Franco | In stato di ebbrezza | E-Book | www2.sack.de
E-Book

E-Book, Italienisch, 180 Seiten

Franco In stato di ebbrezza


1. Auflage 2012
ISBN: 978-88-7521-447-0
Verlag: minimum fax
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark

E-Book, Italienisch, 180 Seiten

ISBN: 978-88-7521-447-0
Verlag: minimum fax
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark



Lontana dall'immagine di ordine e benessere tipica della Silicon Valley (oggi vi ha sede, ad esempio, il quartier generale di Facebook), la Palo Alto degli anni Novanta è, nelle pagine di James Franco, lo scenario desolato di storie di confusione e frustrazione adolescenziale. Fra i campetti da basket, le case borghesi e i viali alberati, i teenager protagonisti di questi racconti sfuggono alla noia e alla solitudine dandosi all'alcol, alle droghe, al sesso casuale, alla violenza. Franco racconta le loro storie senza edulcorare nessun dettaglio, ma lasciando trapelare, dietro la distaccata brutalità del quotidiano, la tenera e dolorosa umanità dei suoi protagonisti.

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LOCKHEED


La materia preferita di mio padre è la matematica. Lui lavora all’IBM, nella Silicon Valley. Passa le giornate a fare matematica. Io odio la matematica. Mi fa studiare con lui, per cui in matematica sono bravissima, ma non vado a vantarmene in giro perché sono una femmina.

Arrivata al liceo non avevo amici. La mia migliore amica s’era trasferita da un’altra parte, e io non ero popolare. Non andavo alle feste. Mi ero ubriacata solo una volta, a un matrimonio. Ero andata a vomitare dietro un gazebo. Ero con mio cugino Jamie, che è gay. Lui al liceo va a Menlo Park, che è a cinque minuti di macchina. È l’unico amico che ho. Fuma le sigarette al mentolo.

Dopo la scuola me ne tornavo a casa. Io, mamma e Tim guardavamo a tavola, mentre cenavamo, perché non c’era papà a impedircelo.

Poi papà tornava a casa e studiavamo.

I compiti in classe di matematica erano quasi sempre di giovedì, per cui il mercoledì io e mio padre dovevamo studiare molto di più, e io mi perdevo . Non lo registravo mai.

Andavo così bene in matematica che in estate mi hanno mandato a fare uno stage alla Lockheed Martin. Quelli che fabbricano missili e satelliti. Ero l’unica ragazza dei dieci studenti scelti. Mio padre era eccitatissimo.

Diceva: «Marissa, un giorno io e te lavoreremo insieme».

L’estate tra il primo e il secondo anno di liceo ho lavorato per un tizio svedese che si chiamava Jan, si pronuncia Yan. Avevo l’incarico di guardare vecchie bobine di filmati sulla luna. Ce n’erano a centinaia. Stavo in uno scantinato freddo e senza finestre. La pellicola scorreva da una bobina all’altra su questa vecchia macchina che sembrava un carro armato. Io dovevo annotare le macchie e i salti che vedevo sulla pellicola. A volte la luna era piena; a volte, mentre la guardavo, diventava un po’ più piena. Altre volte la pellicola era così graffiata che saltava, o si spezzava. Passavo in quello scantinato quaranta ore a settimana. Ho guardato moltissime lune.

Era diventato così noioso che a un certo punto ho smesso di cercare i salti. Preferivo disegnare sui fogli della stampante che rimediavo dal cesto della carta da riciclare. Jan non c’era mai, e io disegnavo un sacco. Disegnavo arcobaleni, persone, città, pistole, gente che veniva colpita e sanguinava, gente che faceva sesso. Quando mi stancavo scarabocchiavo e basta. Provavo a fare ritratti di persone che conoscevo. Quelli della mia famiglia venivano fuori sempre buffi, facevano ridere perché erano somiglianti ma non abbastanza. Poi disegnavo tutte le cose della mia infanzia, tipo Hello Kitty e Iridella e i Miei Mini Pony. Disegnavo i G.I. Joe di mio fratello. Disegnavo i Miei Mini Pony che uccidevano i G.I. Joe.

Ho fatto centinaia di disegni ed erano tutti brutti. Non ero brava a disegnare. Era anche un po’ triste tutto quel disegnare, perché mi faceva vedere cosa avevo dentro. Disegnavo tutto quello che mi veniva in mente. E tutto quello che avevo dentro era una manciata di giocattoli, e programmi televisivi, e la mia famiglia. La mia vita era noiosa. Avevo baciato solo una volta, ed era stato con mio cugino gay, Jamie.

Un giorno, Jan è sceso giù nello scantinato. Ha visto tutti i miei disegnini. Non ha detto molto. Li ha presi in mano e li ha guardati. Ha guardato ogni disegno che c’era. Una volta che li ha visti tutti, li ha messi in una pila ordinata.

Jan era alto e riservato, con i capelli puliti e di un biondo sbiadito pettinati all’indietro e una piccola onda sulla fronte. Portava una fede d’oro semplice. Mentre guardava i disegni, ho provato a immaginare cosa facesse nel tempo libero, ma non m’è venuto in mente niente. Lui ha posato l’ultimo disegno sulla pila e mi ha guardato.

«Come sta la signora Luna?», ha chiesto. Col suo accento le parole venivano fuori brevi e secche. C’era una punta di calore, ma era contenuta.

«Oggi ho trovato qualche graffio», ho detto.

«Bene», ha risposto lui, e se n’è andato. Quel giorno non ho più disegnato. Ho guardato la luna.

Il giorno dopo sono tornata nello scantinato. Era quasi ora di pranzo, ed è entrato Jan.

