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E-Book

E-Book, Italienisch, 327 Seiten

Reihe: Confini

Fusi Cronache infedeli


1. Auflage 2017
ISBN: 978-88-6243-329-7
Verlag: Voland
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark

E-Book, Italienisch, 327 Seiten

Reihe: Confini

ISBN: 978-88-6243-329-7
Verlag: Voland
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark



Un diario di viaggio. Un viaggio di trent'anni attraverso i cambiamenti di un mondo in tumulto. Nuove geografie e frontiere, fragili paesi che nascono, antiche nazioni che si spengono come stelle fredde, intere comunità costrette all'esilio. Da Sarajevo assediata a Berlino liberata dal Muro, da New York inginocchiata davanti alle rovine delle Twin Towers a Mosca che maledice il proprio passato, il cronista raccoglie e racconta, cercando di mettere ordine nel caos che lo circonda. Il cronista è un testimone incantato: di notte vengono a trovarlo in sogno gli spettri benevoli dei compagni che ha incontrato lungo i sentieri dell'Africa, nei villaggi massacrati dell'America Latina e dei Balcani, nelle province dell'Impero sovietico in agonia. Il cronista non è un giudice, ma sempre e soltanto un complice. Un libro di memorie, sogni e ricordi. Una storia vera, autentica e infedele: una storia, in fondo, sommamente bugiarda.

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DIARIO D’INVERNO


Anche io sono un sovok. Prendo a prestito questa parola della nuova Russia, citata da Svetlana Aleksievic1 nell’introduzione al suo cantico civile dedicato alla fine dell’impero comunista. Sovok, spiega questa donna inesorabile, premio Nobel per la letteratura, è il termine con cui si definisce chi è rimasto legato alla mentalità e alla nostalgia per la grande patria sovietica. Posso rubare questo sarcastico insulto all’abisso di una tragedia storica, e trascinarlo nella mia confortevole ridotta occidentale come segno di riconoscimento?

Io sono un sovok del mondo antico, patetico spettatore di quel pianeta che negli ultimi trent’anni è stato massacrato, conquistato, negato e infine capovolto e reso irriconoscibile dal tempo e dagli uomini. Meglio: io sono un doppio sovok, perché di quel mutamento – che altri hanno letto sui giornali o spiato dagli schermi televisivi – sono stato testimone, spesso addolorato e impaurito, a volte esultante. Anno dopo anno, presente nei luoghi e nei fatti, “io che fui presso Tebe sotto le mura/ e camminai tra i morti che più stanno in basso”.2

Quando ho cominciato a viaggiare, la rassicurante gabbia in cui il pianeta era stato rinchiuso alla fine della Seconda guerra mondiale cominciava a cedere. Salvador e Nicaragua in armi, certo. Cuba patria o muerte, certo. La guerra fredda e la cortina di ferro, certo. Il mondo libero e la dittatura, certo. Comunismo e capitalismo, certo. Paesi in via di sviluppo, certo. Ma tutto ormai scricchiolava, l’intera impalcatura vibrava, e minacciava di precipitare. Il terremoto infine arrivò, e ci sorprese tra Potsdammer Platz e il Kuzneckij Most, la pioggia fredda dell’autunno berlinese e l’umida calura dell’estate moscovita.

Sono un giornalista, e spesso i giornalisti cercano scampo nella cuccia tiepida dei luoghi comuni, ma non sono i soli. Così, al ritorno da quella incredibile festa mobile che fu il crollo del Muro di Berlino, e ancora scossi dall’agosto della Piazza Rossa e dalla caduta di Gorbacëv, fummo tutti informati della fine della storia, decretata da uno zelante studioso di Harvard3 e spacciata all’ingrosso sulle prime pagine di tutti i giornali del mondo.

La grande banalizzazione durò fino alle guerre balcaniche, dove la storia, tutt’altro che finita, si impennò in una stagione di sangue e sembrò dare inizio a una feroce età dei torbidi. Nella neve insanguinata di Sarajevo e sotto la pioggia battente del Kosovo, tra le teste mozzate della Cecenia e la mattanza nera in Ruanda, mangiando ai tavoli delle osterie sul lungofiume della Sava o contando i bambini massacrati della Drenica, noi giornalisti e pavidi testimoni potevamo soltanto intonare il canto rassegnato del pallido principe di Danimarca: “Il mondo è fuor di sesto...” In realtà, si preparava allora quella stella di nazioni morte e moltitudini in fuga verso il nulla, di umanità dissipata e casematte ferocemente difese, che è oggi il nostro “giardino di casa”.

Quando vennero giù le due torri, e il vecchio Norman Mailer4 vide i demoni marciare alla testa della folla dolente ammassata sul ponte di Brooklyn, tutto quello che era successo nella storia recente, con le sue vittime e i suoi carnefici, i torti trionfanti e le ragioni disprezzate, fu sepolto nell’oblio. Altri pericoli incombevano all’orizzonte, altre bandiere sventolavano sulle milizie delle forze del male. La grande banalizzazione aveva bisogno di una formula nuova, e la trovò nello “scontro di civiltà”, parto di un pensoso filosofo5 trasformato nello sbrigativo grimaldello ideologico che continua a essere il mantra assolutorio dei nostri tempi.

