Gibault | Direttrice d'orchestra | E-Book | www2.sack.de
E-Book

E-Book, Italienisch, 180 Seiten

Reihe: Saggi

Gibault Direttrice d'orchestra

La mia musica, la mia vita
1. Auflage 2022
ISBN: 978-88-6783-368-9
Verlag: ADD Editore
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark

La mia musica, la mia vita

E-Book, Italienisch, 180 Seiten

Reihe: Saggi

ISBN: 978-88-6783-368-9
Verlag: ADD Editore
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark



Nel mondo della direzione d'orchestra i pregiudizi e gli ostacoli per le donne sono ancora oggi spesso insormontabili. Claire Gibault raccoglie la sfida e decide che è tempo di chiamare le cose con il loro nome. Per farle esistere. I suoi anni di formazione, i successi e le difficoltà, la creazione della Paris Mozart Orchestra, la lunga collaborazione con Claudio Abbado, l'esperienza politica al Parlamento europeo, l'adozione dei due figli in Togo, la conversione alla religione ortodossa, tutto accresce e arricchisce la sua vita e la sua musica, fino alla decisione, nel 2020, di creare un concorso per direttrici d'orchestra, «La Maestra». Direttrice d'orchestra racconta la dedizione, la fermezza e la passione fondamentali per esercitare l'autorità usando la dolcezza, per attraversare la fossa dell'orchestra portando una rispettosa convivialità tra i musicisti e la persona che li dirige, per costruire un nuovo modo di vivere e condividere la musica.

Gibault Direttrice d'orchestra jetzt bestellen!

Weitere Infos & Material


L’INFANZIA DI UN DIRETTORE


Nulla lasciava pensare che mio padre fosse destinato alla musica. Era figlio di un contadino della Sarthe, non particolarmente abbiente, anche se possedeva un po’ di terra nel comune di Changé, nella valle della Loira. Nella sua famiglia non c’era alcun musicista, tranne sua madre che cantava, almeno così si diceva, ai balli di paese o alle feste in casa. Si era appassionato alla musica suonando la tromba naturale nella fanfara municipale.

Aveva cominciato da ragazzo. Papà si è diplomato, ed è stato grazie alla scuola che ha avuto la possibilità di entrare nella banda. La musica gli ha permesso di uscire dal suo ambiente sociale. E poiché era dotato, si è fatto notare. Gli avevano detto: «Dovresti andare al conservatorio di Le Mans», poi, viste le sue capacità: «Dovresti andare al conservatorio nazionale di Parigi». Era il periodo della guerra, del servizio militare.

A poco a poco, la musica è diventata la sua ragione di vita, anche se, per avere uno stipendio fisso, è andato a lavorare alla Cassa di Risparmio di Le Mans, dove ha fatto carriera fino a diventarne vicedirettore.

Era un’epoca in cui anche chi non aveva titoli di studio poteva ambire alle posizioni più elevate. Lavorava contemporaneamente alla Cassa di Risparmio, ricoprendo un ruolo di grande responsabilità, e come insegnante di solfeggio in conservatorio.

Papà era anche solista nella banda municipale. Suonava la cornetta. Quando doveva fare un assolo, l’ansia lo tormentava per tutta la settimana prima del concerto. L’intera famiglia andava a vederlo sfilare nelle grandi occasioni o suonare nel padiglione in piazza dei Giacobini. Potevamo sentire trascrizioni per banda di brani del repertorio sinfonico, opere e operette.

Ricordo ancora perfettamente mio padre ripetere senza sosta lo staccato e il doppio staccato della parte di tromba dei di Musorgskij orchestrato da Ravel, in particolare il sesto quadro dal titolo «Samuel Goldenberg e Schmuÿle» o i di Louis Ganne. Si esercitava sul suo strumento pronunciando il più in fretta possibile o . Infatti per suonare passaggi rapidi con la tecnica dello staccato, è la lingua che funge da otturatore e lascia passare l’aria oppure no. Deve spingere sui denti in alto ed essere molto veloce. I trombettisti parlano di colpo di lingua semplice, doppio o triplo in funzione del ritmo, del tempo e dell’articolazione scelta per eseguire al meglio il passaggio.

