E-Book, Italienisch, 336 Seiten
Reihe: Connessioni
Iovino Ecologia letteraria
1. Auflage 2025
ISBN: 978-88-6627-439-1
Verlag: Edizioni Ambiente
Format: EPUB
Kopierschutz: Adobe DRM (»Systemvoraussetzungen)
E altri scritti di ecocritica
E-Book, Italienisch, 336 Seiten
Reihe: Connessioni
ISBN: 978-88-6627-439-1
Verlag: Edizioni Ambiente
Format: EPUB
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Serenella Iovino è James G. Hanes Distinguished Professor alla University of North Carolina at Chapel Hill, dove insegna Environmental Humanities e dirige il dottorato in Italian Studies. Voce di riferimento nel dibattito ambientale internazionale, ha pubblicato, tra gli altri, Paesaggio civile. Storie di ambiente, cultura e resistenza (2022; menzione speciale al Premio Mazzotti-Gambrinus 2024; la versione inglese nel 2016 ha vinto il Book Prize dell'American Association for Italian Studies e il premio della Modern Language Association), Gli animali di Calvino. Storie dell'Antropocene (2023; vincitore del Premio Nazionale di Divulgazione Scientifica - Sezione Scienze umane, e del Premio letterario Green Book). Scrive per il quotidiano la Repubblica e per il suo supplemento culturale Robinson. Per il suo contributo alle scienze umane per l'ambiente, nel 2025 ha ricevuto il Premio 'Seres Puentes' dello Humanities for the Environment North American Observatory, attivo alla Arizona State University sotto il patrocinio dell'Unesco.
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Prefazione alla nuova edizione
di
A distanza di vent’anni dalla sua pubblicazione nel 2006 il ritorno di (arricchito da una nuova appendice) conserva inalterata la sua necessità teorica e ribadisce l’originalità di una scrittura in grado di sondare le terre e le acque dei testi fino a restituire a noi lettrici e lettori quei campioni che permettono analisi, diagnosi e forse possibili cure.
Strategia è la scienza del movimento di un’armata: le miti ma scientificamente agguerrite armate schierate da Serenella Iovino appartengono, nell’ordine, a Anna Maria Ortese, Clarice Lispector, Pier Paolo Pasolini, Jean Giono. A loro si affianca come un corpo solitario e imprescindibile la poesia di Emily Dickinson con un solo testo, “Four Trees”, che fa da stella polare a questa costellazione di nomi.
Leggere (e rileggere) implica una scelta libera da pregiudizi fatta di decostruzione e sconfinamento, un immaginare spazi diversi, una possibilità di spalancare radure nella nostra mente per costruire alleanze tra parole e piante, tra animali umani e non umani con uno sguardo inedito, non antropocentrico e non identitario, ma eccentrico: uno sguardo in grado di vedere le opere letterarie senza trasfigurarle o idealizzarle. Iovino non ha una relazione spettrale con le autrici e gli autori di cui parla. Non idealizza né le loro vite né le loro opere, non le usa per forzare un’ideologia. Legge condividendo con noi i loro materiali. Se li prende in esame è per far respirare le loro parole, farle agire attraverso la materia di cui sono fatti i loro pensieri.
Le pagine di infatti non sono mai statiche ma brulicano, sono piene di insetti, di foglie, alberi, rettili, pietre, ogni studio disegna “strategie di sopravvivenza” anche attraverso quell’“ammonimento” (la parola è di Ortese) che può essere agghiacciante se serve a ricordare un passato non troppo remoto: “Alla fine dell’Ottocento”, leggiamo nell’esergo al capitolo dedicato all’, “un rapporto annuale sul numero e la natura degli animali uccisi nell’Africa sud-occidentale tedesca apriva così la lista dei mammiferi: ‘donne boscimani: 400’” (Skotnes, 1998).
Le donne boscimani sono “mammiferi”: fanno parte di una lista di animali uccisi e uccidibili, neppure sacrificabili, solo catalogabili. “Ciò che ogni sterminio implica – scrive Iovino – è la negazione dell’umanità delle vittime”. I diritti delle donne sono recenti. Mary Wollstonecraft nel 1792 aveva denunciato l’equazione bestie = donne = schiavi. Alle donne come Estrellita, il nome “umano” dell’, viene negata l’anima come alle bestie, e le bestie sono schiave e gli schiavi bestie. Tutto si tiene in un sistema di controllo, prevaricazione e sfruttamento economico che passa attraverso i corpi come quello metamorfico ora di scaglie ora di pelle, ora di vecchia, ora di ragazza, ora di bambina, ora di rettile di Estrellita a cui i padroni non riconoscono diritti se non bestiali e non concedono né riposo, né ricompensa per il lavoro, né alcuna tutela.
Ci viene in mente qualcosa di molto attuale e allo stesso tempo antico se già Giacomo Leopardi (nome con cui Iovino non smette di confrontarsi e autore amatissimo da Ortese) lo aveva mostrato nello riflettendo sul cocchiere che aspettava sotto la pioggia. Sappiamo quanto il dibattito sull’anima delle bestie lo avesse appassionato fino a culminare nel capolavoro sarcastico dei , e quanto nelle lettere all’amico medico Francesco Puccinotti avesse previsto le condizioni di una nuova schiavitù legata alla rivoluzione industriale. Gli schiavi non hanno più diritti degli animali e delle donne. Sono calpestabili come gli insetti, come le creature minime a cui ci sentiamo superiori.
