Hergel | L'immigrato | E-Book | www2.sack.de
E-Book

E-Book, Italienisch, 432 Seiten

Hergel L'immigrato


1. Auflage 2012
ISBN: 978-88-7091-326-2
Verlag: Iperborea
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark

E-Book, Italienisch, 432 Seiten

ISBN: 978-88-7091-326-2
Verlag: Iperborea
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark



Zaki el Aziz si è maturato a pieni voti in un liceo di Copenaghen, coronando il sogno della famiglia immigrata dal Marocco. Ma la sera in cui si prepara a festeggiare in discoteca con gli amici, ai musulmani è negato l'ingresso, la rabbia esplode in una rissa, e il buttafuori finisce morto accoltellato. Zaki si ritrova in carcere innocente, stretto tra la legge danese che ha sempre rispettato e che chiede il nome del colpevole, l'omertà fraterna a cui lo richiamano gli amici come unica difesa contro una società ostile, e i Black Cobra, banda di criminali e narcotrafficanti immigrati pronta a versare altro sangue per coprire il colpevole. Mentre politici e media cavalcano l'onda emotiva di quello che diventa uno scottante caso nazionale, le voci di un complotto razzista mettono a ferro e fuoco i ghetti di tutto il paese, ed è ancora una volta Rikke Lyngvig, scomodo cane sciolto del giornalismo con un'irriducibile passione per il volto umano dei fatti, a fare luce sulle responsabilità morali di una verità complessa, quella di una spirale di odio e violenza, di un muro di pregiudizio eretto da entrambe le parti, per cui la vittima di un brutale omicidio si rivela il carnefice di tanti giovani discriminati e facili prede del crimine, e la paura ha la meglio su ogni battaglia per l'integrazione.

Hergel L'immigrato jetzt bestellen!

Weitere Infos & Material


Era una mite giornata d’inizio aprile nel Marocco sudoccidentale e il sole andava disperdendo la foschia del mattino sopra i monti azzurri dell’Atlante. Zaki sentì sua madre Rabia chiamare dal villaggio, ma continuò la sua corsa a piedi nudi su per la cascata che scendeva dalla montagna come una scintillante vena d’argento. In diversi punti, sulle terrazze rocciose, l’acqua formava verdi piscine naturali, dove lui e gli altri ragazzi facevano il bagno quando era troppo caldo al fiume giù a valle. Ma oggi si limitava ad attraversarle, come se fosse capace di camminare sull’acqua, perché era la cascata della sua infanzia e conosceva ogni singola pietra che giaceva sotto la superficie luccicante.

Sidi el Ouaji era un chilometro più a valle, sulla riva del fiume, e quando nella città desertica di Marrakech il caldo diventava insopportabile, i turisti si spostavano al fresco sulle montagne, dove i ragazzi del villaggio facevano a gara per aiutarli a risalire la cascata. Da lassù potevano apprezzare la vista sulla vallata e sul fiume che attraversava il deserto rosso fino ad asciugarsi e diventare in estate un minuscolo rivolo fangoso. Il sentiero serpeggiante che si inerpicava fino in cima affondava nelle lucide rocce grigio bianche e bisognava essere allenati per riuscire a percorrerlo. L’acqua aveva un aspetto così refrigerante e invitante, ma le pietre sul fondo erano infidamente scivolose e ricoperte di alghe viscide. Una suola bagnata su una pietra con l’inclinazione sbagliata e si perdeva l’appoggio. Ogni anno in quel dirupo scomparivano dei turisti, che a volte venivano ritrovati solo un chilometro più giù, dove il salto finale di oltre venti metri precipitava rombando nel fiume.

Ogni anno il 2 marzo, quando il Marocco celebra l’indipendenza dalla Francia del 1956, il villaggio inaugurava la stagione turistica con una festa. Il piccolo ristorante metteva fuori le sedie, e i due bar, il negozio di souvenir, il noleggio dei kajak e la bottega di stoffe e artigianato locale aprivano i battenti, e la giornata si concludeva con una gara di velocità dal fiume alla cima della cascata. Il vincitore entrava per sempre nella storia del villaggio e gli anziani continuavano a raccontare di quella volta che avevano vinto, o avrebbero vinto se non fossero scivolati nell’ultimo difficile passaggio.

L’uomo più veloce che avesse mai raggiunto la vetta era il padre di Zaki, Said el Aziz, che aveva vinto quella gara sei volte. A diciannove anni aveva percorso i sei chilometri fino in cima in trentotto minuti, bruciando per primo la soglia magica dei quaranta minuti che per anni era stato l’obiettivo chimerico di tutti gli abitanti del villaggio. Nessuno da allora si era più nemmeno avvicinato ai trentotto minuti.

Bisognava aver compiuto dieci anni per partecipare. Zaki era nato nel febbraio del 1990, per tutto l’inverno si era allenato su e giù per la montagna, e il giorno della gara era arrivato terzo con un tempo di quarantatré minuti. A soli dieci metri di distanza dal primo e dal secondo, due giovani che accompagnavano i turisti alla cascata per lavoro.

La sera parlarono tutti della sua corsa fluida e leggera, dei suoi salti di pietra in pietra e del coraggio, a quell’età, di prendere a metà strada la scorciatoia più ripida, che dava su uno strapiombo di dieci metri, invece di proseguire per il sentiero che ci girava intorno. Aveva promesso a sua madre di prendere la via sicura, ma quando aveva avvertito l’aspettativa del pubblico, distribuito lungo il percorso, non aveva mantenuto la promessa. La madre del resto se l’aspettava e quando era sceso non l’aveva rimproverato. Rabia el Aziz era sposata con un uomo che una volta aveva scelto la via ripida e aveva vinto.

