E-Book, Italienisch, 352 Seiten
Ismailov Il figlio del sottosuolo
1. Auflage 2025
ISBN: 979-12-82156-04-2
Verlag: Utopia Editore
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark
E-Book, Italienisch, 352 Seiten
ISBN: 979-12-82156-04-2
Verlag: Utopia Editore
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark
Figlio di un atleta africano e di una donna siberiana, il piccolo Mbobo cresce tra i corridoi e le sale delle più celebri stazioni della metropolitana di Mosca. La sua breve esistenza solitaria copre lo stesso arco temporale della decadenza e del crollo dell'Unione Sovietica, e ha per sfondo l'intricato schema della metropolitana, corpo sotterraneo della città e proiezione inconscia del sistema sovietico. Un fiabesco regno del sottosuolo che incanta con i suoi ambienti sfarzosi, monumentali, ma è a tratti inquietante, come una misteriosa ragnatela in cui Mbobo, abbandonato dal padre prima della nascita e poi dalla madre, cerca rifugio dalla crudeltà e dall'indifferenza del mondo in superficie, un mondo sempre più frammentato, che ha perduto i suoi punti di riferimento e si sta progressivamente dissolvendo.
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Littera I
Chiasmo
Due o tre frasi mi ossessionano:
«Ho aggiunto arsenico al tempo...».
E ora potrò prevedere come finirà
per quel che mi sarà dato
vedere. «Dio giustifica i mezzi».
Non amo i nomi in forma participiale,
ma dove si finisce senza giustificazioni
al cospetto dei tempi imperituri?
Tra un sorso di champagne e la faringe
dove la parola nello slancio si accartoccia
o si estende: lago e barca
costretti nel ghiaccio per quel che finora
tra loro c'è stato e che detti
c'eravamo io e te,
lui, noi, voi e loro.
Perché dai giorni non inclusi nei giornali
il cavo del telegrafo fu scoperto?
Tra la vita e la «poesia»
nella comunione col nome il tremore
del «salì sulla croce», rivelatore del teorema che
quanto espresso è una menzogna.
Che la salvezza delle parole non attende.
E non si vede l'ora di dimostrare
che in quel tempo crocifisso perduto
è il senso delle parole passate
ma resta ancora qualcosa da dire...
Sono il figlio illegittimo di Mosca. Mia madre proveniva da una sperduta cittadina della Siberia, Abakan, o forse Tajšet, e sul passaporto figurava con il bizzarro nome di Mosca, anche se poi tutti preferivano chiamarla Mara o Marusja. Mi aveva concepito con un estroverso atleta africano proprio nell'anno delle Olimpiadi o forse prima, durante la fase preparatoria dei giochi. Aveva un permesso di lavoro temporaneo e l'avevano impiegata tra i vigilanti nel villaggio olimpico.
«Prima ci hanno giocato, poi ce l'hanno messo in quel posto», avrebbe sempre detto poi, quand'era ubriaca.
E fu così che venni al mondo io: un incrocio tra un bulldog e un rinoceronte. Mbobo detto Kirill. La mamma morì quando avevo otto anni e io la seguii quattro anni dopo. Questo è il ricordo della mia breve esistenza moscovita. Il resto non sono che memorie fugaci, fiorite troppo tardi.
Quando sei condannato come me a vivere sottoterra gran parte della tua vitina da negro-chakasso, l'unico amico che ti rimane non sono i vermi che divorano i tuoi obliqui occhi viola, né le radici di irsuti abeti che la notte suggono via da te il colore scuro della tua pelle, e neppure i morti – tutti moriamo in solitudine – ma la metropolitana cittadina. E non solo perché, quando avevi cinque anni, tua madre, smaltita la sbornia, ti aveva regalato, per penuria di denaro, un variopinto schema della metropolitana dicendo «ecco qua il tuo ritratto, Mbobo, piccolo sole della mia vita».
E neppure perché avevo sempre cercato di sfuggire alle paure e alle ossessioni della vita in superficie in quel regno sotterraneo dove diventavo anch'io un'ombra smorta, indistinguibile per colore e sorte. O perché tutte le mie giornate terminavano nel sottosuolo e le notti cominciavano lì nei dintorni. No, la metropolitana finisce per essere la tua unica amica per quel rombo che squarcia la terra mentre la scossa improvvisa del treno che ti sfreccia accanto ti fa vibrare le ossa e battere i denti, e le formiche, che hanno costruito lì il loro rifugio, corrono lungo la superficie scura che fino a poco prima era la tua pelle.
«Cittadini passeggeri, il treno termina qui la corsa. Si prega di liberare le carrozze...».
Stazione Komsomol'skaja
Il primo libriccino che mi comprò la mamma raccontava la storia di uno spaventoso fiore di nome Vinca. Rimanere da solo al cospetto delle illustrazioni di quel racconto, soprattutto davanti al disegno di una bardana lanuginosa che si propagava da ogni parte, nella pagina, coi suoi uncini, mi gettava nel terrore. Un bel giorno decisi di sbarazzarmi del libro, presi dei fiammiferi e scesi per la tromba delle scale del nostro convitto fino allo scivolo dei rifiuti, poi gli diedi fuoco. Le fiamme incendiarono la vinca e la bardana secca e divamparono con tanta forza da espandersi come quell'orribile pianta infestante, aggredendo anche i miei pantaloni, così che dallo spavento mi misi a strillare con tutto il fiato che avevo in gola. Accorsero i vicini che, facendomi rotolare per terra, riuscirono a estinguere il fuoco, ma non a placare il terrore che mi faceva urlare senza sosta:
«Per favore, non dite niente alla mamma! Non ditele niente...».
