E-Book, Italienisch, 780 Seiten
Reihe: Asia
Harper Asia ribelle
1. Auflage 2024
ISBN: 978-88-6783-507-2
Verlag: ADD Editore
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark
Assalto agli imperi e rivoluzione globale
E-Book, Italienisch, 780 Seiten
Reihe: Asia
ISBN: 978-88-6783-507-2
Verlag: ADD Editore
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark
«Come può liberarsi dal terrore chi dal terrore è oppresso? Come possono gli schiavi ottenere la libertà? Ecco la risposta: con la 'Bomba'.» Così recitava un pamphlet anonimo del 1913, di autore indiano, a metà fra il manuale bellico e l'esortazione alla rivolta. A inizio Novecento l'Asia coloniale - l'immensa rete di località marittime, passi montani, piantagioni e vie d'acqua compresa tra l'oceano Indiano e le coste orientali cinesi - è una polveriera pronta a mandare in frantumi gli imperi europei. Da Bombay a Shanghai, da Singapore a Manila, le banchine dei porti e i transatlantici che fanno la spola dall'Europa diventano la via d'accesso di idee anarchiche e marxiste, oltre che il teatro di un continuo scambio di personalità, traduzioni, ricette politiche tanto varie quanto originali. I pellegrini di questo sottosuolo antimperiale - come il futuro Ho Chi Min e la nemesi di Gandhi, M.N. Roy - convergeranno in una nuova Mecca, la Mosca dei primi anni Venti, per poi diffondere in Asia il verbo di un mondo che non è più lo stesso. Terroristi, ammutinati, femministe con i capelli a caschetto, doppiogiochisti, tipografi clandestini, facinorosi che s'imbarcano come marinai: tra fonti d'archivio, stampa dell'epoca e documenti privati, Tim Harper ripercorre nel suo libro-mondo le traiettorie avventurose degli uomini e delle donne che gettarono le basi di una nuova idea di Asia.
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PREMESSA
Questo libro è la storia di una grande ondata rivoluzionaria che prese il via nei primi anni del XX secolo e sfociò in un crescendo di proteste, rivolte e guerre nel biennio 1925-1927, attraversando tutta l’Asia. Le battaglie per l’indipendenza dal dominio straniero di India, Sudest asiatico e Cina – dunque della maggior parte dell’umanità – sono interpretate come un attacco coordinato agli imperi. Il punto di vista è quello di chi, in condizione di esilio, esportò la lotta in luoghi spesso lontani dal Paese di origine, in cerca di alleanze in grado di innescare una rivoluzione mondiale che auspicabilmente avrebbe visto l’Asia come pioniera. L’approccio del volume è dunque globale. A partire dagli anni Venti del Novecento le strade di molti rivoluzionari asiatici, dopo essersi incrociate in Europa e nelle Americhe – ovvero nel cuore di quegli imperi che miravano a rovesciare –, trovarono una convergenza in Unione Sovietica e infine fecero di nuovo rotta verso l’Asia, quando il continente si trovò in prima linea nella rivoluzione mondiale.
Uno degli obiettivi di una storia di questo tipo è dilatare la nostra percezione del tempo e dello spazio, spostare il centro della narrazione e osservare gli avvenimenti più importanti con occhi nuovi.1 Nonostante nel periodo considerato si siano succeduti alcuni tra gli eventi fondamentali del Novecento – la Grande guerra, la Rivoluzione bolscevica e la fine degli imperi –, le tappe principali del racconto sono scandite in modo da spostare la nostra attenzione dal centro di questi processi. Le storie nazionali con cui abbiamo familiarità potranno a volte sembrare distanti. I personaggi di maggiore spicco dell’Asia moderna – Sun Yat-sen, Gandhi, Sukarno e Mao Zedong – hanno tutti un ruolo, ma non sono necessariamente i protagonisti. Ho scritto dalla prospettiva di attori diversi, molti dei quali oggi trascurati dalle storie nazionali, partendo da ciò che sapevano, vedevano o pensavano sarebbe stato possibile. Ricostruendo le loro vicende, ho cercato di non indulgere troppo nel giudizio postumo dello storico. Con il senno di poi, molti potrebbero sembrare degli sconfitti; invece, con i loro trionfi, i fallimenti e le avversità che hanno attraversato, hanno segnato a fondo il futuro dell’Asia.
Questo libro fornisce consapevolmente una visione eccentrica, nel senso più letterale del termine, della storia asiatica, traccia la geografia ribelle della rete clandestina dei rivoluzionari asiatici, descrivendone le traiettorie e illustrando come certi contesti abbiano contribuito alla nascita di nuove idee e strategie di lotta. Racconto di vite vissute negli interstizi degli imperi, di battaglie in cui lo Stato nazionale non era il fine ultimo e nemmeno l’ordine naturale del mondo futuro. Sebbene gran parte dei protagonisti del libro si trovassero su posizioni assai distanti, spesso in violento contrasto, in tutti era vivo l’impegno per una «nazione umana mondiale», secondo la definizione del giornalista, scrittore e militante indonesiano Mas Marco Kartodikromo. Questi intellettuali sottolineavano con particolare enfasi di vivere in un’epoca di transizione, in un tempo e in uno spazio tra l’impero e la nazione. O forse, per essere più precisi, all’impero e alla nazione. Mas Marco Kartodikromo e i suoi contemporanei celebravano un «mondo in movimento» e un «mondo sottosopra».2 Parole che rimandavano a un’idea di Asia – e del mondo nel suo complesso – più aperta di quanto non fosse mai stata e forse non sarebbe stata mai più.
