Hoffman | La lingua del tempo | E-Book | www2.sack.de
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E-Book, Italienisch, 395 Seiten

Hoffman La lingua del tempo


1. Auflage 2021
ISBN: 979-12-5982-013-6
Verlag: Il Margine
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark

E-Book, Italienisch, 395 Seiten

ISBN: 979-12-5982-013-6
Verlag: Il Margine
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark



Quando tredicenne con la sorella e con i genitori s'imbarca per l'America, Ewa Wydra abbandona il suo mondo, una Polonia che dopo la Seconda guerra mondiale non è più un luogo sicuro per la sua famiglia di origine ebraica. Appena arrivata sarà ribattezzata Eva Hoffman e da allora inizierà per lei, un'emigrante fra milioni, una ricerca continua: di una nuova patria, l'America, e di una nuova lingua, l'inglese. Eva Hoffman descrive lo spaesamento dell'emigrato che riconosce le stesse cose di sempre ma con nomi inediti, che deve abbandonare abitudini per apprenderne altre. Traducendo i propri pensieri, ci si arricchisce e ci si perde: si acquisiscono nuovi significati per sopravvivere, ma se ne lasciano a malincuore altri. Il punto di equilibrio per tutti noi, anche per chi non abbandonerà mai il proprio Paese, è accettare di parlare la lingua del tempo e trovare l'armonia nella sola dimensione dove possiamo davvero essere felici: il presente.

Nata a Cracovia, ha lasciato con la famiglia la Polonia nel 1958 emigrando prima in Canada poi negli Stati Uniti. Dopo aver conseguito il dottorato in letteratura inglese ad Harvard, ha lavorato per il «New York Times». Ha esordito nel 1989 con Lost in translation: Life in a new language, già pubblicato nel 1996 da Donzelli con il titolo Come si dice e ora riproposto in una traduzione aggiornata. A questo sono seguiti altri romanzi, saggi e reportage, tra cui ricordiamo Shtetl. Viaggio nel mondo degli ebrei polacchi (1997; Einaudi, 2001). Vive a Londra da oltre trent'anni.
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II.


L’esilio


Siamo a Montréal in una buia stazione ferroviaria, assordati dai rumori moltiplicati dall’eco e ammucchiati su una panchina in attesa di qualcuno che ci dovrebbe dare qualche indicazione. Timidamente mi allontano dai miei e vado a esplorare questa terra incognita, torno di corsa con qualche brandello di notizie sorprendenti. C’è una ragazza giovane, forse addirittura della mia età, con le scarpe col tacco alto e il rossetto! È così volgare, o forse indossa una specie di costume? C’è anche un nero che ho guardato per un po’: è bello come Harry Belafonte, l’unico nero che abbia visto in faccia, naturalmente sulle riviste polacche; l’unica differenza è che questo sta qui davanti a me, in carne e ossa. Mi chiedo se tutti i neri siano così belli.

Finalmente ci si avvicina un uomo che parla un polacco stentato e ci accompagna alla biglietteria, e poi ci aiuta anche a salire sul treno. Comincia così un altro segmento di questo viaggio lunghissimo, ancora più lungo perché non sappiamo esattamente quando finirà, quando arriveremo a destinazione. Sappiamo solo che Vancouver è molto lontana.

La gente sul treno ci guarda storto, ed evita di starci vicino. Forse perché ci siamo portati valigie e valigie piene di fette biscottate, sardine in scatola e salsicce per sopravvivere alla traversata dell’Atlantico. Non abbiamo idea dell’esistenza di qualcosa come il vagone ristorante e quando scopriamo che il treno che ci porta è dotato di una cosa del genere non possiamo permetterci comunque di andarci tutti i giorni con i pochi dollari rimasti a mio padre. Con due dollari in Polonia si comprava una bicicletta o tante paia di scarpe e ci sembra una follia che ora bastino appena per quattro piatti di minestra.

