Hochet | Elogio del gatto | E-Book | www2.sack.de
E-Book

E-Book, Italienisch, 112 Seiten

Reihe: Libri piccoli

Hochet Elogio del gatto


1. Auflage 2017
ISBN: 978-88-6243-326-6
Verlag: Voland
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark

E-Book, Italienisch, 112 Seiten

Reihe: Libri piccoli

ISBN: 978-88-6243-326-6
Verlag: Voland
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark



In modo discreto ma prepotente, misterioso e affascinante, il gatto occupa intere pagine della letteratura mondiale. La sua complessa personalità gli permette di interpretare il ruolo del despota, dell'amante, del complice, del dio. Vive nelle nostre case, ci prendiamo cura di lui, eppure rimane per noi un eterno enigma, un punto interrogativo a quattro zampe. Stéphanie Hochet, attraverso le parole di grandi autori come Natsume S?seki, Colette o Amélie Nothomb, ci svela gli infiniti volti di questo animale flessibile per definizione e la sua capacità di restituire il lato nascosto dell'uomo, la sua parte in ombra. E cosa più di un gatto assomiglia a un'ombra ?

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IL LIBERTARIO


“La mia razza, nata libera e indipendente.”

E.T.A. Hoffmann, Considerazioni filosofiche del gatto Murr

Non lasciate mai la porta chiusa. I felini non sopportano che si intralci il loro viavai, ve lo confermeranno tutti i padroni di un gatto. Ma poi si è davvero proprietari di un gatto? La domanda è d’obbligo: l’animale non ha mai obbedito a nessun uomo. I mici desiderano una buona compagnia umana, ma allo stesso tempo, come gli anarchici, non hanno né Dio, né padrone. Una porta chiusa evoca la trappola, la fine della vita selvaggia, la reclusione in un luogo mortale per i loro istinti. Ve lo fanno capire chiaramente: miagolano per uscire e rientrare nel giro di qualche minuto, non desiderano un lato della porta in particolare, cortile o giardino, vogliono ed esigono la porta socchiusa. E poter passare a loro piacimento. Il gatto esprime così la sua profonda natura: non è completamente selvaggio, né del tutto addomesticato, somiglia a quegli artisti che vogliono essere liberi di inventare, di creare seguendo la loro fantasia, pur restando in seno alla comunità umana, la cui esistenza è costretta dalle convenzioni e dalle leggi. Tale particolarità sembra contraddire il termine di addomesticamento, o almeno vi andrebbe aggiunto un leggero grado di sofisticazione. Il gatto è forse pseudo-addomesticato?

Consideriamo l’origine dell’addomesticamento. Le case, gli appartamenti, proteggono, creano un luogo chiuso, la domus ancestrale risponde al nostro bisogno di uscire dalla condizione di animali selvatici. Ci siamo organizzati per difenderci dai pericoli e, dopo l’avvento dell’agricoltura, abbiamo condiviso il nostro riparo con gli animali. Ne restano ancora tracce: non molto tempo fa, i montanari delle Alpi o dei Pirenei dormivano insieme alle loro vacche e alle loro pecore. Questi animali, utili per il latte, la carne e il vello, vivevano seguendo i ritmi dell’uomo e riscaldavano gratuitamente la stalla comune. Si usavano i cani per raggruppare le greggi. La separazione tra l’abitazione e l’esterno era netta. Da una parte il mondo selvaggio, pericoloso, con i suoi predatori, dall’altra, la vita domestica con gli animali d’allevamento, di cui l’uomo si prendeva cura e che gli procuravano cibo, lo riscaldavano o gli rendevano servizi come pure il cane o il cavallo. Ci fu un’epoca, almeno in Occidente, in cui i concetti di dentro e fuori erano nettamente separati. Almeno simbolicamente. Un animale selvaggio era il contrario di un animale domestico. Il concetto era semplice.

L’animale domestico cui siamo interessati è in realtà un fuggiasco in questo paesaggio d’Arcadia. Originario dell’Africa, il gatto appare nel mondo occidentale, vale a dire prima in Grecia e poi nel mondo latino, soltanto in piena Età Antica. Mentre il suo addomesticamento sul continente africano, in Egitto, ebbe luogo settemila anni fa. In Egitto il gatto viene utilizzato per proteggere i raccolti dai roditori ed è divinizzato dall’intera popolazione. Chiunque uccida un gatto viene giustiziato. Anche i Greci scoprono le qualità di questo animale, ottimo cacciatore, più pulito della donnola e della faina, utilizzate all’epoca nei granai. Lo importano a questo scopo, ma non conoscono l’adorazione degli Egizi per quello che i Latini chiameranno Feles silvestris catus*.

