno dei giovani rapper più seguiti di Milano (nato nel 2002), ha fatto un post in cui diceva:
Sono il maggior esponente della drill italiana, i fatti parlano. Sono stato il primo a portare la drill italiana in Inghilterra, Europa e overseas.
Il post segue la notizia che il magazine britannico «GRM Daily», che conta quasi due milioni di follower, ha selezionato sette tracce provenienti da diversi Paesi, e per l’Italia è stata scelta Louboutin di Rondo Da Sosa e Vale Pain con la dicitura «Italian drill is hard». La drill è un sottogenere di rap che è nato nella prima decade del duemila a Chicago, e successivamente si è diffuso a livello globale trovando in Inghilterra terreno fertile. Lì si è evoluto ibridandosi con altri sottogeneri come il grime, creando quella che oggi viene chiamata UK Drill. La particolarità a livello musicale è che le basi hanno un ritmo molto sincopato, e il contenuto dei testi è legato principalmente alla vita di strada. I sobborghi di Londra e quelli di Chicago hanno in comune, purtroppo, una forte presenza di violenza tra bande che fanno di questa musica la loro colonna sonora.
Il verbo del rap non è inventare, ma rielaborare. E il valore è dato dall’originalità con cui si rielaborano elementi già esistenti. Il rap è un’economia di recupero, potremmo dire anche di riciclo intelligente: costruisco un tappeto sonoro su cui mettere le parole prendendo quel che serve, pezzi, a volte frammenti davvero minuscoli, di dischi trovati a casa, al mercatino delle pulci, prestati da un amico. Quando ho cominciato a fare rap, noi quasi ci vergognavamo della tradizione musicale italiana, volevamo usare solo break (un interludio strumentale, di solito eseguito con percussioni) della musica soul e funk americana. Qualche volta provavamo a mascherare le tracce, dicendo che ci eravamo “ispirati” a quella canzone, perché non volevamo che poi si dicesse “eh ma quello ha copiato”.
Oggi tutto questo paravento non esiste più, i ragazzi fanno del typebeat una bandiera. Non c’è alcun bisogno di spiegare di aver preso quel passaggio perché… è alla luce del sole, ed è un punto di forza: ho preso quel pezzo perché è perfetto per completare il mio pezzo. È quasi un omaggio a chi prima di te, magari dall’altra parte del mondo, ha composto quel passaggio musicale che renderà la tua traccia migliore. Il typebeat è una sorta di ammissione del tipo: “Mi sono ispirato a” e oggi per un ragazzo che si avvicina alla produzione di basi musicali è una cosa normalissima da scrivere in descrizione del suo video caricato su YouTube (e aiuta anche gli utenti nella ricerca sfruttando delle parole chiave). Se in un determinato periodo va di moda il suono di un producer troverete centinaia di typebeat in rete che riportano il suo nome. Ad esempio se provate a digitare su YouTube «Charlie Charles typebeat» ne troverete a centinaia, e non è un caso visto che è il producer che firma la musica di tutte le canzoni di Sfera Ebbasta, che è uno dei rapper più seguiti e a sua volta più imitati. Questo ha ribaltato le cose rispetto alla mia generazione che invece tendeva a vantarsi di una sua originalità, e anche se qualcuno si fosse ispirato palesemente a un producer d’oltreoceano forse lo avrebbe tenuto nascosto. Questo può succedere anche quando il typebeat è ispirato al rapper. Se digitate “Capo Plaza typebeat”, troverete chi si è ispirato al tipo di basi che usa solitamente quell’artista.
Quando è morto Ennio Morricone, ci siamo ritrovati sbigottiti a leggere quanti artisti hip hop americani lo abbiano campionato per realizzare delle basi musicali, e lo hanno ricordato dicendo che la sua musica viveva ancora in molte delle loro canzoni. Eh sì, Morricone, maestro nel mescolare la musica raffinata a quella popolare, ha lasciato un segno anche nel rap statunitense: Jay-Z, Nas, Eminem, The Alchemist, Havoc, Westside Gunn e tanti altri.
Oggi è normale per me usare le parole in forme di comunicazione che non sempre sono legate a un beat, ma dieci anni fa (quasi) il rap era l’unico strumento verbale che usavo per dire quello che pensavo. Ancora non avevo esplorato il potere dello slam poetry e della poesia, in cui le parole possono viaggiare da sole, liberandosi dalla gabbia della musica. Nel 2018 mi hanno...




