E-Book, Italienisch, Band 80, 380 Seiten
Reihe: formelunghe
Franceschelli Introduzione alla mia morte
1. Auflage 2025
ISBN: 978-88-6110-272-9
Verlag: Del Vecchio Editore
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark
E-Book, Italienisch, Band 80, 380 Seiten
Reihe: formelunghe
ISBN: 978-88-6110-272-9
Verlag: Del Vecchio Editore
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Roma, 1963. Autore di drammaturgia, narrativa, critica e saggistica. Nel 2017 ha vinto la 'Menzione Quadri' al 54° Premio Riccione per il Teatro, riconoscimento «all'opera che meglio coniuga scrittura teatrale e ricerca letteraria». Ha firmato numerose regie e diretto festival teatrali. Cura laboratori sull'interpretazione del testo e del personaggio. È stato fondatore della fanzine teatrale Ubusettete, redattore della rivista di drammaturgia contemporanea Perlascena, redattore del webmagazine di critica dell'arte e della società Amnesia Vivace, collaboratore del webmagazine di narrazione del contemporaneo PAC PaneAcquaCulture. Scrive di critica sul blog Eretico Ben Cotto. Laureato in Storia delle Religioni, ha pubblicato saggi e articoli sui moderni sincretismi, con particolare attenzione alle religioni afrobrasiliane. Con il romanzo Italia (Del Vecchio Editore, 2016) è stato finalista dell'edizione XVIII del Premio Italo Calvino, della prima edizione del Premio POP 2016 (menzione speciale), dell'edizione 2017 del Premio Nabokov (secondo classificato).
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10. LETTERA A LORENZO
Scosta le tendine, guarda fuori. Il grigio del cielo riverbera ovunque toni nervosi che Carlo percepisce elettrizzanti, selvaggi, imprevedibili.
Compie mezzo giro su se stesso e osserva con soddisfazione lo studio che ha fatto predisporre al piano terra, nella camera all’angolo est della casa. Mani dietro la schiena, esce dallo studio, taglia il corridoio ed entra nella stanza di fronte, lo studio di Sonia, colmo di una cinquantina di cartoni ripieni di libri che lei ha spedito un paio di giorni prima a Villa, con un furgone.
L’arrivo dei libri lo ha tranquillizzato sulle intenzioni di Sonia: questione di tempo, pensa, qualche settimana ancora e lo raggiungerà. Torna in corridoio, volge lo sguardo in direzione del salone, coglie con evidenza l’eccessiva grandezza della casa. Pensa che nel pomeriggio scenderà giù in paese alla ricerca di Tommaso per chiedergli di trovargli due cuccioli, preferibilmente di grossa taglia, pastori tedeschi, oppure maremmani, forse boxer o pointer. Proverà a portare con sé anche Sandro che, dall’arrivo a Villa, si è sistemato nel piccolo bilocale indipendente, ricavato sui due piani dell’angolo ovest della casa, e che dal primo giorno in montagna non ha cambiato le abitudini del suo recente passato cittadino: dormire e fumare – al più, nei rari pomeriggi di sole, uscire dal piccolo appartamento e sedersi sul gradino in pietra dell’ingresso, con lo sguardo fisso verso il contrafforte montuoso che da quel lato domina il campo visivo.
Pensare a Sandro lo immalinconisce, si sente pronto per la scrittura, rientra nello studio, accende il portatile, si concentra su suo fratello Lorenzo.
Lorenzo caro, non ricevo tue notizie da diversi mesi.
Ti immagino a Parigi a “occuparti di Amelia” o a questuare serate al Vieux-Colombier e salotti da Madame Verdurin.
Così ti raffiguro, ed è alquanto singolare e degna di approfondimenti questa nostra appartenenza a mondi tanto alieni tra loro. Tu al centro universale di mondanità e modernità (mi è giunta voce che avete inaugurato la quarta linea del metrò e che questa passi addirittura sotto la Senna), io in quest’angolo remoto a combattere lupi e, ultimamente, anche orsi.
Il vivere in questo vecchio maniero assiso sulla sommità di un’alta collina, distante almeno mezz’ora dal paese; il non partecipare alla messa domenicale né ad alcuna ritualità civica. Tutto ciò fa di me, agli occhi di questi villani, una sorta di oscuro alchimista seguace di filosofie perverse e sataniche. Non mi stupirei se una delle prossime sere li vedessi giungere qui armati di torce e forconi. Ma non mi pento di questa scelta estrema né invidio la tua vita: se sono qui è perché ho bisogno di vivere distante dal mondo e dalle sue ingannevoli lusinghe… e anche da te, da tutti voi.
Non voglio nascondermi, c’è qualcosa di indigesto nei legami di sangue che cresce con gli anni, non trovi? Una strana matassa intrecciata fatta di affetti, consuetudini, atti plateali d’indipendenza, rivalità, e poi noia, recriminazioni, sensi di colpa. Tutti sentimenti che rilasciano scorie filiformi, come il gatto che per ripulirsi lecca il proprio pelo e, inevitabilmente, lo ingoia e questo malloppo di peli intrecciati gli cresce nello stomaco, o nella gola. Ma basta così, fratello mio, avrò modo con un’altra lettera di affrontare questo argomento imbarazzante.
Oggi non ti scrivo per accusarti di qualcosa, Lorenzo caro, semmai per giocare con te, come facevamo da bambini. È un gioco, il mio, un “facciamo finta”.
