E-Book, Italienisch, 295 Seiten
Hawke Mercoledì delle ceneri
1. Auflage 2015
ISBN: 978-88-7521-663-4
Verlag: minimum fax
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark
E-Book, Italienisch, 295 Seiten
ISBN: 978-88-7521-663-4
Verlag: minimum fax
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark
Jimmy è un post-adolescente che si è arruolato nell'esercito per capriccio, e passa il tempo a strafarsi coi commilitoni; Christy è una giovane infermiera con la testa sulle spalle - fin troppo, vista la sua tendenza allo scetticismo e all'ipercritica. I due, con un figlio in arrivo, si lasciano, si rimettono insieme, si detestano, si adorano, si sposano e, alla fine di un rocambolesco viaggio in macchina, approdano più confusi che mai nel disfacimento surreale delle strade di New Orleans dopo il Martedì Grasso. Nelle mani di Ethan Hawke, uno degli attori più talentuosi degli ultimi anni, quella che sembra una convenzionale storia d'amore on the road si colora invece di dialoghi convulsi e realistici, gesti e sguardi colti con precisione struggente, puro brio narrativo salingeriano, per dar vita a due personaggi a cui è impossibile non affezionarsi, e a un romanzo che è impossibile abbandonare prima dell'ultima pagina.
Weitere Infos & Material
Ecco a voi Christy Ann Walker
Con uno schiaffo di aria fredda nei polmoni attraversai l’asfalto coperto di ghiaia, mi morsi le labbra e feci quel lungo passo per salire sul pullman della Adirondack Trailways.
O Signore, santo, immortale e misericordioso, aiutami tu.
Mostrai al tizio il biglietto e mi chiesi se capiva che ero incinta. Mi sentivo il respiro di Jimmy dietro le spalle. , lo sentivo sussurrare. . Immaginai le sue dita che mi afferravano il bicipite, mi tiravano, mi facevano girare le spalle verso di lui. Mi incamminai lungo il pullman, un piede alla volta. Pensavo che mi avrebbe chiamata; non l’aveva fatto. Non ne potevo più di piangere. Che avrebbe detto, mi chiesi, una volta scoperto che ero incinta di lui, una volta saputo che me n’ero andata?
Muovendomi fra le due file di sedili, ne scelsi uno a metà del pullman, accanto al finestrino. La tappezzeria era di plastica azzurra e verde sbiadita. Quindici anni prima il pullman era pulito, i colori vibranti. Adesso, era puro squallore. Dentro i braccioli c’erano posaceneri con uno sportellino apribile. Avevo una tale voglia di fumare che mi girava la testa. Aprii la borsa e tirai fuori una gomma da masticare congelata, alla menta, e me la ficcai in bocca. Sentivo ancora Jimmy che mi baciava, il calore della sua lingua. Gli piaceva cominciare il bacio di sbieco, da un lato della bocca. La morbidezza dei baffi e la pelle ruvida del mento mi facevano il solletico. Quando pomiciavamo, mi ritrovavo sempre il collo rosso e irritato.
Quando invece litigavamo, o se avevo paura che se ne andasse, prendevo la mia trapunta e un cuscino e mi mettevo a dormire sulla moquette, con la schiena contro la porta. Ah, cazzo, mi sarebbe mancato per tutta la vita.
Un uomo si sedette accanto a me, facendomi sballottare su e giù nel sedile. Non lo guardai nemmeno. Mandava un leggero odore. Io volevo stare sola. La plastica del sedile era dura e fredda. Il cuscino, pensai: mi sono scordata il cuscino. Il motore del pullman emise quei suoi lunghi sospiri, le ruote cominciarono piano piano a girare, il mondo che conoscevo iniziò ad allontanarsi, e in quell’istante morii.
Tu non sei niente, mi ripetei come una ninna nanna, e mi sentii meglio. Feci un respiro profondo e mi passai le dita fra i capelli.
Niente di quello che potrai mai fare avrà importanza. La tua vita, e quella della gente su questo pullman, non ha più importanza di quella degli alberi là fuori. I lombrichi sono importanti quanto te. Tutte le nostre vite sono destinate a passare. La vita di mio figlio inizierà e finirà, come quella di mia nonna. Un giorno questo pullman si ritroverà in cima a un cumulo di altri pullman, e nessuno saprà mai che sono stata seduta qui. Quando morirò, la mia storia si mischierà a una tale massa di altre storie che la mia voce verrà assorbita in quel coro senza che nessuno la senta mai. Tu non sei niente. Non c’è niente di importante.
Me lo ripetei cento volte. Persi ogni coscienza della mia identità. Per un attimo fui morta.
Quello che mi fa incazzare è che non era la prima volta che morivo.
Partimmo e attraversammo la città. C’erano ancora cumuli di neve lungo i marciapiedi, neri e fuligginosi per via dei gas di scarico delle macchine e altra immondizia assortita. I semafori ondeggiavano al vento. Tutta Albany era coperta da una patina invernale di sporcizia.
Ero sveglia da sette ore e ancora non avevo fumato neanche una sigaretta.
L’uomo accanto a me si mosse sul sedile. Era un bell’uomo, di colore, dalla pelle molto scura. Mandava effettivamente un leggero odore, non cattivo, ma delicatamente salato, come mi immagino che sia quello di un deserto. Aveva la pelle di un nero profondo come la notte e le mani forti, striate di vene che si vedevano pulsare leggermente. Portava un paio di occhiali da sole con le lenti a specchio verde scuro. La luce bianca di febbraio gli batteva forte in faccia ma dei suoi occhi non vedevo nulla, solo gli zigomi alti e, riflesse nelle lenti, le immagini della luce in movimento all’esterno.