A volte aveva le labbra martoriate dal bocchino. Fin da piccola ho imparato quanto la dentatura, lo spessore delle labbra e la tonicità della pelle siano una preoccupazione per i musicisti degli strumenti a fiato. Una minima screpolatura o un morso possono provocare un disastro. Anni fa, a Pechino, il grande clarinettista Alessandro Carbonare dovette rinunciare alle prove sotto la direzione di Claudio Abbado perché si era scheggiato un incisivo con un pezzo di pane e aveva perso la precisione e il pieno controllo del soffio e dell’emissione del suono sullo strumento.

Ricordo ancora il viso deformato di mio padre quando provava a casa. La pressione della colonna d’aria nella cavità cerebrale gli faceva gonfiare le vene delle tempie e diventava paonazzo. Mi colpiva vedere, giorno dopo giorno, con quanta costanza si dedicasse allo studio dello strumento. La musica gli dava piacere e una condizione sociale, ma gli provocava anche sofferenze fisiche. Talvolta, a causa dell’ansia, il fisico lo tradiva. E allora si impegnava ancora di più. Mio padre aveva un orgoglio contadino, era molto suscettibile e piuttosto irascibile. Un vero capofamiglia.

Ho cominciato a studiare pianoforte a cinque anni. Fin dall’inizio la musica è stata un affare di famiglia. Eravamo quattro fratelli e la casetta in cui abitavamo, al 21 di rue du Nord, vicino al giardino botanico, risuonava dei nostri esercizi. Mio fratello Jean-Louis, più grande di me di due anni ha cominciato a studiare pianoforte, per poi passare al fagotto. Anche mia sorella Hélène, di due anni più piccola, studiava pianoforte. Françoise, la piccola di famiglia, l’unica bionda con gli occhi azzurri (ereditati dalla nonna paterna), aveva scelto il violoncello.

All’età di sette anni ho voluto studiare il violino. Mio padre mi aveva portato a un concerto di sonate per violino e pianoforte eseguite da professori del conservatorio.

L’insegnante di violino mi aveva stregata: di Beethoven e la di César Franck mi avevano lasciata a bocca aperta. Quella sera stessa ho deciso che sarebbe stato il mio strumento. Ma per farlo dovevo essere ammessa al conservatorio di Le Mans, il cui direttore era l’organista Pierre Cochereau. Ho passato un’audizione suonando la di Planel. Mi ricordo perfettamente di Cochereau, della sala fumosa e di tutti i professori che ridevano della mia gonna con le ciliegie. In seguito sono diventata la sua preferita. Quando suonava l’organo della cattedrale di Saint-Julien a volte mi faceva sedere sulle sue ginocchia mentre improvvisava nell’immensa navata.

Lo studio del violino non è facile. Al pianoforte il suono, se così posso dire, è già pronto. Certo, non è sufficiente premere un tasto per ottenere un risultato interessante, ma almeno non stride come il violino suonato da un principiante. Si comincia con un quarto di violino, quando si cresce si usa un mezzo, poi un tre quarti e quando si ha un corpo da adulto, un violino intero.

Mio padre, nonostante avesse molti impegni, trovava sempre il tempo di farmi esercitare. Sono stata fortunata. Era estremamente rigoroso, severo e impaziente, dovevo imparare in fretta. Ero la secondogenita, ma la prima femmina. Mi rendo conto di aver avuto un rapporto privilegiato con lui. In seguito avevamo preso l’abitudine di suonare insieme. Del di Vivaldi, per esempio, ne avevamo fatto una versione per violino e tromba.

