E-Book, Italienisch, 185 Seiten
Reihe: Narrativa
Gustafsson Storie di gente felice
1. Auflage 2020
ISBN: 978-88-7091-991-2
Verlag: Iperborea
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark
E-Book, Italienisch, 185 Seiten
Reihe: Narrativa
ISBN: 978-88-7091-991-2
Verlag: Iperborea
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark
Può esistere la felicità in un mondo preconfezionato, fatto di cose che fingono di essere desiderabili, in una società così complessa che contro i suoi mali e i suoi problemi ci limitiamo ad assicurarci, avendo perso ogni illusione di risolverli? Il mondo è davvero così vecchio che tutto è già stato pensato, o siamo noi che siamo stanchi, che chiamiamo verità la rassegnazione e definiamo irreale tutto ciò che speriamo? Forse è più ottimista di quanto non sembri la visione di Gustafsson in questi racconti inediti del periodo d'oro della sua creatività, conferma di quel talento narrativo che, mescolando erudizione e immaginazione, filtrando questioni filosofiche con humour e leggerezza, gli è valso l'epiteto di «Borges del Nord». Un ricercatore inviato in Cina durante la Rivoluzione culturale che trova la soluzione di un problema ingegneristico meditando i pensieri di Mao, la notte insonne di un fisico sperimentale che scopre sull'elenco telefonico di Göteborg che forse è ancora viva la prima fidanzata morta da tempo, un incontro in un bar di Atene che ridà l'occasione di vivere il grande amore della vita: scienziati, artisti, musicisti, filosofi - lo stesso Nietzsche compare tra i protagonisti - si muovono tra Svezia e Cina, Texas e Italia, in un universo cosmopolita visto con l'occhio disincantato di chi conosce gli interrogativi della scienza così come i riti della società e i meccanismi dei sentimenti. Ogni personaggio, attraverso la memoria, il sogno o l'immaginazione, vive un momento di epifania, l'illuminazione di un angolo nuovo da cui guardare la sua situazione che apre una crepa nel muro della realtà, una via di fuga verso un passato o un futuro dove tutto resta possibile, compresa la felicità.
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Le quattro ferrovie di Iserlohn
1
Iserlohn, una città inaspettatamente ospitale in una regione montuosa vicina al confine con la Francia, aveva, nell’inverno di insolito rigore e di ancor più terribili nevicate del 1979, almeno quattro diverse ferrovie.
Tutt’e quattro avevano soltanto un contatto occasionale e, per così dire, puramente spirituale tra loro. È difficile dire quale fosse la più importante: dipende tutto da quale prospettiva lo si guarda e soprattutto dalla prospettiva di chi.
E in generale forse non è importante che tutto debba essere importante.
Di queste quattro ferrovie, ce n’era in realtà una sola che non lasciava mai la città.
Ha una sua spiegazione, e ci arriveremo presto.
La storia inizia però un bel po’ prima di quell’inverno nevoso del 1979, talmente nevoso, in effetti, che per un paio di settimane in gennaio si poteva addirittura scendere in sci dalle alture boscose fuori città dritto fino alla Mendener Strasse. I giornali erano pieni di lettere indignate al direttore, in cui la gente si lamentava dell’enorme quantità di neve e delle strade male sgomberate e cosparse male di sabbia.
Molti lettori si chiedevano a ragione cosa diavolo sarebbe successo se una vera calamità naturale avesse colpito Iserlohn, quando una semplice nevicata di qualche giorno poteva evidentemente provocare un tale disagio.
Ma nell’ottobre del 1978 nessuno poteva ancora immaginare che l’inverno sarebbe stato così rigido.
Era una stagione del tutto normale, con le mele che maturavano e i boschi che assumevano gradualmente quel colore dorato così caratteristico dei querceti e faggeti della regione, quando l’autunno finisce per insediarsi in pieno con la sua luce intensa e le sue giornate sempre più corte.
L’aria era ancora decisamente calda quando arrivai a Iserlohn, in uno dei miei numerosi viaggi alla fine degli anni Settanta.
