E-Book, Italienisch, 460 Seiten
Hergel Il fuggitivo
1. Auflage 2010
ISBN: 978-88-7091-275-3
Verlag: Iperborea
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark
E-Book, Italienisch, 460 Seiten
ISBN: 978-88-7091-275-3
Verlag: Iperborea
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark
Iraq, 2005. L'inviata danese Rikke Lyngdal viene rapita da una cellula terroristica e mutilata in diretta tv: se la Danimarca non ritira le sue truppe morirà. Il governo non cede, la tensione è al culmine, quando il mondo apprende incredulo della sua fuga. Rikke è promossa a eroina nazionale, e politici, giornali e tv se la contendono per farne il simbolo della propria causa. Ma la sua storia è troppo perfetta per essere vera. E se avesse mentito? E se fosse complice di Nazir, il giovane iracheno dai penetranti occhi azzurri che la guerra ha spinto al terrorismo, ora comparso sul suolo danese? Una serrata caccia all'uomo mette a nudo l'altra faccia della civile Danimarca, dove un partito populista fomenta le ansie xenofobe per guadagnare consensi, e i media sono al servizio del profitto più che della verità. Al brivido del thriller si unisce la critica graffiante di una società vittima delle proprie paure, di una politica fatta di slogan dove vince chi urla più forte e in cui risuonano echi sorprendentemente familiari.
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***
La 4x4 grigio metallizzato di Claes Kielland percorreva ronzando la litoranea nella splendida mattina di fine estate, insieme tiepida e fresca in quella brezza leggera. C’era un tocco argentino nelle piccole onde increspate dell’Øresund, e lui si sentiva forte e intoccabile a bordo della sua Volvo XC 90 da due tonnellate, mentre l’inconfondibile chitarra melodica di Carlos Santana riversava la sua meravigliosa musica dall’impianto surround sound e si posava come una cortina di malinconica armonia nello spazioso abitacolo. La Volvo era attrezzata di tutto punto. Interni in cedro, otto altoparlanti, riscaldamento nei sedili, riscaldamento ai finestrini, lettore dvd dietro la cloche, cerchi in lega, cristalli fumé e paraurti in ferro battuto che lo avrebbero fatto uscire vincente anche da uno scontro con un camion.
Aveva fatto installare sedili in pelle e un navigatore, su cui appariva la mappa stradale premendo semplicemente un bottone. Anche se sapeva come arrivare a Holmen, dov’era la nuova sede del giornale, accendeva sempre il navigatore, godendo quando la metallica voce femminile interrompeva la musica per dire: “Tra cento metri girare a destra.” Considerava il tragitto in macchina uno studio sociologico, dal momento che gli automobilisti intorno a lui erano anche i lettori del suo giornale. La plusvalenza media di una villa a nord di Copenaghen era arrivata a tre milioni di corone, e con l’interesse basso sotto il tre per cento, per la prima volta nella storia era possibile vivere del mattone. Si vedeva dalle macchine. Non era l’unico al volante di una 4x4, e i cerchi in lega scintillavano sulla strada diretta in città.
“Guarda là. Un piccolo uomo su una grande macchina”, era la reazione di tutti i mediocri invidiosi dei giornali di sinistra, che regolarmente scrivevano dello scandalo che una tale fila di ricchi bambinoni girasse a bordo di quei succhia-benzina di fuoristrada nel paese più piatto del mondo. Ma se i moralisti all’antica e i vedevano in quella parata mattutina del lusso una marcia trionfale di autocelebrazione di investitori di borsa, avvocati d’affari, chirurghi plastici, pubblicitari, informatici e speculatori immobiliari, Claes Kielland vedeva progresso, inserzioni e creatori di posti di lavoro.
Non solo avevano rotto con la legge della mediocrità, del non dover mai emergere, l’avevano addirittura sbaragliata. Li conosceva bene lui, loro e i loro sogni. Erano ben altro che piccoli uomini su grandi macchine. Erano gente con una marcia in più. Non erano arrivati così lontano dormendo, erano esigenti, verso il loro ambiente come verso la società.
Volevano liberarsi dell’addizionale d’imposta, volevano l’introduzione di classi d’eccellenza, in modo che i loro figli potessero andare a scuola con altri bambini intelligenti e ben stimolati, non avevano più voglia di stare a sentire tutti quei vecchi presidi sessantottini che disapprovavano gli esami perché nessun bambino aveva mai tratto giovamento da una bocciatura, e ancor meno di ascoltare ancora chiacchiere insulse sull’Africa.
La Danimarca era il paese che pagava ai più deboli i sussidi più alti del mondo, attraverso le tasse. E chi le pagava quelle tasse? Quegli stessi che guidavano intorno a lui nel traffico del mattino. Volevano avere la libertà di sgobbare e di godersi la vita, erano stufi dei sensi di colpa, e adoravano tutti il ministro dell’Integrazione perché portava avanti una politica dell’immigrazione dura ma corretta.
Agli occhi di Kielland, il ministro dell’Integrazione Hanne Hermansen era uno spirito umanitario e il personaggio più vicino alla figura di eroina nazionale che potesse produrre la Danimarca moderna, ed era convinto che i lettori la pensassero come lui. Basta insulsaggini. Basta storie di rifugiati, basta preoccupazioni angoscianti per l’ambiente, basta articoli interminabili su falde freatiche inquinate e sulla tossicità del suolo nelle buche di sabbia degli asili nido nelle vecchie zone industriali di Hvidovre. Volevano notizie dettagliate sull’economia, buoni consigli sui vini, su azioni, arredamento, ville, golf, sport e giardini, e reportage sulla bella vita che si poteva comprare con tutti i miliardi di corone che avevano guadagnato con le loro proprietà immobiliari.