Guardavo allora Ground Zero, il cratere fumante che si spalancava sotto i nostri piedi, e sentivo che il mondo era disperatamente pronto per un nuovo capitolo. Un capitolo di ferro e di fuoco, appunto: di nazioni morte, di stati falliti, generazioni disperse e uomini senza pietà. Ascoltavo il piccolo stizzoso texano George Dabliu Bush definire il mio pianeta “un luogo pericoloso” e intuivo la grossolana verità di questa profezia. All’ora dell’aperitivo, nei bar affollati di New York vedevo bruciare i villaggi afghani, e confusamente sapevo che il mio viaggio era sul punto di concludersi. Era durato, quel viaggio, più di vent’anni. Il tempo di crescere e invecchiare, di cambiare idea e poi cambiarla di nuovo. Di aspettare con ansia il viaggio successivo e di essere stanco di viaggi. Di immaginare e ricordare, di ricordare senza più immaginare. Un sovok che tesse la sua tela.

Bisogna dunque scrivere di questi vent’anni. Scrivere: è una parola! Tutto ormai si conosce, di quanto è successo. Milioni di pagine, migliaia di volumi. Tutto si conosce e nulla si sa. Le teorie, poi: da una parte i buoni, dall’altra i cattivi, si ammonisce a non ripetere gli stessi errori, si applica la teoria di Lombroso ai continenti. Gli americani vengono da Marte, gli europei sono tremuli venusiani. E l’Asia. Nulla di buono, fin dai tempi di Gengis Khan, può venire dall’Asia.

Amo invece i narratori di viaggi, perché mi riconosco come viaggiatore. I più grandi li invidio. Hanno calpestato gli stessi miei luoghi, hanno parlato con le stesse persone, hanno visto lo stesso sangue e la stessa vergogna. E tuttavia il loro racconto scorre limpido, vale mille pagine di teoremi e teorie. Spiega quanto merita di essere spiegato. Non una parola in più.

Dal pozzo del tempo io posso solo recuperare frammenti, pezzi di storie, parole, immagini. E dunque la mia sarà una storia di frammenti.

“Con questi frammenti puntello le mie rovine” dice l’antico poeta6. Io non sono così presuntuoso. Non volo così alto, non ho rovine personali o saghe di famiglia da riscattare. Non ho chiese da ricostruire. Racconterò dei ragazzi che a Soweto si raccolgono in una baracca di lamiera, intorno a un fuoco dove bolle una pentola di zuppa, il pasto della giornata. Racconterò delle loro risate e della bottiglia di birra calda che mi offrono. Mentre intorno a noi la storia e il mondo mutano, e nostro fratello Madiba – la sua bella testa grigia – baratta il futuro contro ventisette anni di carcere e oblio.

Racconterò del nevischio gelido che ci tagliava la faccia, nel febbraio di Sarajevo, quando sulla strada verso Pale arrancavano in lunghe colonne i trattori dei contadini serbi in fuga dalla periferia. Gli sconfitti, espulsi dagli antichi poderi, che con le misere suppellettili di casa caricavano sui rimorchi anche le bare fangose di padri e madri strappate alla terra dei cimiteri, dove i morti che riposavano insieme da generazioni dovettero essere separati e catalogati per nascita, razza e fede religiosa. E racconterò il silenzio di quel minuscolo cimitero di campagna, lungo una strada soleggiata dell’Inguscezia, dove sventolavano piccole bandiere verdi con la falce di luna musulmana, e dove le sottili assi di legno piantate su ogni fossa portavano tutte la stessa data, lo stesso giorno nefasto.

Frammenti, povere cose. Come, in un cassetto rimasto chiuso per anni, tutti gli oggetti parlano di te. Qui si parla di incendi, ma così tanto tempo è passato che ormai sono rimaste solo ceneri fredde. Qui si parla di guerre, trasformate in ricordi molesti, lasciati ad appassire tra le pagine dei libri di storia. È vero: “Dopo ogni guerra/ c’è chi deve ripulire/ in fondo un po’ d’ordine da solo non si fa./ Non è fotogenico/ e ci vogliono anni/ tutte le telecamere sono già partite/ per un’altra guerra./ Chi sapeva/ di che si trattava/ deve far posto a quelli/ che ne sanno poco/ e infine assolutamente nulla...”7

Qui si parla di luoghi che una volta erano vivi, di strade un tempo affollate, di sofferenze mai risarcite, di speranze minime, travolte dal grande disegno della storia.

Il cronista raccoglie e racconta. Con le sue povere forze cerca di mettere ordine nel caos che lo circonda. A tanti anni di distanza, i frammenti brillano nel buio come gemme di nessun valore. Il tassista che guida per le strade deserte, nella notte di black-out, dall’aeroporto di San Salvador alla città precipitata nel buio, e racconta della figlia piccola, dei suoi sogni di bambina, della scuola e del futuro. Juan Carbonell, a Panama City, che riprende con la sua telecamera lo sfacelo dell’ospedale cittadino centrato dalle bombe lacrimogene, e piange di dolore e di rabbia raccontando che qui, proprio qui, in queste stanze devastate è nato suo figlio, in un giorno di gioia e di festa. Il ceceno Atoilà, che a Mosca è costretto a nascondersi in un lurido appartamento di periferia per sfuggire alle bande di nazisti bianchi a caccia di melanzane, i neri del Caucaso immigrati per non morire di fame nella loro terra. Dalla finestra appannata di ghiaccio guarda senza essere visto i figli dei vicini che giocano nella neve, si rincorrono intorno a una giostra arrugginita e cigolante. E la vecchia senza nome, che in un giorno di gelo, con un fagotto in mano, cammina piangendo lungo la Tverskaja. Vorresti fermarla, parlarle, forse consolarla. Ma il suo è il pianto della Russia, che nessuna pietà può risarcire.

Ritrovo questi esseri umani nelle storie che altri mi hanno lasciato, consumando le stesse strade che ho percorso per vent’anni. Riconosco i muchachos con la paura negli occhi e il kalashnikov stretto nelle mani, accampati in un vallone della giungla di Usulután. Sono fratelli di quel ragazzo che muore, senza nome e...



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