E-Book, Italienisch, 286 Seiten
Reihe: minimum fax musica
Gordon Girl in a band
1. Auflage 2022
ISBN: 978-88-3389-400-3
Verlag: minimum fax
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark
L'autobiografia
E-Book, Italienisch, 286 Seiten
Reihe: minimum fax musica
ISBN: 978-88-3389-400-3
Verlag: minimum fax
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark
Simbolo di un'intera generazione di donne, in Girl in a Band Kim Gordon ci fa rivivere il suo percorso da ragazza a donna, da musicista ad artista. Fondatrice, insieme al marito Thurston Moore, dei Sonic Youth, iconica band che ha costruito un nuovo vocabolario musicale - aprendo la strada a Nirvana, Smashing Pumpkins e molti altri tra cui, in Italia, ai Marlene Kuntz - Kim Gordon ci regala un memoir che racconta, con profonda sincerità, la sua storia pubblica e privata: dagli anni di formazione nella West Coast alla schizofrenia del fratello maggiore Keller, fino all'incontro con il mondo dell'arte, della moda e del cinema. E ai rapporti con gli altri musicisti, fittissimi: da Kurt Cobain, raffigurato come un fascio di furia e dolcezza, a Jeff Koons e Billy Corgan, che «non piacciono a nessuno», passando per Neil Young e il suo chitarrista Poncho Sampedro, che invece sono «ok». Girl in a Band è il racconto in parole delle immagini e dei suoni di un mondo colto in un momento di profondo cambiamento: il viaggio straordinario di un'artista e con lei di un'attitudine che sta ancora influenzando la nostra cultura.
Weitere Infos & Material
LA FINE
Quando siamo apparsi sul palco per il nostro ultimo concerto, gli unici protagonisti sembravano i maschi. Da fuori sembravano più o meno uguali a com’erano stati negli ultimi trent’anni. Dentro era tutt’altra storia.
Thurston ha dato due pacche sulla spalla al nostro bassista Mark Ibold ed è avanzato a grandi passi sul palco, seguito da Lee Ranaldo, il chitarrista, e poi da Steve Shelley, il batterista. Ho trovato il suo gesto così fasullo, così infantile, così poco reale. Thurston conosce un sacco di gente, ma con i pochi amici maschi non ha mai parlato di cose personali e non è mai stato il tipo che dà pacche sulle spalle. Era un gesto per dire al mondo:
Io sono uscita per ultima, volevo mettere un po’ di distanza tra me e Thurston. Ero stremata e guardinga. Steve si è seduto alla batteria come un padre dietro la scrivania. Il resto di noi ha imbracciato gli strumenti come un battaglione, un esercito che voleva solo bombardare e chiuderla così.
L’acqua scendeva giù obliqua e incessante. La pioggia del Sud America è come la pioggia di qualunque altro posto, e ti fa anche lo stesso effetto.
Dicono che quando un matrimonio finisce le piccole cose di cui non ti eri mai accorto prima ti mandano praticamente fuori di testa. Mi ero sentita così per tutta la settimana, ogni volta che Thurston era nei paraggi. Forse per lui era lo stesso, o magari aveva la testa da un’altra parte. Francamente nemmeno volevo saperlo. Fuori dal palco non faceva che mandare sms e si aggirava intorno a noi come un ragazzino esagitato in preda ai sensi di colpa.
Dopo trent’anni, quello era l’ultimo concerto dei Sonic Youth. Lo SWU Music & Arts Festival si svolgeva a Itu, appena fuori San Paolo, in Brasile, a diecimila chilometri da casa nostra in New England. Era un evento di tre giorni, trasmesso dalla tv sudamericana e anche online in streaming, con grosse aziende tipo Coca-Cola o Heineken a fare da sponsor. Gli artisti di punta erano i Faith No More, Kanye West, i Black Eyed Peas, Peter Gabriel, gli Stone Temple Pilots, Snoop Dogg, i Soundgarden, gente così. Probabile che i meno famosi fossimo noi. Uno strano posto dove finire le cose.