Il pullman andava piano. L’unico momento in cui sembro tranquilla, e sento svanire dolcemente il mio costante prurito sottopelle, è quando sono in movimento. Sotto questo aspetto sono come una neonata. Fra i miei ricordi preferiti c’erano i momenti passati sul sedile di vilpelle nera della Chevrolet Nova di Jimmy mentre andavamo ad affittarci un film. Nella sua macchina non c’è niente da fare. Si sentivano solo il brusio dell’asfalto sotto le ruote e la vibrazione del motore. Tutto il resto poteva aspettare fino a quando arrivavamo al videonoleggio.
Il pullman fece una breve sosta a un casello e imboccò la rampa per la statale 87.
Feci un altro respiro profondo, cercai di rilassare le spalle, mi voltai e guardai fuori dal finestrino. La Nova di Jimmy è tutta argentata con due strisce nere al centro, come una macchina da rally. Era difficile trattenersi dal cercarla. Vedevo un mio debole riflesso nel vetro. Mi ero tagliata i capelli e me li ero tinti di nero corvino. Mi davano un’aria più matura, ma sotto mi sentivo ancora una ragazzina. Cercai di stare seduta perfettamente immobile, senza parlare. Decisi di non aprire bocca per tutto il viaggio.
L’uomo accanto a me si tolse uno dei giubbotti che aveva addosso, frugò nello zainetto sotto il sedile, mi urtò bruscamente parecchie volte e quando si tirò su aveva in mano una grossa lattina di birra avvolta in un sacchetto di carta marrone. Fra il pollice e l’indice, a inchiostro verde sulla pelle nera, aveva tatuata una mezza luna. Si vedeva appena.
Borbottò impercettibilmente qualche parola di quella che sembrava una preghiera di ringraziamento e aprì la lattina. La birra fece uno schiocco e spruzzò fuori, colandogli in grembo, ma lui non si scompose. Si asciugò i pantaloni con la mano, come se niente fosse.
Stava guardando dritto di fronte a sé, ma in qualche modo si accorse che lo osservavo. «Vai fino a Manhattan?» mi chiese.
Aveva la voce più acuta di quanto mi sarei immaginata, non delicata o fragile, ma vulnerabile e calda. Portava un berretto di lana grossa a maglia larga e un gilet imbottito sopra una giacchetta di tela. La lampo della giacchetta era tirata su fino al mento; sotto intravedevo il collo di un dolcevita grigio. Aveva una piccola cicatrice sulla fronte, sopra l’occhio destro. Da dietro gli occhiali vedevo sbucare la sommità delle sopracciglia ispide. A un dito portava un grosso anello d’argento con il motto PROTEGGIMI DAI MIEI DESIDERI. Il viso e il corpo erano grandi e potenti ma anche teneri e rotondi. Era grosso, più alto di me. Pesava molto, si capiva subito. Portava i baffi tagliati corti, come quelli di Jimmy, solo che era un tipo di pelo completamente diverso. Quelli di Jimmy crescono un po’ a chiazze. Non vuole sentirselo dire, ma è così.
«Sì, come prima cosa vado a Manhattan» dissi, cercando di essere laconica senza sembrare ostile. La luce adesso si era spostata e mi batteva direttamente in faccia.
«E dopo?» chiese lui.
«In Texas» dissi, abbandonando il mio voto del silenzio.
«Se non vuoi parlare ti lascio in pace» continuò. «Voglio dire, non è che ho tutto questo bisogno di parlare». Si girò e mi guardò. Ancora non riuscivo a vedergli gli occhi. «Anzi, se potessi cambiare una sola cosa di me, vorrei smettere del tutto di parlare».
Non disse altro. Aprii e richiusi lo sportellino del posacenere.
«Perché?» chiesi alla fine. Avevo le mani ancora fredde. Me le riscaldai premendomele sottosopra sul collo, come se mi stessi strangolando.
«Be’, perché non ho mai detto niente di veramente importante in vita mia». Sorrise. «Posso fare bla bla bla con la bocca, per dire alla gente come , per chiedere come , ma significa soltanto riempire il mondo di altro rumore». Sedeva perfettamente immobile, con le mani al centro del grembo che sorreggevano delicatamente la lattina di birra.
Una volta ero andata a letto con un nero. Era magro e nevrotico, non assomigliava affatto a questo tizio.
«È bello trovare qualcuno che ti capisce» dissi piano.
«Grazie» rispose lui. Non sapevo bene cosa intendesse.
Rovistai nella borsa, tirai fuori un pacchetto di cerini e cominciai a sfregarmene nervosamente un angolo fra i denti. Questo è un vizio che ho sempre avuto: usare come stuzzicadenti oggetti improbabili. A Jimmy dà fastidio. Lui si mette le dita nelle orecchie e poi se le annusa. Per quanto mi riguarda, è il vizio più strano che abbia mai visto.
«Io, se potessi, smetterei anche di pensare» dissi sottovoce.
«Vorresti essere come un animale?» Si voltò di nuovo a guardarmi. Io non vedevo altro che le sue lenti verdi e un riflesso deformato di me stessa.
«Be’, sì; come un animale buono. Un gufo, o qualcosa del genere».
«Perché, i gufi sono buoni?»
Io annuii. Ci fu una lunga pausa. Lui si voltò e...