“Batterai il record di tuo padre”, gli dicevano gli uomini. Le donne gli prendevano il viso tra le mani scuotendolo affettuosamente, i suoi coetanei lo guardavano con ammirazione e invidia, e alla festa della sera le sue guance avvampavano per gli sguardi delle ragazze.

Quella sera si fece prestare il telefono del villaggio per chiamare il padre. Gli raccontò della sua tattica, di come avesse risparmiato le forze per l’ascensione, di quanto il suo corpo snello lo avesse facilitato e dello sguardo stupito dei due avversari ogni volta che spuntava dietro di loro nei tratti scoscesi. Il padre, che ricordava ogni sporgenza rocciosa e ogni passaggio ripido, ascoltò orgoglioso il racconto del figlio, ma c’era qualcosa nella sua voce che inquietò Zaki.

“Un giorno batterò il tuo record”, disse aspettandosi la risposta scherzosa: “non ce la farai mai”. Ma il padre si limitò a dire: “Vedremo.

“C’è una cosa che devi sapere. Una cosa bella”, gli disse la madre un paio di giorni dopo, e lui capì che non era niente di buono. La sua sorellina stava correndo con un’amica intorno alla piccola casa di argilla sul fianco della montagna, con vista sulla vallata e sul fiume, e Zaki sentiva le loro voci spensierate nella sera primaverile.

“Raggiungeremo tuo padre in Danimarca. Ci ha trovato un posto dove vivere, in una città che è molto più grande di Marrakech.”

“Quanto tempo staremo via?”

Sperava che la madre dicesse un mese o due, ma sapeva bene che non era quella la risposta che avrebbe ricevuto.

“Molto. Avremo una casa, con il riscaldamento e l’acqua che esce dai rubinetti. Non come qui, che dobbiamo andare a prenderla al fiume.”

A Zaki non importava niente dell’acqua che usciva dai rubinetti.

“Torneremo?”

“Forse. Ma vivremo in Danimarca.”

“Perché non possiamo restare qui?”

“Non aiuterai i turisti a salire alla cascata per il resto della vita. Avrai qualcosa di più. Tuo padre ha accompagnato turisti su per la cascata per vent’anni e badato alle pecore in inverno. Era troppo intelligente per tutto questo. Per te sarà diverso. È per questo che è partito. Per guadagnare soldi, in modo che tu e tua sorella possiate avere un’istruzione.”

“Sì, ma io guadagno. Non c’è nessuno che accompagna sulla cima tanti turisti come me.”

“Non correrai su per la cascata per il resto dei tuoi giorni.”

Zaki sapeva che le famiglie che lasciavano il villaggio raramente facevano ritorno. Ogni anno c’erano uomini che partivano. Alcuni dopo un po’ ricomparivano e raccontavano di aver vissuto nei boschi a nord in attesa di raggiungere l’Europa in barca, ma poi non avevano i soldi per mangiare e si erano trovati a dormire all’aperto, e così molti erano finiti in prigione perché costretti a rubare per sopravvivere. Altri perdevano la vita nel viaggio attraverso lo stretto di Gibilterra. Più su, sulla montagna, abitava «la donna nera» che, sempre vestita di nero, esibiva il suo lutto a tutto il villaggio. Aveva perso il marito, morto sulla strada per l’Europa, ed era troppo vecchia perché qualcuno la riprendesse in moglie.

Di alcuni non si era più saputo nulla. Erano quelli che non ce l’avevano fatta o non avevano avuto il coraggio di tornare a casa. A certi era andata bene. In Europa avevano trovato lavoro, si erano portati dietro la famiglia, e le ragazzine del villaggio potevano stare a parlare per ore e ore di Khaled, Mostafa, Hassan e Mohammed, che avevano la macchina e la casa e lavoravano a Barcellona, Parigi, Marsiglia, o magari perfino a Londra o Berlino. Erano gli emigrati che le ragazze sognavano. Solo i pigri e gli sfaticati tornavano indietro, e anche se le ragazze nell’intimo sapevano bene che il sogno dell’Europa era più bello della realtà, nessuno dei sogni che si facevano nel villaggio era più forte del sogno dell’Europa.

Tre anni prima era partito suo padre e Zaki aveva raccontato agli amici che lui l’avrebbe seguito di lì a poco. Ma era passato un anno, poi due, e un pomeriggio che erano saliti tutti a fare il bagno alla cascata, un ragazzino aveva detto che il padre di Zaki non sarebbe più tornato e che se ne stava a scoparsi una puttana cristiana bianca che gli aveva dato dei figli. Zaki lo aveva trascinato nell’acqua e tenuto sotto così a lungo che gli altri avevano cominciato a gridargli di smetterla.

Lui lo aveva lasciato andare, ma solo all’ultimo momento. L’altro era strisciato via tossendo e i ...



Ihre Fragen, Wünsche oder Anmerkungen
Vorname*
Nachname*
Ihre E-Mail-Adresse*
Kundennr.
Ihre Nachricht*
Lediglich mit * gekennzeichnete Felder sind Pflichtfelder.
Wenn Sie die im Kontaktformular eingegebenen Daten durch Klick auf den nachfolgenden Button übersenden, erklären Sie sich damit einverstanden, dass wir Ihr Angaben für die Beantwortung Ihrer Anfrage verwenden. Selbstverständlich werden Ihre Daten vertraulich behandelt und nicht an Dritte weitergegeben. Sie können der Verwendung Ihrer Daten jederzeit widersprechen. Das Datenhandling bei Sack Fachmedien erklären wir Ihnen in unserer Datenschutzerklärung.