Il treno attraversa infinite distese di terra piatta e monotona e mi sembra che il ritmo infaticabile delle ruote sia come un paio di forbici che apre uno squarcio di tremila miglia nella mia vita. Da questo momento in poi la mia vita sarà divisa in due parti dalla linea tracciata da quel treno. Dopo un po’ scivolo in un’indifferenza silenziosa e non ho più nemmeno voglia di guardare il paesaggio. Quelli non sono campi coltivati, non è la ridente campagna polacca, è solo terra senza forma, enorme e opaca. Quando arriviamo alle Montagne Rocciose i miei cercano di strapparmi allo stato stuporoso in cui sono caduta e di farmi vedere il grandioso spettacolo naturale che stiamo attraversando. Ma io non voglio. I picchi e le gole, i torrenti che scendono giù dalle montagne e gli enormi massi mi feriscono gli occhi, mi feriscono l’anima. Sono troppo grandi e imponenti e io non riesco a immaginare di esserne parte, di starci dentro. Mi ritiro nel sonno e dormo tutto il giorno e tutta la notte senza che riescano a scuotermi. Mia sorella, forse ancora più profondamente ferita dall’estraneità di quello che ci sta succedendo, è febbricitante e riesce a malapena a tenere la testa dritta.

Il secondo giorno incontriamo un passeggero che parla yiddish. Mio padre attacca con lui una conversazione vivace e scopre storie interessanti. Ad esempio quella dell’ebreo polacco che è venuto in Canada e ha fatto fortuna (oggi è milionario) producendo sottaceti polacchi. I sottaceti! Se si può fare una fortuna coi sottaceti, beh, non dev’essere così difficile arricchirsi in questo Paese. Mio padre si è tutto ricaricato ed eccitato grazie a questo racconto, ma io sono sprofondata in un malumore ancora più ostinato. «Milionario» è una di quelle parole che fanno parte del territorio delle favole e che per me non hanno nessun significato, una parola come «emigrazione» o «Canada». Nonostante le proteste dei miei genitori io torno a dormire e mi perdo alcuni dei più famosi paesaggi del continente nordamericano.

Arriviamo a Vancouver che il treno si è quasi svuotato.

Mia madre ha messo a me e a mia sorella i vestiti migliori: identici, blu scuro, colletto alla marinara. E due giacchette grigie di buon gabardine. I volti dei miei sprizzano ansia e speranza. «Scendete dal treno col piede destro — dice la mamma —. Vi porterà fortuna nella vostra nuova vita».

Guardo fuori dal finestrino col piombo nel cuore. Dove mi hanno portata? Il treno si avvicina alla stazione e io mi rendo conto che siamo proprio in un lembo di nulla. È una giornata piovigginosa e il binario è semideserto. Tutto è color lavagna. Da quella desolazione emergono due figure indistinte, un uomo e una donna di mezza età, e dopo essersi assicurati che siamo proprio noi, quelli che arrivano dall’altra parte del mondo, ci abbracciano, ma non c’è calore in quell’abbraccio un po’ imbarazzato. «Dovreste inginocchiarvi e baciare la terra — ci dice l’uomo —. Siete fortunati a essere qui». I volti dei miei si accendono di una speranza ingenua. Forse tutto andrà bene, alla fine: è un momento in cui cercano segni, portenti.

Poi ci infiliamo in un’enorme macchina — sì, questa è l’America — e ci dirigiamo verso quella che sarà la nostra città.

La casa dei Rosenberg mi riempie di stupore. È una grande struttura a un piano con un giardino tutto intorno, un’entità che ai miei occhi non appartiene alla città ma che non c’entra niente nemmeno con la campagna. Il giardino è tutto pulito e pettinato, tanto che ho quasi paura di camminare sull’erba, così morbida e vellutata (ah, quanto tempo consacrato a tagliare e curare quei prati! Ma questo lo saprò solo in seguito), e le file di calendule, i cerchi di gerani, quasi artificiali nelle loro perfette simmetrie, nella loro subordinazione all’ordine.

