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E-Book

E-Book, Italienisch, 142 Seiten

Reihe: Narrativa

Genberg I dettagli


1. Auflage 2024
ISBN: 978-88-7091-807-6
Verlag: Iperborea
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark

E-Book, Italienisch, 142 Seiten

Reihe: Narrativa

ISBN: 978-88-7091-807-6
Verlag: Iperborea
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark



Una donna di mezza età e senza nome è costretta a letto dalla febbre, in uno stato di «oziosa dissoluzione» in cui vede il tempo appiattirsi in una specie di eternità, il confine tra lei e il mondo assottigliarsi e la coscienza fermarsi con insolita lucidità sui frammenti di passato che hanno fatto di lei la persona che è oggi. Così si lascia andare alla rievocazione delle figure fondamentali della sua vita e ora perdute, perché «l'io, o meglio, il cosiddetto 'io', non è altro che questo: ciò che resta delle persone a cui ci siamo stretti». Sullo sfondo di una Stoccolma degli anni Novanta, tra feste e progetti abbandonati, abbuffate di letture e tentativi di scrittura, rievoca Johanna, l'ex fidanzata che sembrava non l'avrebbe mai lasciata perché non lasciava mai niente a metà. Con Niki, invece, una ragazza capace di ribaltare l'amore assoluto in odio assoluto da un giorno all'altro, l'amicizia è da subito destinata a una fine amara. E finirà anche l'amore con Alejandro, che come un uragano arriva e se ne va lasciando una scia tangibile e duratura. Culmine dolente della rievocazione è una donna che la protagonista ha avuto accanto per tutta la vita: la fragile Birgitte, che porta in sé un angoscioso segreto da decifrare. In quattro ritratti dalle pennellate delicate e precise, e senza rinunciare a un sottile umorismo che strappa qua e là il velo di nostalgia, Ia Genberg solleva domande sulla natura delle relazioni e su come raccontiamo la nostra vita, ricordandoci che le persone care non scompaiono mai davvero, perché ci compongono. Anche quando di loro restano solo i dettagli: un gesto, una canzone, una speranza tradita, una dedica d'amore lasciata in un libro.

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1. Johanna


Dopo qualche giorno che ho il virus in circolo arriva la febbre, e mi viene in mente di rileggere un certo romanzo. Solo quando mi tiro su a sedere sul letto e lo apro capisco perché. Sul frontespizio c’è una dedica a penna blu, con una grafia inconfondibile:

29 maggio 1996

Guarisci presto.

Al Fyra Knop ci sono crêpe e sidro.

Aspetto di poterci tornare con te.

Baci (che preferirebbero stare sulle tue labbra),

Johanna

Quella volta avevo la malaria, me l’ero presa un paio di settimane prima da una zanzara dell’Est africano in una tenda ai margini del Serengeti, e avevo avuto i primi sintomi quando eravamo rientrate a casa. All’ospedale di Hudiksvall nessuno riusciva a capire perché i miei parametri fossero completamente sballati, e alla fine, quando arrivò la diagnosi, i medici si misero in coda per dare un’occhiata alla paziente con il malanno esotico. Dietro la fronte sentivo bruciare un fuoco, e ogni mattina mi svegliavo all’alba, con il respiro affannoso e un mal di testa che non avevo mai provato.