Nessuno venne a prendermi alla stazione, e trascinai da solo la mia valigia dannatamente pesante, la mia borsa da tennis e la mia macchina da scrivere sempre più usurata fino al Zum Alten Post, l’unico albergo decente della città, ed ero già in un bagno di sudore prima ancora di raggiungere finalmente l’ombra della hall.
Maledissi gli organizzatori della mia visita che non avevano avuto il buon gusto di venire a prendermi alla stazione né di prenotarmi una stanza.
Il mio nome non compariva nel registro. Grazie al cielo però c’era posto, e presto fui finalmente sotto la doccia.
Avevo viaggiato parecchio nelle ultime settimane. Le stanze d’albergo erano state la mia camera notturna, ma il mio studio era ogni giorno uno scompartimento di treno diverso, ora su una linea ora su un’altra. Mi ero fermato a Basilea e a Zurigo, avevo trascorso qualche giornata calda e meditabonda a Vienna, seduto con i miei appunti a vari caffè, mentre già si profilava all’orizzonte Berlino sulla via di casa – sì, era un viaggio ampio e labirintico, per una serie di letture pubbliche di un mio romanzo appena pubblicato in tedesco.
Fatta la doccia e indossati vestiti passabilmente decenti e leggeri, uscii a fare un giro in città per guardarmi un po’ intorno. Abbandonai la zona dei negozi del centro, che a dire il vero non era niente di speciale, e mi arrampicai lungo le vie ripide bordate di alberi che formavano piacevoli arcate di un rosso autunnale sopra i silenziosi selciati.
Camminavo pensieroso, meditando problemi unicamente miei, quando a un tratto mi venne in mente che forse avrei dovuto tornare all’albergo per informarmi sugli ospiti dell’incontro di quella sera.
Erano già le sei – ora in cui normalmente ero seduto a cena con qualche notabile della cultura locale a discutere della vita letteraria in Europa. Era davvero strano che non si fosse fatto vivo nessuno.
Più o meno nello stesso istante mi resi conto che dovevo essermi perso. Mi ero chiaramente dimenticato dove stavo andando, cioè mi ero dimenticato di memorizzare gli incroci.
Proprio nell’attimo in cui cominciavo a perdere le speranze – tutte le strade parevano tornare con monotona ostinazione sempre allo stesso posto, una specie di piazza o giardinetto con una tranquilla fontana, grandi alberi frondosi e ville patrizie con le persiane verdi – capii che dovevo entrare in una di quelle case.
La più grande aveva l’aria di ospitare qualche genere di ufficio. Solo dopo che il pesante portone di rovere si richiuse alle mie spalle, mi fu evidente che mi trovavo in un conservatorio.
Un lungo corridoio con tante porte e una musica diversa dietro a ognuna.
Da una porta veniva la dolce, esitante introduzione di una sonata in trio di Bach, da un’altra il suono di una viola che interpretava, in modo un po’ distaccato e astratto, la sua parte in uno dei quartetti per archi di Brahms, e da una terza porta la suite per violoncello n. 2 di Bach.
Scelsi la suite. Bach è sempre stato il mio preferito.
C’era una ragazza china sopra il suo violoncello, un po’ pesante, un po’ malinconica, con un atteggiamento quasi materno nei confronti dello strumento. Ho sempre trovato che ci sia qualcosa di eccitante, di erotico nelle ragazze che suonano il violoncello, il loro modo di stabilizzare lo strumento con la coscia sinistra mi ha sempre affascinato.
Ma questa ragazza, che per il resto non era niente male con i suoi lunghi capelli castani, trattava il violoncello come se fosse un figlio.
Si interruppe nel bel mezzo di un passaggio particolarmente arrischiato dell’Allemanda e mi fissò a lungo e con attenzione. Si sarebbe quasi potuto credere che mi aspettasse. Non pareva affatto stupita che io infilassi dentro la testa, se mai era sorpresa del mio aspetto.
«Non somiglia per niente ai suoi ritratti», disse.