Negli anni avevamo suonato a un sacco di festival. Li vedevamo come un male necessario, anche se non fare il soundcheck prima di suonare aggiungeva un tocco di adrenalina, del tipo: o la va o la spacca. I festival significano camper e tende nel backstage, attrezzatura e cavi elettrici dappertutto, bagni chimici che puzzano, e a volte imbatterti in musicisti che ti piacciono personalmente o professionalmente ma senza mai riuscire a conoscerli, o a parlarci. Capita che l’attrezzatura si rompa, che ci siano ritardi, che faccia brutto tempo. Ci sono volte che dai monitor non riesci a sentire un tubo, ma tiri dritto e cerchi di fare arrivare la tua musica a quella marea di gente.
I festival significano anche concerti molto brevi. Quella notte avremmo chiuso definitivamente la faccenda con settanta minuti di adrenalina, proprio come avevamo fatto nei giorni precedenti ai festival in Perù, Uruguay, Buenos Aires e Cile.
La differenza rispetto ai tour e ai festival passati era che io e Thurston non ci parlavamo. In tutta la settimana avremo scambiato sì e no quindici parole. Dopo ventisette anni di matrimonio, le cose tra noi erano andate in malora. Ad agosto gli avevo chiesto di andarsene da casa nostra in Massachusetts, e lui se n’era andato. Aveva preso un appartamento in affitto a due chilometri di distanza e faceva avanti e indietro da New York.
La coppia che tutti avevano creduto perfetta, normale, eternamente intatta, quella che dava ai musicisti più giovani la speranza di riuscire a sopravvivere alla follia del mondo del rock’n’roll, adesso era solo l’ennesimo cliché del fallimento di una relazione adulta: un uomo in crisi di mezz’età, un’altra donna, una doppia vita.
Quando il tecnico gli ha passato la chitarra, Thurston ha finto di essere sorpreso. A cinquantatré anni, era sempre il ragazzino arruffato e pelle e ossa del Connecticut che avevo conosciuto in un locale di downtown a New York quando lui aveva ventidue anni e io ventisette. Più tardi mi aveva detto che gli piacevano le mie lenti da sole che si sollevavano. Con i jeans, le scarpe Puma vecchio stile e la camicia bianca di cotone fuori dai pantaloni, sembrava un ragazzo congelato in un diorama, un diciassettenne che non voleva essere visto in compagnia di sua madre, né di qualunque altra donna, se è per questo. Aveva labbra alla Mick Jagger, e braccia e gambe dinoccolate da non sapere che farci, e quella cautela tipica degli uomini alti che non vogliono soverchiare gli altri con la loro statura. I lunghi capelli castani gli nascondevano il viso, e la cosa sembrava piacergli.
Quella settimana è stato come se fosse tornato indietro nel tempo, cancellando i nostri quasi trent’anni insieme. «La nostra vita» per lui era tornata a essere «la mia vita». Era di nuovo un adolescente perso nel suo sogno, e quel suo modo sfacciato di recitare la parte della rockstar sul palco mi dava ai nervi.
I Sonic Youth sono sempre stati una democrazia, ma ognuno di noi aveva comunque il proprio posto. Io mi mettevo al centro del palco. All’inizio non era così e non mi ricordo esattamente quand’è che è cambiato. Era una coreografia che risaliva a vent’anni prima, a quando i Sonic Youth avevano firmato con la Geffen Records. Lì avevamo capito che per le etichette discografiche di lusso la musica è importante, ma molto dipende dall’aspetto della ragazza. La ragazza tiene il palco, cattura gli sguardi degli uomini, e, se è abbastanza sfacciata, ricambia fissando il pubblico.
E poi la nostra musica poteva risultare strana e dissonante, e con me al centro del palco magari il gruppo era più accettabile. Ma come gruppo indie non c’eravamo mai mossi così, e io sono sempre stata consapevole di non reggere troppo la prima fila.