Erasmus Darwin, nonno di Charles, aveva ammonito l’orgoglio egoista degli esseri umani in un verso della sua opera più protoevoluzionistica : “Inchinati orgoglio egoista, chiama sorella la formica e fratello il verme”. Ai vermi, apparentemente creature molto in basso nella scala evolutiva, si rivolgerà Charles Darwin nell’ultima opera della sua vita indicandoli come i della terra, un esempio per gli esseri umani con cui collaborano invisibilmente nei secoli dei secoli. Una visione non gerarchica che abbatte le distinzioni e ci costringe a confrontarci con la materia.
La protagonista di di Clarice Lispector, a cui Iovino dedica uno dei capitoli più belli del libro, inghiottirà una blatta in uno sconfinamento che potrebbe disgustare una persona impressionabile ma che pone una serie di questioni sui confini tra i corpi ma anche sulla norma: la donna che scrive, una “normale” signora della buona società brasiliana rappresenta davvero una normalità, e a quale norma ubbidisce? Di quale corpo parliamo, e quale corpo è possibile inghiottire? È possibile una fusione, un inglobare l’apparentemente iningoiabile?
Nel suo saggio (1998), Carla Benedetti aveva riflettuto sul corpo, sul dolore, sulla materia viva del mondo come elementi fondativi di un’estetica “impura”, opposta a ogni idealizzazione razionalista e disincarnata della scrittura. In questa prospettiva si concretizza nella rilettura della poesia in friulano di Pasolini il cui linguaggio diventa una strategia di sopravvivenza e resistenza per dire il corpo di un paesaggio splendido e minacciato visto non come sfondo ma come forza interna di un luogo venato da elementi diversi di cui avere cura, come succede a chi pianta alberi. È quello che fa il protagonista ne di Jean Giono (un altro dei libri seminati in ), ed è anche quello che Sebastião Salgado e sua moglie Leila Wanik hanno fatto in Brasile a partire dal 1998 in un progetto che ha riconvertito in alberi una zona che era diventata deserto per il disboscamento.
Come il paesaggio, allora, la stessa scrittura – e la più recente lettura di Paul Celan da parte di Camilla Miglio e di Andrea Zanzotto da parte di Andrea Cortellessa lo conferma – conosce i suoi smottamenti, le sue strategie. La consapevolezza della sua porosità si traduce nel lasciarsi attraversare da abeti e formiche, accettare di diventare fossili, pietre sapendo di essere stati pesci, stelle marine, uccelli, ricordando che siamo acqua all’80%, che lasciamo scaglie di pelle nella polvere. Un’alleanza che nella letteratura, nelle storie, nella poesia trova il suo pensiero più attivo, la sua vita e il suo movimento. In questo senso l’ammonimento a noi umani si affianca al loro poter agire con un gesto minimo. Osservare, con attenzione, da vicino un essere vivente uccello, verme, rana, insetto, piante.
Il frammento 742 di Emily Dickinson parla di quattro alberi, uno scoiattolo, un passante. È la prova che la strategia della poesia è il suo “stare” senza bisogno di attuare strategie.
“Quattro alberi – su un acro solitario –
senza disegno
o assetto o azione evidente
stanno –
Il sole – il vento
li incontrano al mattino –
non hanno – vicini
tranne Dio –
L’acro dà loro – spazio –
Loro – a lui – l’attenzione di un passante
L’ombra di uno scoiattolo, o per caso –
un ragazzo –
Quale sia il loro atto nella natura generale
quale piano
in sequenza – promuovano o impediscano –
sconosciuto”
Dunque quattro alberi stanno semplicemente su un campo solitario, senza ordine o azione, senza un disegno, piano, progetto. In anticipo sul dibattito intorno al post-umano, Dickinson mostra l’interdipendenza tra il campo, gli alberi, le ombre, i corpi, s’interroga e ci interroga, ci sfida attraverso l’ambiguità calibrata tra Sole/Vento/Dio e il ritmo disubbidiente, oscillante tra stasi e fugacità mostrando la dislocazione della mente nel paesaggio, il contrarsi dell’orizzonte sulla pagina.
“Incontrare la mente di un luogo è un difficile cammino di divenire-insieme” scrive Serenella in , un libro che al tempo di non era stato ancora pubblicato. Qui l’ammonimento e insieme la possibilità di intravedere un varco prenderà altri nomi e altri testi per provare a disegnare un paesaggio diverso. La strategia di una possibile sopravvivenza attraverso la poesia è affidata tra gli altri a Andrea Zanzotto che in aveva ammonito, mostrando.
“Nel paesaggio ferito di Marghera – scrive Iovino – le parole di Zanzotto risuonano come un’eco di resistenza, ricordandoci che la letteratura può essere un atto di sopravvivenza e di speranza per un futuro più sostenibile” (, Il Saggiatore, 2022). è un lamento funebre, l’apparizione irrespirabile di un luogo cariato. Dirlo è una strategia di sopravvivenza? Forse. Molto è...