Più efficiente, pulito e intelligente della donnola e della faina. La prova? In pochi secoli, il Feles silvestris catus ha compiuto un miracolo: ha capovolto un modo di pensare e, si sa, è una cosa difficile, se non impossibile e in ogni caso richiede del tempo. Da semplice collaboratore domestico, piuttosto disprezzato, considerando i compiti affidatigli nel corso dei secoli in Occidente, il gatto è diventato l’animale di casa, l’amico dell’uomo, cui si perdona di restare parzialmente selvaggio. È l’unico. Contrariamente al cane, che resta un animale dipendente “bisognoso di attenzioni”, il gatto non ha abbandonato certi aspetti della sua natura selvaggia, che talvolta fanno di lui un vero seccatore. È pur sempre il cugino delle tigri e delle pantere, il cui nervosismo aumenta se rinchiuse in gabbia. La felicità dei grandi predatori dipende visceralmente dall’estensione del loro territorio, le prigioni nelle quali vogliamo rinchiuderli sono un’ingiuria, un’aggressione. Diventano pazzi perché la loro natura aspira alla libertà totale, il loro istinto di predatore assoluto non accetta l’organizzazione umana dello spazio e non può adattarvisi. Lo stesso valga per il gatto, che non sopporta di stare rinchiuso tra quattro mura, gira furiosamente per la stanza e cerca di aprire da solo le porte, saltando sulle maniglie. Il gatto, discendente dalla famiglia dei grandi felini, ha compiuto un miracolo. È domestico poiché vive sotto il nostro stesso tetto, ma è selvatico. Ha saputo conciliare questi due stati antinomici. Cerca protezione, il calore del focolare e l’affetto umano, ma – impossibile tenerlo rinchiuso – vuole muoversi a suo piacimento, essere accarezzato quando decide lui. Desidera il letto, il cibo e l’attenzione dell’uomo, a condizione di continuare a essere simile alle sue cugine belve, animali incontrollabili. Il poeta inglese T.S. Eliot presenta il gatto Tiremmolla nel Libro dei gatti tuttofare* (1939), una raccolta di poesie interamente consacrata a personaggi felini che ispirò ad Andrew Lloyd Webber la famosa commedia musicale Cats.

When you let him in, then he wants to be out;

He’s always on the wrong side of every door,

and as soon he’s at home, then he’d like to get about.

Se lo portate in casa, lui esce sulla stuoia.

Di fronte a ogni porta, sia chiusa o spalancata

sceglie regolarmente la parte sbagliata

e appena in casa vuole ancora uscire.

Sceglie regolarmente la parte sbagliata di ogni porta. Eccoci di nuovo obbligati a interrompere ogni attività per aprire e chiudere, riaprire e richiudere per lasciare passare sua altezza reale il gatto. Perché ovviamente, l’animale flessuoso cambia idea in un batter d’occhio...

Abbiamo reso possibile ciò che non lo era per definizione. Per compiacere il Feles silvestris catus, l’uomo contemporaneo ha aperto muri, forato le porte, inventato gattaiole perché i gatti possano andare e venire a loro piacimento. Abbiamo ridefinito il concetto di parete, trasformandola in un groviera. Quale altro animale ci ha costretto a rimodellare il nostro universo in funzione dei suoi desideri? Quale altro animale è passato dal ruolo di addetto-domestico-alla-caccia-ai-topi a padrone di casa, capace di decidere per noi?

Il massimo della libertà è sentirsi a casa ovunque. Come fanno i felini. Lo ha ben espresso Guy de Maupassant nel racconto Sui gatti:

“Va dove vuole, visita il suo territorio come gli pare, può dormire su ogni letto, vedere tutto e tutto sentire, conoscere i segreti, le abitudini e le vergogne di casa. È a casa sua dappertutto, visto che dappertutto può entrare, l’animale che passa senza un rumore, vagabondo silenzioso, errante notturno dei muri vuoti.”

Dopo aver imparato ad attraversare i muri, il gatto si fa ombra. Va ovunque, leggero e silenzioso, nulla lo ostacola. Nulla gli è proibito (che fortuna!), sfida la legge di gravità dall’alto delle grondaie.

Dietro questa sete di libertà potrebbe nascondersi un discorso quasi anarchico. Almeno, è ciò che ha pensato uno dei più grandi autori giapponesi, Natsume Soseki, lo scrittore-sciamano che ha saputo entrare nella testa di un Feles silvestris catus in Io sono un gatto, vero e proprio capolavoro della letteratura giapponese il cui narratore è un gatto filosofo: “Andiamo a vedere quanto abbia contribuito il genere umano alla creazione di cielo e terra, mi pare che non sia stato del minimo aiuto. Che diritto hanno dunque gli uomini di dichiararsi padroni di un luogo che non hanno creato? È vero che nulla impedisce loro di arrogarsi questa facoltà, ma non ne consegue che possano proibirne ad altri l’accesso.” E conclude: “Da queste riflessioni sono arrivato a convincermi che posso entrare dove mi pare e piace.” Et voilà.

Queste le sue parole. Come non essere intimamente conquistati da un simile discorso? Come non essere d’accordo con il gatto, con questa libertà va cercando ch’è sì cara, per la quale l’umanità non smette di lottare? Il nostro primo istinto non è forse quello di abbracciare il suo bisogno assoluto di libertà? Come se nella relazione che ci lega all’animale, facessimo ciò che in psicanalisi è il transfert. Diamo al gatto la libertà che vorremmo concedere a noi stessi. Nella Gatta di Colette, la relazione d’amore che lega Alain (giovane sposo di Camille) alla gatta Saha è un vero transfert sentimentale. Alain ama Saha più di quanto ami la sua giovane sposa. Il trio classico della commedia di costume si rinnova nella penna di Colette, con un animale che ben conosceva nel ruolo dell’amante. Rinchiusa nel nuovo appartamento della coppia e maltrattata dalla gelosa Camille, Saha viene salvata da Alain che lascia la moglie e restituisce all’animale il giardino che è sempre stato il suo spazio di gioco. Un giardino dell’Eden nel quale il giovane ha vissuto i migliori momenti della sua infanzia. Ecco cosa scrive Colette quando Alain libera la gatta dal suo paniere: “La sentì...



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