A fatica sono riuscita ad arrivare alla fine della prima canzone, «Brave Men Run». A un certo punto la voce è precipitata come se stesse raschiando il suo stesso fondo, e poi è precipitato anche il fondo. Era una vecchia canzone, una delle nostre prime, dall’album . Il testo l’avevo scritto a Eldridge Street, a New York, in un appartamento di una vecchia palazzina, una di quelle lunghe e strette, dove all’epoca vivevamo io e Thurston. La canzone mi fa sempre pensare alle donne pioniere nella famiglia di mia madre che passando da Panama erano arrivate faticosamente fino alla California, e a mia nonna, ragazza madre e senza un vero reddito negli anni della Depressione. Il testo mi ricordava il momento in cui per la prima volta ero riuscita a tradurre in musica le mie influenze artistiche. Il titolo l’avevo preso da un dipinto di Ed Ruscha in cui c’è un clipper che vira tra le onde e le creste spumose.
Ma è stato trent’anni fa. Stanotte io e Thurston non ci guardiamo nemmeno una volta e, quando la canzone finisce, mi volto di spalle così che nessuno, né il pubblico né i ragazzi del gruppo, possa vedermi in faccia. Ma non serve a molto. Tutto quello che ho fatto e detto è stato trasmesso da uno dei due maxischermi alti dodici metri che sono sul palco.
Per una qualche ragione – solidarietà, o tristezza, o i titoli e gli articoli in spagnolo, portoghese e inglese sulla rottura tra me e Thurston che per tutta la settimana ci hanno seguiti ovunque andassimo – abbiamo il supporto appassionato del pubblico sudamericano. La folla di stanotte si espande davanti a noi e sfoca in nuvole nere intorno allo stadio – migliaia di ragazzini zuppi di pioggia, capelli bagnati, torsi nudi, canottiere, mani alzate che stringono i cellulari e ragazze sulle spalle di ragazzi scuri.
Il brutto tempo ci ha seguito per tutto il Sudamerica, da Lima all’Uruguay al Cile e adesso a San Paolo – uno specchio stucchevole della strana atmosfera che c’era tra me e Thurston. I palchi dei festival sembravano la versione musicale di strani quadretti familiari: un soggiorno, o una cucina, o una sala da pranzo, dove la mattina marito e moglie si passano accanto e si preparano tazze di caffè separate senza nemmeno accorgersi l’uno dell’altra, senza nessuna storia condivisa, dentro la stanza.
Quella notte i Sonic Youth hanno chiuso bottega. La nostra vita come coppia, e come famiglia, era già finita. Avevamo ancora il nostro appartamento su Lafayette Street a New York – anche se non per molto – e io avrei continuato a vivere con nostra figlia Coco nel Massachusetts occidentale, nella casa che avevamo comprato da una scuola del posto nel 1999.
«Ciao!», ha urlato genialmente Thurston alla folla poco prima che la band si lanciasse in «Death Valley ’69». Due sere prima, in Uruguay, io e Thurston avevamo duettato insieme su un’altra delle prime canzoni, «Cotton Crown». Era un testo che parlava d’amore, e di mistero, e di chimica, e di sogni, e del restare insieme. In pratica era un’ode alla città di New York. In Uruguay ero troppo scossa per cantarla, e Thurston ha dovuto finirla da solo.
Ma adesso sarei riuscita a fare «Death Valley». Lee, Thurston e io, e poi solo noi due, lì in piedi. Io e il mio futuro ex marito abbiamo affrontato quella massa di brasiliani ondeggianti e bagnati, le nostre voci insieme a ripercorrere le vecchie parole, e per me è stata una colonna sonora intermittente di energia violentissima e surreale, e rabbia, e dolore: Non penso di essermi mai sentita così sola in tutta la mia vita.
Il...