Quando la mamma rientrò, le riferirono tutto e così, nella nostra stanzetta, cominciò a colpirmi con una delle sue cinture più spesse.
Ricordo quanto mi bruciava, frustata dopo frustata, la pelle carbonizzata sulla schiena e sulle natiche, strillavo dal dolore, ma quel che più temevo era che la mamma smettesse di fustigarmi e mi intimasse invece di raccogliere le mie cose e di andarmene da mio padre. Dove sarei finito? Nell'Africa nera, rovente, in quella terra che mi appariva come un inferno?! Ma invece si limitò a frustarmi ripetendo «non ti è bastato? Ne vuoi ancora?!». Lasciò che affondassi nella mia brandina calda, sparse dei chicchi di mais in un angolo e poi mi ci fece inginocchiare sopra a gambe scoperte. È così che la fetida bardana si vendicò di me, guardandomi e sogghignando, appesa al muro, sotto le mentite spoglie di una mappa della metropolitana.
In seguito, il mio primo patrigno, che mia madre mi impose di chiamare non zio Gleb, ma «papà», mi regalò un libro coi disegni di una città sotterranea e fiabesca chiamata «Metro» e un abbecedario con illustrazioni simili. Nelle lunghe serate invernali, quando a tre, quattro anni mi lasciavano da solo al convitto, dietro le finestre dai doppi vetri, con strati di ovatta tra un telaio e l'altro, esaminavo con diffidenza i due libri e i loro disegni acquarellati. Oppure mi limitavo a fissare l'oscurità azzurrina di Mosca, che mi faceva pensare a quegli schemi sotterranei e alle mie viscere tutte sottosopra, terrorizzate. E mi chiedevo se quei libri avrebbero attirato su di me qualche sventura.
All'età di tre, quattro anni vidi per la prima volta in sogno quella città sotterranea, sfavillante di luci colorate. Proprio perché era sottoterra, nel sottosuolo, la rischiaravano luci ancora più intense di quelle che vedevo nella realtà, e avrei desiderato chiamarla con il nome che mi era più caro: Mosca. Là sotto le lampade scintillavano come stelle, il marmo e il granito rifulgevano di una nobile lucentezza e la città, circonfusa da una speciale aura ultraterrena, era avvolta in un'oscurità calda e viva, simile alla luce che filtra attraverso i sogni. In quelle tenebre così intime non si discerneva il colore dei volti illuminati dal chiarore di quelle stelle e quella luna sotterranee, e del marmo e del granito, e io sentivo quel regno come mio. Quel sogno divenne ricorrente.
Ma un giorno «zio Gleb», che chiamavo «papà», dalla sua casa di Chimki-Levoberežnyj, dove vivevamo anche la mamma e io, mi portò con sé a Mosca. Sull'elettrotreno invernale tutti mi osservavano, come si osservano certi animali bizzarri allo zoo, e quando uscimmo fuori sulla piazza, mi si parò davanti il Cremlino, anche se «papà» mi spiegò che era solo la stazione Leningradskij. Dopo aver attraversato la piazza, ci ritrovammo di fronte alle imponenti porte di un tempio.
Certo ricorderete l'atrio della metropolitana all'uscita della stazione Kazanskij, con le sue porte imperiali spalancate e gli undici lampadari sotto cui si estende un immenso arco con la scritta a caratteri cubitali «Metro»... E sopra l'arco lo stemma dentato di Mosca, con le sue volute sinuose simili a lettere dalle gambe divaricate, sinonimo del Cremlino, che risplendeva di una vivida luce color rubino.
Sentivo nel profondo di me stesso che stavo per penetrare in un mondo nuovo e, davanti a quelle porte spalancate, fui colpito dall'odore greve e acre dell'aria, simile a quello che impregnava le chiese che frequentava zio Gleb, ma a cui si aggiungeva un sentore putrido e viscoso. Qui l'aria sembrava intridersi più che altrove del sudore dei corpi. Folle di persone con valigie e bauli si accalcavano ai tornelli come formiche. Conoscevo due fiabe che potevano venirmi in aiuto: una parlava di un orfano la cui madre era scomparsa all'interno di una roccia ed era perciò necessario dire «apriti, roccia!» perché la pietra spalancasse la sua bocca. La seconda raccontava di Alì Babà, che era penetrato di sua volontà in una grotta dopo aver pronunciato la formula segreta «apriti, sesamo!». La prima fiaba mi atterriva, l'altra solleticava la mia curiosità.
«Papà» mi condusse verso una cassetta di ferro appesa alla parete, in cui introdusse una moneta. Subito ne uscì una manciata di grossi spiccioli da cinque copechi. Ah, com'era generoso questo mondo! Zio Gleb mi mise in mano una moneta da cinque copechi e mi spiegò come infilarmi velocemente nel passaggio dove fauci metalliche con guarniture di gomma alle estremità si...