Per il resto, ho frequentato i corsi al conservatorio cittadino. Solfeggio, violino, musica da camera, storia della musica, armonia, fuga, contrappunto. Ho cominciato con il repertorio per violino (Kreutzer, Vieuxtemps, Viotti) e, come tutti gli studenti, ho penato sulle di Bach. Un vero inferno! A volte ci vogliono giorni per leggere una sola riga della partitura, qualche battuta, perché Bach da un unico strumento riesce a produrre armonie complesse, con differenti voci. Bach quindi, poi Mozart, i . Gli altri repertori mi interessavano meno. Suonare Paganini, ad esempio, non mi piaceva quanto Mozart. Trovavo la sua musica essenzialmente acrobatica, troppo tecnica.

La mia insegnante di violino, Christiane Courtade, è stata una grande maestra. Ancor più di mio padre, mi ha trasmesso il gusto della frase musicale, della musica che parla, che vive, che interroga, che accarezza, che commuove. Era una donna bella e piena di fascino. Quando mi mostrava una frase musicale con il mio violino, la mentoniera restava impregnata di Shalimar di Guerlain per giorni. È un profumo che ancor oggi riconosco all’istante.

Spesso uscivo dalle sue lezioni in lacrime. Eppure mio padre mi faceva studiare due volte al giorno al violino: venti minuti a pranzo e trenta la sera. Ci tenevo a essere preparata, ma non lo ero mai abbastanza. La mia insegnante cercava di risvegliare in me la passione, il rigore, il temperamento, l’espressione, l’originalità. Non sono risultati che si ottengono senza una buona dose di provocazione, umiliazione, violenza verbale, obbedienza e disciplina. Era arduo, come i riti di passaggio per accedere alla conoscenza di sé e della propria arte. Ero timida, piuttosto sensibile, ansiosa e i suoi metodi “muscolari” avevano l’effetto di bloccarmi ulteriormente. È stato un periodo crudele.

Pensavo di diventare una concertista. All’esame di violino, però, Christiane Courtade mi disse una cosa che al momento mi ferì, avevo tredici anni, ma che è stata determinante per la mia carriera, e di questo le sono riconoscente. Secondo lei ero una grande musicista, era evidente, ma non abbastanza dotata per lo strumento, perché sul piano della psicomotricità avevo molti problemi.

Era vero. Non avevo quell’animalità e quella coordinazione necessarie per diventare una virtuosa. Nelle braccia, nelle mani, nell’agilità del corpo, c’era in me un impaccio fisico rispetto al violino che, nonostante il mio profondo amore per la musica e le mie doti, mi impediva di esprimermi davvero.

Forse non ero abbastanza interessata alla tecnica virtuosistica, quindi non potevo andare lontano. Il nervosismo e l’ansia mi rendevano rigida, bloccata. Mi ci è voluto molto tempo per connettere il mio corpo, il mio cuore e il mio spirito. A lungo ho avuto l’impressione di essere tagliata in due e di essere troppo cerebrale. Ci sono voluti anni e fatica per abbassare il mio centro di gravità.

Chissà se un insegnamento più in sintonia con la mia natura avrebbe potuto aiutarmi a trovare la tranquillità, la pace e la fiducia necessarie per combinare l’apprendimento psicomotorio di uno strumento all’espressione sensuale della musica. Non so. Quello che è certo, è che la mia vocazione per la direzione d’orchestra è nata in quel momento.

Devo dire...



Ihre Fragen, Wünsche oder Anmerkungen
Vorname*
Nachname*
Ihre E-Mail-Adresse*
Kundennr.
Ihre Nachricht*
Lediglich mit * gekennzeichnete Felder sind Pflichtfelder.
Wenn Sie die im Kontaktformular eingegebenen Daten durch Klick auf den nachfolgenden Button übersenden, erklären Sie sich damit einverstanden, dass wir Ihr Angaben für die Beantwortung Ihrer Anfrage verwenden. Selbstverständlich werden Ihre Daten vertraulich behandelt und nicht an Dritte weitergegeben. Sie können der Verwendung Ihrer Daten jederzeit widersprechen. Das Datenhandling bei Sack Fachmedien erklären wir Ihnen in unserer Datenschutzerklärung.