Le ricerche per mi hanno spinto oltre i limiti delle mie capacità linguistiche; un problema inevitabile, considerate le vicende che volevo raccontare, e una condizione analoga a quella in cui si sono trovati tanti personaggi di questo libro. La traduzione, per quanto sia un processo cruciale in questa storia, ha i suoi limiti e le sue mancanze. Ho cercato di essere sempre coerente nei toponimi, usando in linea generale la loro forma moderna. Nel caso della Cina ho usato il , anche se con alcune eccezioni; per esempio, ho preferito Canton a Guangzhou. Inoltre, ho usato le denominazioni tradizionali – Batavia anziché Jakarta, Calcutta anziché Kolkata, e così via – in tutti i casi in cui il nome moderno sarebbe risultato anacronistico per indicare quelli che al tempo erano precisi spazi coloniali o semicoloniali.
Per i nomi propri, nel caso della Cina ho optato in larga misura per il , conservando la vecchia traslitterazione solo quando agire diversamente avrebbe generato confusione: è il caso di Sun Yat-sen, Chiang Kai-shek e Kuomintang. Analogamente, ho seguito quasi sempre l’uso contemporaneo per i nomi dell’Asia meridionale e del Sudest asiatico. Non sono uno specialista del vietnamita né del giapponese, dunque ho ridotto al minimo i segni diacritici. L’uso degli pseudonimi, diffusissimo tra i ribelli in clandestinità, costituisce per lo storico un’ulteriore sfida. Per esempio, l’uomo che intorno al 1905 era noto come Nguyen Tat Thanh diventa «marinaio Ba», poi Nguyen Ai Quoc, Ly Thuy e Sung Mun Cho, per citare soltanto alcune delle sue molteplici identità. In seguito ricomparirà con il nome con cui è passato alla storia. Altri esempi sono Ibrahim/Tan Malaka, e Naren/reverendo C.A. Martin/M.N. Roy. Di solito ho mantenuto lo pseudonimo usato in un determinato periodo. Per guidare lettori e lettrici, nell’indice analitico sono presenti i riferimenti incrociati.
Il lavoro degli storici, in tutta la sua complessità, è simile a quello dei poliziotti coloniali, che dei ricercati, prima di vederli di nuovo sparire nelle tenebre, avevano solo fugaci apparizioni e spesso non riuscivano nemmeno a identificarli correttamente. Ho consultato gli archivi delle principali potenze coloniali – Regno Unito, Francia e Paesi Bassi – e della polizia municipale di Shanghai, sebbene da tempo gli storici abbiano svelato come queste fonti, per quanto appetibili, siano fuorvianti nella loro falsa pretesa di autorità. I rapporti di polizia riportavano spesso soltanto le voci raccolte da spie prezzolate. Era un mondo di professionisti della dissimulazione, e gli interrogatori erano vere e proprie messinscene studiate in anticipo per offrire una versione implicitamente condivisa dei fatti, soprattutto quando i detenuti diventavano informatori. Ho cercato di trasmettere l’idea di ciò che all’epoca si sapeva o non si sapeva, di ciò che appariva controverso o distorto e, ancora più importante, di ciò che si riteneva vero. Mi ha molto colpito il rapporto simbiotico, spesso intimo, che si creava tra le forze dell’ordine internazionali e la resistenza anticoloniale, di quanto l’uno abbia favorito l’esistenza stessa dell’altro. I rivoluzionari cercavano ossessivamente di stringere legami in ogni parte del mondo per portare avanti le loro lotte, e la polizia cercava ossessivamente di svelare quei legami per dimostrare l’esistenza di cospirazioni e complotti internazionali. Plasmandosi a vicenda, hanno messo in moto gli eventi.
È paradossale che alcune delle vite vissute in clandestinità nel sottosuolo dell’impero siano anche tra le meglio documentate della loro epoca. Il fascicolo relativo a Nguyen Tat Thanh conservato alle Archives nationales d’outre-mer di Aix-en-Provence occupa diversi scatoloni pieni di relazioni scritte su carta sottilissima, copie di lettere private, traduzioni delle opere e reperti di varia natura, stralci di conversazioni, confessioni dei compagni e informazioni ottenute dai suoi nemici, tutto materiale impossibile da trovare altrove. Documenti che andrebbero consultati in parallelo a quelli custoditi negli archivi del Comintern a Mosca, di cui ho potuto leggere le copie presenti in Europa occidentale e in varie pubblicazioni, ma anche alle numerose testimonianze di chi ha raccontato l’esperienza propria o di altri, per fissare il proprio ruolo negli eventi e ricordare i martiri. Gli archivi di questi individui senza patria si trovano in luoghi fondamentali come l’Istituto internazionale di storia sociale di Amsterdam.
Sono perfettamente consapevole, scrivendo questo libro, di sedere sulle spalle di illustri studiosi, in particolare dei biografi che hanno ricostruito, spesso da lontano, queste vite «disprezzate e dimenticate» in epoche in cui era un’impresa tutt’altro che semplice rispetto a oggi. Rendo omaggio al loro lavoro nelle note in fondo al volume. A differenza di molti autori prima di me, ho potuto approfittare degli archivi in rete e di potenti strumenti di ricerca digitali. La tecnologia spalanca nuove possibilità per la storia delle reti globali, ma al tempo stesso, essendo guidata dalle scelte dello storico, deve tener conto dei contesti locali, della trama dei luoghi e della concretezza della mobilità umana.3 Ho ben presente che per ogni percorso che ho deciso di seguire, altri mi avrebbero condotto in nuove direzioni.
Il cuore del volume è il tentativo di ricostruire quella rete di legami interni che hanno plasmato le sorti dell’Asia in età contemporanea. Sono tornato indietro nel tempo rispetto ai due volumi scritti a quattro mani con Christopher Bayly, in cui si raccontano le guerre e le rivoluzioni nell’Asia meridionale e nel Sudest asiatico dopo il 1941.4 Anche...