Facciamo finta che le tue attrici vestano Paul Poiret e facciamo finta che le donne di qui, vedendomi passare col calesse, si segnino la fronte a scopo apotropaico. Non invidio la tua vita frenetica, dicevo, ma pensarla mi dà modo di riflettere sulla contemporaneità. Ho letto qualche giorno fa una recensione sul tuo ultimo spettacolo, il Woyzeck di Büchner. Il critico (a parer mio, una scrittura molto saccente, la sua) spendeva ben poche parole su di te e i tuoi attori ma preferiva soffermarsi su qualcos’altro che, evidentemente, gli stava più a cuore. Indovina su cosa? Sulla figura del medico, il cinico autore delle vessazioni che umiliano il povero Franz. Nel rapporto che si instaura tra il medico e il soldato, il critico ha visto la prima manifestazione storica di una (cito a memoria) “relazione bullista (sic!) tra l’oligarchia medico-scientifica che crea e impone le condizioni socioculturali necessarie alla propria prosperità, e i miliardi di Woyzeck sparsi nel mondo, cavie inermi di un esoterismo accademico che da tempo ha smesso di essere vettore di progresso per farsi, semmai, bastone del potere”.
Mi colpisce molto la diffusione di posizioni antiscientifiche; penso ai cosiddetti no-vax o a chi sostiene correlazioni tra vaccini e autismo. A volte fantastico sull’avvento improvviso di una misteriosa pandemia fronteggiabile solo con una vaccinazione (per così dire) “ecumenica”. Che cosa farebbero i no-vax in un caso del genere? Sospetto che preferirebbero correre il rischio di infettarsi piuttosto che mettere in discussione le loro certezze. Comunque, quel che mi interessa individuare è che questo atteggiamento di diffidenza verso l’autorità scientifica è il segno di un’epoca profondamente cambiata, di una frattura storica.
Ai nostri tempi (sì, lo so quant’è brutta e dozzinale questa frase, ma dammi ancora un po’ di credito) vigeva il principio d’autorità: ad alcune cose credevi perché potevi sperimentarle direttamente, ne avevi un’esperienza personale diretta e immediata; a tante altre non appartenenti a questo primo gruppo invece credevi comunque per il principio d’autorità. Chi lo incarnava, questo principio? La scuola ad esempio, i maestri, i professori, ovviamente i genitori, i medici e tutto l’apparato scientifico, infine i media, la televisione, i giornali, il telegiornale. “L’ha detto la televisione”, quante volte l’abbiamo sentita da ragazzi questa frase inoppugnabile, eh?
Mi spiego meglio: se prendo in mano un frutto, una mela, un arancio, posso senza ombra di dubbio riconoscerne la rotondità, la vedo e la percepisco nella mia mano, ne ho esperienza diretta e immediata. Della rotondità della Terra, invece, non posso né potrò mai avere un’esperienza sensoriale diretta. Se non la metto in discussione è perché accetto il principio d’autorità della scuola e della comunità scientifica che, sin da bambino, mi dicono che la Terra è rotonda, mi spiegano in che modo siamo giunti alla consapevolezza di tale rotondità, storicizzano e socializzano questa verità. Se io rifiutassi il principio d’autorità potrei continuare a credere alla rotondità della mela ma nulla di certo potrei dire sulla forma della Terra, capisci? Potrei anche innamorarmi dell’idea che la Terra sia piatta.
Qualcosa del genere accade anche con la questione dei vaccini: se io sto male vado dal medico, lui mi visita, mi dà una cura da fare per diciamo cinque giorni, io la seguo e dopo cinque giorni sono guarito. Che cosa è accaduto? Ho sperimentato direttamente la validità di quella cura: stavo male, mi sono curato, sono guarito. Ma il vaccino non si dà a chi sta male, ci si vaccina per prevenire specifiche malattie, non per curarle. Quindi nessuno di noi può sperimentare con sicurezza l’efficacia vaccinale. Intendo dire che qui non vale più la regola “sto male, mi curo, guarisco”: qui semmai lo schema è “sto bene, mi vaccino, continuo a stare bene”. Come posso avere certezza che, in assenza del vaccino, sarei passato dallo star bene allo star male? La spiegazione è sempre la stessa: la certezza la desumo in base alla fede che ho verso l’autorità scientifica (e, direi, anche politica). In assenza di questa fede, posso abbracciare tanto il pensiero no-vax quanto il terrapiattismo, e posso negare l’allunaggio.
A proposito di allunaggio: se mi hai seguito fin qui e se ti ho convinto un pochino (se non nella sostanza, almeno nei passaggi logici della mia argomentazione), posso affrontare la seconda grande questione, che poi è quella che più mi interessa. Perché sta venendo meno, un po’ in tutti i campi e contesti, il principio d’autorità? Secondo me la cosa ha a che fare anche col teatro e in particolare con Brecht (ora ho solleticato la tua attenzione, eh?). Anzi, ancor prima di Brecht tirerei in ballo la nascita del cinema.
È una sorta di leggenda esagerata ma sicuramente ha elementi di plausibilità: parlo della reazione che ebbe il pubblico a una delle prime proiezioni cinematografiche della storia, ovviamente quella dei fratelli Lumière. Questi proiettarono sullo schermo l’arrivo di un treno in stazione e il risultato fu che parte del pubblico si terrorizzò, forse addirittura fuggì, perché confuse l’immagine frontale del treno che avanzava con la realtà di un treno che stava per piombargli addosso.
Capisci? Non avevano ancora gli strumenti cognitivi per distinguere nell’immediatezza il reale dalla sua narrazione cinematografica. Col tempo abbiamo imparato che dietro ogni narrazione, cinematografica, teatrale, televisiva, letteraria, pittorica, c’è un meccanismo di finzione creativa. Di quella che un tempo si definiva “sospensione dell’incredulità” non c’è più bisogno. Anzi, per apprezzare al meglio la creazione narrativa è richiesta l’incredulità più radicale. Da uno sguardo frontale verso l’opera narrativa siamo passati a una visione dall’interno, dove il soggetto narrato...