Di ritorno dall’Africa orientale ero andata subito nello Hälsingland a trovare mio nonno, che era in punto di morte, e invece ero stata io ad ammalarmi e a rischiare la vita. Restai ricoverata più di una settimana, e quando Johanna mi regalò quel libro ero raggomitolata sotto le coperte in camera nostra, a Hägersten, dove mi avevano trasferita in ambulanza dopo una biopsia al fegato all’ospedale di Uppsala. Non ricordo cosa dicesse il referto, non ricordo quasi nulla di quei primi giorni d’estate, ma il nostro appartamento non lo dimentico, e quel libro, e lei. Il romanzo svanì, diventando una cosa sola con la febbre e l’emicrania, e proprio laggiù, da qualche parte, c’è il filo che porta fin qui, una vena di febbre e di emozioni che minacciano di esplodere, e che in questo pomeriggio mi spingono davanti a uno scaffale a cercare quel romanzo. La febbre e l’emicrania che non mi danno tregua, i pensieri inquieti che si affollano dietro le palpebre, il brontolio di un malessere imminente – li riconosco perché ci sono già passata, con l’inutile armamentario di antidolorifici sparsi accanto al letto e le bottiglie d’acqua frizzante che non riescono a spegnermi la sete. Le immagini iniziano a scorrere appena chiudo gli occhi: zoccoli che scalpitano nel deserto riarso, spettri silenziosi che popolano l’umida penombra degli scantinati, corpi senza forma né contorni, vocali enormi che mi urlano addosso: il classico menu degli incubi che mi perseguitano da quando ero bambina, con quella spruzzata di morte e devastazione che sempre si accompagna al pensiero della malattia.

La letteratura era il nostro gioco preferito, mio e di Johanna. Aprivamo orizzonti l’una per l’altra, con autori e temi, epoche, regioni e singole opere – antiche, contemporanee e dei generi più diversi. I nostri gusti erano simili, ma si discostavano quel tanto che bastava a rendere la conversazione interessante. Su certe cose la pensavamo diversamente (Oates, Bukowski), altre ci lasciavano entrambe indifferenti (Gordimer, il fantasy), altre ancora le amavamo di un amore condiviso (Östergren, la trilogia di Johnson,1 Doris Lessing). Riuscivo a intuire cosa pensava di un libro dalla velocità con cui arrivava alla fine. Se lo leggeva in fretta (Kundera, tutti i gialli) sapevo che si stava annoiando e cercava di farlo fuori il prima possibile, se invece andava troppo a rilento (, qualsiasi romanzo di fantascienza) significava che era altrettanto annoiata ma si sforzava con tutta se stessa di arrivare all’ultima pagina. Finire i libri che aveva iniziato era per lei un obbligo imprescindibile – come pure portare a termine i suoi articoli, i suoi corsi, qualsiasi progetto. In lei c’era un senso del dovere profondamente radicato, una sorta di rispetto nei confronti dell’impegno preso, anche quando sembrava un’impresa disperata. Era un retaggio della sua famiglia, immagino, della creatività e dell’incrollabile determinazione dei suoi genitori. Diceva che portare a termine le cose era un modo di affrontare il futuro senza pesi sulle spalle, di mettere un «punto e a capo», come lo chiamava lei. Per Johanna la vita andava vissuta in un’unica direzione: avanti, sempre e solo avanti. Era questa la differenza tra noi due: io portavo di rado a termine progetti di ampio respiro. Dopo aver fatto per un anno la commessa in un Pressbyrån avevo iniziato svariati corsi universitari, per poi abbandonarli o rimandarli a un futuro non meglio definito e decidere di cominciare a scrivere sul serio. Ma neanche allora, quando stabilii di diventare una scrittrice a tempo pieno, riuscii a seguire la strada che mi ero tracciata. Ero capace di passare giornate intere a passeggiare senza meta tra i sobborghi: Aspudden, Mälarhöjden, Midsommarkransen, Axelsberg. A quei tempi le zone intorno al centro avevano ancora l’aria vagamente trasandata, con tutti quei tatuatori, club di motociclisti e videonoleggi bui come la pece con tanto di solarium. Le stazioni della metro erano squallide e piene di sporcizia. Ci abitava gente di ogni genere: impiegati che la mattina prendevano la loro ventiquattrore e andavano al lavoro, artisti che affittavano atelier a buon mercato nelle aree industriali, tossici che bazzicavano tuguri dove la polizia faceva regolarmente irruzione, vecchi con la faccia cotta dal sole seduti in piazza con le loro birre – vivevano tutti gomito a gomito nei palazzi a tre piani che costeggiavano le strade sinuose, con quei negozietti angusti pieni di spezie esotiche e i ristorantini alla buona arredati nei toni del marrone dove fino al primo pomeriggio me ne stavo a un tavolo d’angolo, il piatto ormai vuoto sul vassoio di plastica, a studiare gli altri commensali centellinando gli ultimi sorsi di birra. Davanti a me avevo sempre un taccuino e una penna scelta con cura, ma li usavo di rado. Potevo dare l’impressione di essere dedita al mio lavoro, ma non lo ero, e nella pila di libri sul mio comodino ce n’erano sempre un paio lasciati a metà. Preferivo leggere libri che mi accendessero una voglia irresistibile. E siccome questo valeva anche per tutto il resto, avevo pochi obblighi nella vita, forse troppo pochi. Appena li sentivo arrivare mi sganciavo, era sempre stato così. Era un approccio che non lasciava spazio a nessun «punto e a capo», e immagino che per Johanna la mia innata indolenza non potesse rappresentare altro che una sfida. Nel suo ritmo e nel suo entusiasmo c’era qualcosa che mi dava la spinta, che faceva succedere le cose. Forse era proprio questo lato del suo carattere a farmi sentire così sicura del nostro rapporto. Ora che mi aveva iniziata, non mi avrebbe mai lasciata a metà. Non se ne sarebbe mai andata, non avrebbe mai ceduto alla tentazione di mollarmi. E io mi rilassavo, mi lasciavo andare. Era così solida, così leale e affettuosa. Le sarebbe mai saltato in mente di lasciarmi? No, pensavo. No, mai.