«Vieni con me», ha detto, s’è girato ed è uscito dalla stanza. L’ho seguito per tutto il corridoio e siamo usciti. Abbiamo attraversato il parcheggio, io dietro di lui. L’asfalto si stava sciogliendo in superficie, nei punti in cui avevano messo il catrame per riempire le crepe. Nel parcheggio non c’erano alberi e il sole picchiava. Ho seguito il dietro della camicia giallo acceso e dei pantaloni marrone chiaro di Jan fino al suo furgoncino. Era un vecchio pick-up color senape sbiadito con la scritta TOYOTA in bianco sul retro.

Arrivati al furgoncino, si è messo a trafficare con qualcosa nel cassone. Ha abbassato lo sportello sul retro che diceva TOYOTA e l’ha usato come ripiano per poggiare una grossa cartella nera. L’ha aperta e dentro c’erano dei disegni.

«Guarda», ha detto. S’è fatto da parte, e ho guardato. Ha detto: «Questi sono miei».

Erano belli. Erano quasi tutti ritratti. C’erano un po’ di ritratti del viso di una bella donna, sempre la stessa. Era molto più bravo di me.

«Quella è Greta, mia moglie», ha detto. «Non era ancora mia moglie all’epoca, quando li ho fatti. È diventata mia moglie dopo».

«È molto bella», ho detto io. Lo era. Più bella di me.

«Li ho fatti quando andavo a scuola», ha detto Jan. «Volevo fare l’artista. Ma non era una buona idea. Fare l’artista non è una buona idea. Mi esercitavo tutti i giorni, otto ore al giorno. Così avrei potuto disegnare come Michelangelo. E poi? C’è già Michelangelo. Ho capito che per me non c’era molto altro da fare. Nella scienza, c’è sempre qualcosa in più da imparare. Sempre qualcosa in più».

Non lo guardavo; guardavo i suoi disegni. Mi sentivo molto sola. Ho immaginato lui e sua moglie, da soli, seduti a una lunga tavola, a mangiare dell’insipido cibo svedese, senza parlare. Come unici rumori quelli delle posate che colpivano i piatti, e il suono morbido del loro masticare discreto.

«E insomma», ha detto. «Vedi». Mi si è avvicinato e ha chiuso la cartella per marcare il «Vedi», ma non sapevo cosa vedere. Poi mi ha guardato. È rimasto lì in piedi a guardarmi. Eravamo molto imbarazzati.

«Ok», ha detto infine. «A presto».

«A presto», ho detto.

Quell’estate, il mio unico amico era mio cugino Jamie. Era figo, e sapeva cosa gli piaceva. Riusciva a dire cose cattivissime alle spalle della gente perché la gente gli diceva altrettante cattiverie in faccia.

Per il Quattro Luglio Jamie mi ha invitato a una festa a casa di questa ragazza di Menlo, Katie Hesher. Era la mia prima festa del liceo. Katie abitava dall’altra parte del San Francisquito Creek. Lì era tutto boschi. Era una grande casa di legno a un piano solo, una specie di capanna di tronchi versione deluxe. Siamo arrivati lì verso le nove. C’erano stanze piene di gente. Bevevano tutti birra, soprattutto Keystone Light. Ho riconosciuto un sacco di gente del mio liceo, la Palo Alto High School, gente che non avevo mai visto fuori dalla scuola.

Jamie mi ha portato una birra; l’ho aperta e me la sono tenuta in mano. Jamie è sparito da qualche parte, e io mi sono andata a sedere su un divano in soggiorno. La gente arrivava e si sedeva sul divano, e parlava, e se ne andava. Sono rimasta lì seduta per un bel po’. Non conoscevo nessuno a Menlo, e non conoscevo quelli della mia scuola. Sorseggiavo la birra. Sembrava piscio denso e schiumoso.

Ho provato a pensare al Quattro Luglio di Jan. Lo immaginavo che andava al cinema. Era con sua moglie, Greta. Entravano in sala abbracciati. Sorridevano. Magari erano andati a vedere . Se ne stavano seduti al cinema, mangiavano popcorn, se la godevano e prendevano la vita con serietà.

Dopo un po’, mi sono alzata e sono uscita fuori. C’era la nebbia. Mi sono incamminata lungo il vialetto, sotto i grossi sicomori. Arrivata in fondo al vialetto, ho attraversato la strada. Dall’altra parte c’era il letto del San Francisquito Creek. Era profondissimo e ripido e l’acqua sul fondo la vedevo a stento. Era veramente buio.

Avevo ancora la mia birra. Non riuscivo a finirla. Ne ho bevuto un altro sorso, e poi ho versato il resto per terra. Di sotto il ruscello scorreva al buio, i cespugli intorno a me erano immobili. Ho tenuto la lattina, e sono tornata indietro attraversando di nuovo la strada e risalendo il vialetto. C’era un tizio della mia scuola, uno della squadra di pallanuoto che si chiamava Zack Cuttle. Era in piedi dietro una delle macchine posteggiate sul vialetto. Stavo per salutarlo, ma poi mi sono resa conto che probabilmente stava pisciando. Ho cercato di passare oltre senza farmi notare. Mentre passavo, ho intravisto che aveva gli occhi chiusi. Ho guardato meglio, e mi sono accorta che non stava pisciando; si stava facendo fare un pompino da qualcuno dietro la macchina. Sono rimasta ferma un secondo. Poi mi sono allontanata in fretta prima che mi vedesse. Ho fatto le scale e sono tornata dentro.

Non riuscivo a trovare mio cugino Jamie. Mi sono rimessa a sedere sul divano, proprio al centro. Intorno c’era un sacco di gente. Parlavano tutti fortissimo. Dopo pochi minuti sono entrati Zack Cuttle e Stephanie Jeffs. Li ho guardati, e loro hanno abbassato gli occhi. Se ne sono andati in cucina, dove c’era un sacco di...



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