Inoltre i lettori avevano anche figli, perciò storie di persone indaffarate e ambiziose che riuscivano a organizzare la loro vita indaffarata e ambiziosa, nel caso ne arrivassero un certo numero. Per tre settimane il giornale aveva pubblicato una serie di articoli su come evitare di regolarizzare le ragazze alla pari, e come trovare la migliore collaboratrice domestica al prezzo più basso e aveva constatato con soddisfazione che i due giornalisti incaricati di quei servizi avevano ricevuto più e-mail dai lettori di chiunque altro negli ultimi tre anni. Poteva anche darsi che non portasse un gran prestigio scrivere articoli su ragazze alla pari, ma era quello che volevano i lettori.
Il giorno prima era stato al Dansk Management Center, dove aveva tenuto una conferenza per duecento dirigenti dei Giovani industriali su come si dirige un giornale. Li aveva letteralmente conquistati.
“Ai lettori non importa un fico secco di chi scrive gli articoli. Non comprano i giornali per vedersi propinare questo o quel pallino di qualche giornalista con frasi eleganti. Comprano i giornali per essere informati. Gli unici a pensare che si faccia caso all’autore degli articoli sono i giornalisti stessi”, aveva detto, percependo un certo brivido di esultanza nei giovani dirigenti che affollavano la sala.
“Incredibile che abbia il coraggio di dirlo”, si erano sussurrati l’un l’altro.
Fatto sta che era proprio questa la sua scoperta. L’imprenditoria danese era talmente imbevuta di vuota retorica da corsi di aggiornamento e di cliché sulla gestione leale, la gestione umana, la gestione basata sui valori, la gestione etica, la gestione al femminile, la gestione come strumento, la e banalità tipo «lo staff è la nostra risorsa più importante» o «tratta gli altri come vorresti essere trattato tu», che bastava parlar chiaro per essere considerati degli oracoli.
“Questo giornale è stato gestito per troppi anni da giornalisti anarchici, che avevano ciascuno il proprio ordine del giorno, al punto che si è lanciato in tante direzioni quanti erano i giornalisti. Io non lo permetto, e se a qualcuno non sta bene, non ha che da andarsene.”
Ripeteva queste parole con sommo piacere ogni volta che veniva intervistato, negli ambienti imprenditoriali lo ammiravano per il suo coraggio. Nessuno era mai uscito vivo dall’aver voluto imporre ai giornalisti qualsiasi cosa. Claes Kielland non solo era uscito vivo ma, nonostante certo la tiratura in calo, aveva successo economico, e chiunque si presenti al mondo con la convinzione che i giornalisti e i loro stipendi vadano ridotti al corrispondente delle loro competenze e capacità, può contare su un sostegno popolare molto ampio. Questo l’aveva capito.
Per non parlare del sostegno di cui godeva nel consiglio di amministrazione. Lì era considerato un dio. Era stato il primo direttore di un giornale danese ad assicurarsi uno stipendio legato alla produttività e ai profitti. Quest’anno tutto faceva pensare che avrebbe potuto mettersi in tasca sei milioni di corone di bonus.
La Volvo correva sul pavé di Holmen, e lo specchio d’acqua del porto giocava con un bell’effetto di riflessi con le enormi lettere di rame che ornavano la facciata del palazzo del quotidiano.
, com’era stata ribattezzata la vecchia testata dopo che i proprietari tedeschi l’avevano rilevata dalla famiglia dei proprietari, si trovava appena a sud del nuovo teatro dell’opera donato dal grande armatore danese. Disegnata da Holger Mikkelsen, architetto noto nel mondo intero, era un capolavoro cubico in vetro e rame. Battezzato il «Cubetto di ghiaccio» aveva già vinto una marea di premi per come “il maestro della luce ha eccelsamente coniugato la limpida luce nordica con la tradizione scandinava e danese della purezza e della sobrietà.”
Kielland parcheggiò l’auto e fece come sempre le scale a piedi fino all’ottavo piano. Era in forma smagliante.
“Buongiorno Jakob, buongiorno Benedicte, buongiorno Henrik”, strombazzò a voce alta e sonante, inchinandosi e salutando con teatrale cortesia le tre figure di cartone all’ingresso del suo ufficio.
Faceva così ogni mattina, le segretarie ridacchiavano di lui e, quasi un rituale fisso, ripetevano: “Buongiorno Jakob, buongiorno Benedicte, buongiorno Henrik”. Poi scoppiavano tutti a ridere.
Quando, come oggi, era in forma smagliante, Claes Kielland poteva anche arrivare a stringere la mano alle figure di cartone.
“Che matto”, tubò una delle segretarie.
Kielland chiuse la porta del suo ufficio. Che splendida mattina. Era meraviglioso starsene lassù in cima al mondo e spaziare con lo sguardo sopra la distesa del mare e lo skyline della città con tutte quelle sue guglie verderame. Era meraviglioso dirigere un giornale in attivo, meraviglioso leggere gli ultimi dati delle inserzioni pubblicitarie.
Era...




