E-Book, Italienisch, 192 Seiten
Reihe: Asia
Indirani Non è mica la Vergine Maria
1. Auflage 2019
ISBN: 978-88-6783-255-2
Verlag: ADD Editore
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark
E-Book, Italienisch, 192 Seiten
Reihe: Asia
ISBN: 978-88-6783-255-2
Verlag: ADD Editore
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark
In Indonesia, la più popolosa nazione musulmana al mondo, i veli che coprono i volti delle donne - e delle bambine - sono esplosi come una moda. Di recente il governatore della capitale Jakarta, Ahok, è stato arrestato con l'accusa di blasfemia perché, cristiano, ha osato citare il Corano in campagna elettorale. Da questo clima nascono i diciannove racconti di Feby Indirani, parodie provocatorie che con acume e umorismo mettono in rilievo le incongruenze dell'islam radicale. Musulmana ed emancipata, l'autrice offre una lettura femminista della vita sociale dell'Indonesia contemporanea sottoposta all'ortodossia islamica.
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Complotto per uccidere un muezzin
Programmare un assassinio non è la mia specialità, ma sono convinto che non ci sia nulla che non si possa imparare. Figuriamoci ora che mi sono deciso a farlo! Dopo averci pensato con attenzione, ho realizzato che questo gesto potrebbe essere il contributo più significativo nei confronti di me stesso e della mia comunità, nonostante siano solo quattro mesi che mi sono stabilito qui.
Ho memorizzato le sue abitudini quotidiane e questo, per chi sta tramando un assassinio, rappresenta sicuramente un primo elemento di vantaggio. Vive in una casa stretta e angusta alle spalle della musalla, la piccola moschea per la preghiera. Spesso si trova lì sin dall’asr, la preghiera del pomeriggio. Quando poi cala il sole e arriva il momento della maghrib, la preghiera della sera, è lì a richiamare i fedeli con quel suo tono di voce che non riesco a togliermi dalla testa. A volte guida anche le preghiere di gruppo, ma di solito se sono presenti un ustad o un insegnante di religione lascia che sia uno di loro a svolgere il ruolo di imam.
Alle tre di mattina inizierà a recitare il Corano attraverso gli altoparlanti, che si sentono in tutto il quartiere. Ci prova a leggere con un tono piacevole e cantilenante, ma il risultato è sempre poco orecchiabile. Lo farà per un’ora e mezza o due, fin quando arriverà il momento del richiamo alla preghiera dell’alba. In genere io torno dal lavoro all’una e mezza di notte e il rumore mi tiene sveglio fino al mattino. Siccome casa mia è proprio accanto alla musalla, è assolutamente impossibile non sentire la sua voce ogni notte. Purtroppo non sono in grado di dormire dopo il canto del gallo, è come se il mio corpo fosse programmato per stare sveglio la mattina.
Lavoro come guardia di sicurezza in un club, un luogo dove le persone vengono a spendere soldi per ammazzare la noia o rilassarsi. Nei giorni lavorativi, il club chiude all’una di notte, mentre nel fine settimana alle quattro. Per arrotondare, a volte faccio anche altri lavoretti, ad esempio l’autista. Dal punto di vista economico non mi posso lamentare, ma tutto ciò è abbastanza stancante a livello fisico, ancor di più se non riesco mai a chiudere occhio a causa dell’altoparlante della musalla. È davvero come se quella voce mi urlasse continuamente nelle orecchie.
Non è che io non abbia mai provato a porre la questione al muezzin con le buone maniere. Una volta ho partecipato apposta a una preghiera di gruppo per avvicinarmi a lui, per chiedergli comprensione affinché la smettesse di recitare il Corano all’alba.
«Fratello, non sai che le ultime ore della notte sono il momento in cui le preghiere vengono esaudite? Ogni musulmano sicuramente desidera avvicinarsi il più possibile ad Allah. Per questo io leggo il Corano in quel momento, per svegliare i fedeli affinché effettuino la preghiera della veglia...»
«Ma non tutti vogliono fare la preghiera della veglia, dopotutto non è obbligatorio giusto?»
«Hai ragione, non lo è, ma il vantaggio nel farlo è enorme. Non tutto ciò che è importante è comodo, tantomeno facile da realizzare, ma comunque porta un grande guadagno per ognuno di noi.»
«Ma quella voce disturba anche chi non è musulmano!»
«Forse sì, forse no. Il nostro fratello cinese Auhang per esempio, si sveglia alle tre, e anche lui comincia a pregare a modo suo. Gli amici cinesi si svegliano prestissimo per lavorare, ed è per questo che a loro le cose vanno così bene. Noi musulmani dovremmo prendere esempio e imparare da loro.»
«E allora che dice dei musulmani come me, che per lavorare non possono dormire la notte?»
«Se Dio vuole, troverai un lavoro migliore.»
Accidenti! Non c’è alcun modo di negoziare con quest’uomo. La sua convinzione è davvero ferma e la fermezza con la quale ne ha parlato, lo ammetto, è ammirevole. Sono rimasto a bocca aperta quando mi ha salutato, perché sapeva che non c’era altro che potessi aggiungere.
E così è andata avanti la tortura delle mie notti insonni.
A lungo andare ho iniziato a sentirmi sempre più stanco, il mio sistema immunitario si è indebolito. Ho cominciato a provare a dormire di giorno, ma non ci sono mai riuscito davvero. In più, la mia camera è rivolta a est, e questo mi impedisce di nascondermi dal sole. Ogni volta che il muezzin prega o chiama i fedeli alla preghiera, mi parte un ronzio nella testa e sento come se stesse per scoppiare.