Preferisco starmene qui fuori al sole piuttosto che dentro casa. Una casa più grande di tutti gli appartamenti che ho visto in Polonia, con enormi finestre panoramiche, una stanza per ciascun membro della famiglia e i pavimenti ricoperti di morbidi tappeti dai colori pastello. Tutte caratteristiche che, lo so, vogliono indicare buon gusto e ricchezza, ma c’è qualcosa che non torna fra il messaggio che dovrebbero mandarmi e le mie percezioni segrete di questi ambienti. A me sembrano stranamente piatti, privi d’immaginazione, ingenui. Lo spazio è così semplice, ovvio, coi soffitti bassi, senza curve, nicchie, angoli irregolari, nascondigli, niente che raccolga la casa attorno a un’idea, a un nucleo che le dia un senso di privacy, di profondità — di intimità. E poi non c’è legno, né stratificazione di tempo o polvere. C’è solo la sincerità senza mistero di spazi regolari che si aprono sulla strada. (Qui nessuno guarda fuori da dietro le tende per cogliere un fugace scambio, un’intesa sulla strada. Le finestre panoramiche sono fatte proprio per permettere a tutti di vedere tutti, dichiarare che non c’è mistero, niente da nascondere. Naturalmente non è così, ma così si dice). E poi la poca fantasia dei mobili, tutto quel bianco con le finiture dorate. Tutto nell’intento di mostrare buon gusto, ma l’effetto involontario è qualcosa di provvisorio, e poco solido, che potrebbe essere stato progettato e messo lì ieri e magari smantellato domani. Le sole stanze che mi fanno un certo effetto sono la cucina e il bagno, entrambe così lucide e scintillanti e piene di elettrodomestici fantastici, di quelli intravisti in qualche film americano o francese e che, nella nostra miserabile Polonia, non riuscivamo a distinguere dalla favola. «Credi che la gente viva davvero così?» ci chiedevamo uscendo dalla sala, dimentichi del dramma principale e interessati solo a quei barbagli di strumentazioni avveniristiche. Ecco qualcosa che descriverò minuziosamente ai miei amici di Cracovia, con tanto di dettagli mozzafiato, come il tappeto a pelo lungo in bagno e la carta igienica colorata.

I pochi giorni che rimaniamo dai Rosenberg li passiamo nell’appartamento del seminterrato, quello in più, che loro in genere affittano. Mio padre guarda il signor Rosenberg con rispetto e anche con una punta di timore reverenziale, come compete a un milionario. Il signor Rosenberg è un personaggio importante della piccola comunità Duddy Kravitz di ebrei polacchi che sono arrivati in Canada dopo la guerra e hanno fatto i soldi nel settore immobiliare o vendendo ciarpame; ma nessuno si è arricchito come il signor Rosenberg, che ormai ha quasi settant’anni e ha avuto la fortuna e la sfacciataggine di cavalcare il boom immobiliare di Vancouver e ora è il più ricco di tutti. Questo non lo rende certamente il più popolare, ma certamente il più saggio. I membri della comunità lo vanno a trovare per avere consigli commerciali, che lui dispensa in yiddish come fosse valuta pregiata che regala per via del suo grande buon cuore.

Con la veemenza e l’orgoglio ferito degli adolescenti io comincio a vedere il signor Rosenberg invece che come il nostro benefattore come un tiranno personale, alla Dickens, e i miei sentimenti nei suoi confronti montano ben presto fino all’odio. Ha fatto dell’avarizia il suo principio e io sento in lui qualcosa di duro, di disumano, come se la carne gli si stesse trasformando lentamente in pietra. Il suo volto non s’illumina mai per un sorriso affettuoso o divertito. E del resto si prende molto sul serio: anche lui è convinto che la ricchezza sia la dimostrazione della sua rettitudine. Secondo i suoi ferrei principi, appena arriviamo a Vancouver ci richiede i soldi del biglietto ferroviario da Montréal. Non glielo perdonerò mai. Avevamo portato bei regali e in più mio padre ha dovuto dargli tutti i dollari che aveva messo da parte in Polonia, quelli con cui avevamo pensato di incominciare in Canada. E invece dovremo partire proprio da zero. Papà ricomincia a pizzicarsi le braccia.

La signora...



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