Il libro che ho in mano è .

Auster, ermetico ma immediato, semplice eppure contorto, paranoico e lucido allo stesso tempo, con un cielo aperto tra una parola e l’altra. Su questo eravamo d’accordo, io e Johanna, e quando qualche settimana dopo la febbre mi diede tregua rilessi quel libro in cerca di qualche difetto, per capire se mi ero sbagliata, se magari sarebbe riuscito ad annoiarmi, ma non trovai nulla di stridente, e poco dopo lessi e ne restai altrettanto affascinata. Auster diventò uno dei miei punti cardinali, nella lettura come nella scrittura – anche quando mi dimenticai di lui e smisi di comprare i suoi libri man mano che uscivano. Quella semplicità così incisiva restò un ideale che all’inizio era legato al suo nome e poi continuò a esistere anche senza. Certi libri ci restano nel sangue anche se nomi e dettagli sono ormai sbiaditi da tempo, e quando molti anni dopo andai per la prima volta a Brooklyn mi sembrò scontato cercare il suo indirizzo. Il nuovo millennio era iniziato da qualche anno, e Johanna mi aveva lasciato molto tempo prima, per un’altra, brutalmente, inaspettatamente, con una freddezza glaciale. Il giorno in cui mi ritrovai a fissare gli scalini della casa di mattoni scuri dove Paul Auster e Siri Hustvedt vivevano la loro vita e scrivevano i loro libri stavo da un po’ con un uomo, che in quel momento era in un caffè lì vicino a mangiare pancakes con mia figlia. Era grazie alle innumerevoli pieghe del tempo che potevo trovarmi lì, in Park Slope, con Johanna accanto a me, sentirla fare un commento sulla fatalità del caso che avrei capito molto più tardi, fantasticare insieme a lei di vedere qualcosa muoversi dietro una tenda al piano di sopra.

Come la febbre che ho adesso, la malaria insediò nel mio corpo una specie di eternità: la malattia sembrava diventata una condizione permanente. Eravamo andate a trovare un paio di amici di Johanna che lavoravano nel «giro degli aiuti umanitari», una categoria che ai tempi poteva comprendere più o meno qualsiasi cosa. Dopo un paio di settimane con loro non capivo ancora cosa facessero di preciso: uno dei due stava realizzando delle riprese per un’organizzazione, e il video sarebbe stato proiettato a una conferenza – se fossero riusciti a finirlo in tempo, e se la conferenza si fosse tenuta davvero –...



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