All’inizio avevo pensato di essere l’unico a soffrire di questa situazione. Ma in realtà, nel tempo, mi è capitato più di una volta di sentire lamentele simili al chioschetto vicino casa, dove in genere vado a fare uno spuntino o a bere un caffè. In particolare quelle di due ragazzi (a quanto pare studenti), che abitano poco distanti da casa mia.
«Bella fortuna trovare una stanza qui», diceva lamentandosi il primo ragazzo. «Ogni mattina mi sveglio per colpa delle preghiere che provengono da quella musalla.»
«Hai ragione! Anche io. Per di più la proprietaria della mia stanza ha appena avuto un bambino, e quel bambino spesso si sveglia piangendo per colpa di quel suono così forte…»
Sorseggiavo il caffè lentamente, fingendomi distratto, ma in realtà allungavo le orecchie per ascoltare. Dentro di me mi sentivo soddisfatto, perché avevo avuto la conferma di non essere solo. Forse era arrivato il momento di riportare al capo del quartiere che quella musalla stava disturbando la tranquillità dei suoi abitanti. Non era forse una buona ragione per intervenire?
Ma presto scoprii che il capo del quartiere era al corrente del problema da lungo tempo.
«Sì, capisco», disse cautamente dopo avermi ascoltato. «Capisco», ripeté accennando un sorriso amichevole.
«Tra l’altro, non sei certo il primo che si lamenta di questa cosa», continuò.
Lì per lì, dentro di me già facevo i salti di gioia. «È così, vero? L’altoparlante di quella musalla dà davvero fastidio. Io l’ho detto al muezzin, ma a lui non importa!»
Il capo del quartiere rifletté per un po’ accarezzandosi la barba prima di aprire di nuovo la bocca. «Io già gliel’ho chiesto. Ma secondo lui è proprio quello il modo di tenere viva una musalla. Inoltre, sempre secondo la sua opinione, la sua voce aiuta a garantire sicurezza nel quartiere, e in effetti devo ammettere che in questo c’è un fondo di verità.»
«Gliel’ha solo chiesto? Ma lei è il capo del quartiere. A lei si riserva il diritto di rimproverare chi disturba la quiete pubblica», dissi cominciando a sentire la disperazione riappropriarsi del mio stomaco.
«Abbi pazienza ragazzo. Io capisco ciò che vuoi dire. Mi sono già consultato con il capo del distretto, con il capo villaggio e con il sindaco. Ma i loro commenti sono stati tutti simili, non hanno il coraggio di accusare la voce della musalla di violazione della quiete pubblica, quella è l’eco dei versetti di Dio. Hanno paura di una maledizione, e a dirti la verità, anch’io ho paura.»
Alla risposta del capo quartiere sentii il mio corpo venir meno. Non era servito proprio a nulla parlare con lui.
«Abbi pazienza», disse toccandomi la spalla. «Piano piano cercherò di farlo capire al muezzin. Ma non posso costringerlo. Ho paura di essere denunciato per aver violato la libera espressione religiosa, o peggio ancora di essere accusato di dissacrazione.»
Che vigliacco, pensai tra me e me. C’è solo una ragione per non fare la cosa giusta, volersene stare senza grattacapi nella situazione attuale.
Fu proprio in quel preciso momento che mi venne l’idea di ucciderlo. Sarebbe meglio se quel muezzin morisse e basta. Io devo compiere un’azione coraggiosa per il bene della mia comunità. Se non lo faccio io, chi potrà mai farlo? Sicuramente non lo farà quel codardo del capo del quartiere.
Allora cominciai a pensare a vari modi per uccidere il muezzin. Per via del lavoro che faccio non sono estraneo alle attività fisiche più dure e alla violenza. Ho studiato le arti marziali e conosco abbastanza bene i punti più deboli del corpo umano che, se colpiti, possono creare gravi danni. Il punto in mezzo agli occhi. La giugulare. L’inguine. Ma un assassinio è qualcosa di totalmente diverso. Infatti dovrei far sembrare la sua morte naturale, affinché nessuno indaghi sull’incidente e su come sia potuto morire.
Ogni notte la mia mente lavorava ininterrottamente per trovare il modo migliore per ucciderlo. Mi erano venute in mente diverse idee, dall’avvelenargli il cibo, a metodi più diretti come fargli un’iniezione in un punto vitale e mascherare l’evento come se fosse stata una rapina. Anche se effettivamente il muezzin conduceva una vita troppo semplice perché questo risultasse credibile. Il suono della sua voce che recitava il Corano mi rimbombava nelle orecchie e sentivo la testa andare in ebollizione, ero furioso. Immaginavo i bambini che si svegliavano, le madri agitate e quei poveri studenti a cui, come a me, veniva sottratto il sonno.
Uccidevo il muezzin ogni notte nella mia testa. Era solo una questione di tempo, di determinazione. Continuavo a ripetermi i dettagli architettando diverse scene del crimine. «Lo farò, metterò fine a questa storia. Otterrò la mia pace e servirò la mia comunità, anche se non riceverò nessuna lode o apprezzamento.»
Le mie ore di sonno diminuivano sempre di più, non solo a causa della voce del muezzin, ma anche perché pensavo continuamente a come ucciderlo. Non vedevo l’ora di farlo. A volte immaginavo di spezzargli il collo in un sol colpo. Altre invece...