«La maggior parte delle mie foto che circolano qui in Germania sono un po’ vecchie», spiegai.
«Avrebbe anche potuto mandarne di più recenti», obiettò lei.
«Sono abbastanza soddisfatto del mio aspetto così com’è», replicai. «Non sono mai stato bello, ma neanche ho mai preteso di esserlo. Alcuni amici sostengono che io abbia un aspetto “piacevole”. Vorrà dire, suppongo, che ci hanno fatto l’abitudine.»
«Okay», concluse lei, più o meno come se fosse arrivata a una conclusione. «Adesso andiamo in città a farci una birra. Possiamo sempre scambiare due chiacchiere, no? Non è qui in macchina, mi pare di capire.»
Depose con decisione il violoncello e chiuse lo spartito della suite di Bach. Quando si alzò in piedi parve di colpo un po’ più vecchia. Ma rimaneva difficile indovinare se avesse trenta o trentacinque anni.
Aveva rughe sottili intorno agli occhi, quelle che io uso chiamare «umoristiche». Infilò un cappotto semplice ma di buon gusto, mi fece un segno che significava qualcosa tipo «un attimo, devo sbrigare una faccenda antipatica», e scomparve in una stanza, dove palesemente si mise a litigare con una certa furia con qualcuno che forse era il suo capo. Che ne so?
«Okay», ripeté quando riapparve, questa volta con un che di gelido nella voce. «Sono pronta. Ora possiamo andare. Andiamo in un buon Kneipe che conosco.»
A questo punto ero ormai così affascinato che avevo del tutto dimenticato la mia serata di pubblica lettura. O forse ero già riuscito a illudermi che quella giovane donna forte e vitale avrebbe saputo risolvere il problema di trovare quei dannati organizzatori e la libreria, la scuola o forse la biblioteca dove si presumeva che io comparissi a leggere dal mio libro. Scese il crepuscolo, si accesero i lampioni e la sua piccola Volkswagen ronzò decisa giù per le discese di Iserlohn.
Il tutto era molto piacevole.
Il famoso Kneipe non aveva niente di speciale, a parte lo spillatore più bello che avessi mai visto in vita mia. Sarebbe valsa la pena di andare a Iserlohn solo per vedere quella meraviglia. Era maestoso nella luce fredda che irradiava dalla sua ceramica blu, evocando il periodo di massimo splendore dell’arte islamica d’Oriente e le fredde moschee azzurre sulla via per il Bengala. Isfahan avrebbe potuto essere orgogliosa di uno spillatore del genere.
Le chiesi se potevo offrirle qualcosa.
«Grazie, una chiara piccola.»
Il barista schiumò la birra con estrema lentezza e cura. Avevo la sensazione, ma naturalmente è possibile che mi sbagliassi, che per tutta la durata dell’operazione ci osservasse.
Nel frattempo era entrato un uomo di una certa età, con indosso un impermeabile liso e una tipica coppola inglese. Si guardò intorno e poi venne a sedersi da noi.
«Scusate il disturbo», disse, «ma non c’è posto a nessun altro tavolo. Sto molto attento a non disturbare gli altri nei locali pubblici, meno che mai una coppia di innamorati.»
«Oh, non disturba affatto», mi affrettai a rispondere, per evitare qualsiasi malinteso.
La mia giovane accompagnatrice non sembrava del tutto d’accordo.
«È arrivato in treno?» seguitò l’uomo.
«Sì, col treno delle tre», confermai.
«Allora ho avuto la sua vita nelle mie mani», replicò lui. «Sono un ferroviere specializzato nella circolazione. Sto nella cabina di comando dei segnali. Abbiamo la responsabilità del controllo remoto di tutte le sezioni di blocco fino a Gütersloh.»
«Ah, fino a Gütersloh», dissi io. «Santo cielo. Potrebbe ripetere quest’ultima cosa?»
«Abbiamo la responsabilità del controllo remoto…»
«No, solo l’ultima parola», l’interruppi. «Che nome ha...




